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Greci, romani prima e poi bizantini, arabi, spagnoli hanno in tempi diversi conquistato questa regione. Lucania/ Basilicata riuscendo a lasciare tracce indelebili.
Una regione, quindi, vero archivio di arte e storia, di tradizioni popolari, di antiche civiltà, di dialetti e gastronomia in armonica continuità tra passato e presente.
E da questa realtà che nasce l’intento di presentare questo Vademecum, Siris/Bollita/Nova Siri: I Percorsi
della Memoria”, un paese che l’Associazione Culturale SUD “ Gigi Giannotti” di Nova Siri, nell'ambito del SIRISfestival, ha pensato di far conoscere, convinti che non può esserci crescita culturale, morale, senza una profonda conoscenza di quelle che sono le sue origini e la sua storia.
Il Presidente Pasquale Chiurazzi
Un po’ di storia: La Magna Grecia
Il nome di Grande Grecia era già in auge presso gli storici del IV secolo. Sembra che in principio la denominazione fosse limitata alla zona della costa jonica con le città di
Locri,
Sibari, Crotone, Siri e che in seguito si sia estesa anche a
Reggio e Taranto. La colonizzazione Ellenica della Magna Grecia ebbe inizio nell’VIII secolo a.C., continuò nel VII e nel VI e riprese nel V con la fondazione di
Turio.
Così potremmo dire che le fondazioni di
Cuma,
Reggio, Crotone, Sibari, Metaponto e Taranto sono da collocarsi nel corso dell’VIII sec. E quelle di
Caulonia, Locri, Siris
nel VII, mentre quelle di Ipponio, Posidonia, Metauro nel VI secolo.
Le correnti migratorie si sogliono distinguere a seconda delle regioni della Grecia da cui provenivano, così possiamo indicare distinguendo le varie correnti migratori: i Dori (cioè gli Spartani),
Taranto e Eraclea; gli Achei (della provincia Acaia),
Sibari, Crotone,
Metaponto; i Calcidesi( provenienti dall’isola di Eubea),
Locri; i Colofoni,
Siris.
Siris
Fu la città che ebbe la vita più breve. Anche la sua storia è quanto mai difficile da ricostruire. Il testo più ampio e insieme più preciso in cui si parla delle origini e delle vicende di Siris è un passo di Strabone. Secondo il geografo la città di Siris, era stata fondata dai Troiani. Più tardi, quando, Eraclea, fu colonizzata dai Tarantini; divenne il porto di Eraclea, da cui distava ventiquattro stadi, mentre da Turi distava trecentotrenta.
Come riprova del fatto che Siris sarebbe stata fondata da Troiani, si indica una statua in legno, di Atena Iliaca: statua che si trovava appunto in questa località.
La leggenda voleva che questa statua avesse chiuso gli occhi quando i cittadini che avevano cercato rifugio nel santuario, ne furono trascinati via dagli Joni che presero la città. Costoro venivano a colonizzare la regione per sfuggire al dominio dei Lidi, si impadronirono della città che appartenevano ai Choni, e la chiamarono Polieion.
Circa l’ubicazione, di Siris, Strabone la ubica nel vero sito, tre miglia lontano da Eraclea e, quarantuno da Turio, posta sul lato destro del Sinni e poco discosta dal mare. La città aveva la forma di un rettangolo molto allungato. L’area della città era posta parte nell’area di Nova Siri, già Bollita, e parte in quella di Rotondella. L’estensione posta nell’agro di Nova Siri, porta il nome di Ciglio dei Vagni, la parte posta nell’agro di Rotondella appartiene alla contrada trisaia.
La fertilità e la laboriosità degli abitanti fecero della Siritide una terra “ anema e ospitale” tanto da suscitare le invidie delle colonie limitrofe di Sibari, Metaponto le quali, alleatesi con Crotone, invasero la Siritide e distrussero la capitale Siris nel V sec. a. C. Gli scampati cercarono rifugio sulle alture vicine ed un gruppo di costoro si fermò sufficiente un colle ove sorgeva una necropoli sirita. I conquistatori romani denominarono il colle “Castrum boletum” e lo usarono come fortilizio.
Da Bollita a…
La rifeudalizzazione spagnola assegnò -Boleto- ad un capitano d’armi di Ferdinando il Cattolico, Pedro Sandoval de Castro. E’ da notare che Boleto rientrava entro i confini calabresi e vi rimase fino al 1816 anno in cui venne assegnato alla Basilicata. Il nome dei Castro è rimasto famoso nella storia della letteratura per l’estro poetico del figlio Diego, il cui nome è legato a quello della poetessa di Favale, Isabella Morra. Ambedue uccisi per una presunta relazione amorosa.
Bollita vanta di essere stata la culla della famiglia Settembrini in particolare di Luigi, insigne letterato e patriota, di Francesco Antonio Giampietri, avvocato e consigliere personale del re di Napoli, Ferdinando di Borbone.
Nel 1872 con un decreto di Vittorio Emanuele II, il nome di Bollita venne cambiato in Nova Siri.
I luoghi della memoria
A marina di Nova Siri a 100 metri dal passaggio a livello troviamo:
Torre Bollita, detta anche Torre di Ferro per lo spessore dei suoi muri, e per le difese che offriva (i finestrini ovali sotto il tetto erano usate come feritoie per sparare sugli assalitori), vennero costruite molte altre lungo la costa Jonica.
La grande villa è posta sul Ciglio dei Vagni, il quale costituisce il primo rialzo delle colline sul mare, tra il torrente Toccacielo e il fosso Pantanello. L’area della villa occupa tutto il piano della collina e si divideva in nuclei staccati, come ci indica la disposizione delle macerie sparse sul terreno soggetto ad aratura, mentre altri complessi, conservati fin negli alzati delle murature, sono disposti sulle pendici della collina verso il mare e scendevano a occupare l’antica litoranea Jonica, conservata ancora nel suo tracciato al principio del secolo nel tratturo regio, e ancora documentataci dalla Taverna che ha dato il nome alla pianta bassa, la quale costituiva una stazione di albergo e ristoro per i viandanti che percorrevano la litoranea.
DIEGO e ISABELLA
Alla corte di re Alfonso d’ Aragona in Napoli viveva un poeta Diego Sandoval, che per le sue benemerenze si guadagnò l’amicizia e il titolo di Castro dal re Giovanni II di Castiglia.
Dal matrimonio tra Pedro Sandoval De Castro, castellano di Cosenza, e Giovanna, nacque nel 1516 Diego: che successe nel 1520 al padre nel feudo di Bollita. Sotto il nome dello spagnolo Diego Sandoval De Castro, si scopre un personaggio non nuovo nella storia letteraria che sebbene fosse oriundo spagnolo, era poi anch’esso italiano e in italiano dovette indirizzare alla giovane Isabella lettere e versi. amico del Telesio e cultore del Petrarca, in quegli anni il Sandoval peregrinava per l’Italia; e a Firenza riusciva ad essere iscritto all’Accademia fiorentina. Sappiamo che nel 1541 fu nella battaglia di Algeri al seguito dell'Imperatore. Tre anni dopo stava sempre –Bandito in contumacia- era andato a vivere in Benevento, che appartenendo al pontefice, ed essendo incuneata nelle terre napoletane era scelta come luogo di asilo dai fuggiaschi del regno. Tuttavia il bando non gli impediva di compiere furtive visite al suo castello di Bollita, dove dimorava la moglie, Antonia Caracciolo. In una di queste visite forse conobbe, tramite la moglie, Isabella Morra, figlia di Giovanni Morra feudatario di Favale, che come lui componeva versi. La giovane donna morì tragicamente, vittima dei fratelli, per l’unico grande amore della sua vita, un nobile spagnolo. Infatti accadde che ai fratelli fosse data avviso di lettere contenenti versi che Diego, in nome della moglie aveva indirizzati a Isabella tramite il pedagogo di casa Morra. I fratelli le sorpresero ancora chiuse nelle mani di lei, che affermò venirle dalla Caracciolo, come le era stata detto: la qual risposta non frenò il furore dei fratelli, che uccisero il pedagogo e la sorella. Per sfuggire alle ricerche due fratelli fuggirono in Francia, ma non abbandonarono mai, il proposito di vendicarsi sulla persona di Sandoval De Castro. Che uccisero nelle vicinanze di Noia( Noepoli). Tutto ciò accadde tra la fine di Settembre e la prima di Ottobre del 1546.
" Tutto il di piango, questi boschi il sanno ch'odono il suon dè miei tristi lamenti, e questi valli, ove i sospiri ardenti acquistan fede al mio gravoso affanno.
La notte poi quando i mortali danno tregua a le membra, in me gli aspri tormenti riprendon forza, ond'io questi dolenti occhi di novo a lagrimar condanno.
E s'udisse mia donna il tristo pianto ch'ovunque io movo il passo, il terren bagna, o le querele ond'ogni valle è piena, od un dì almeno sol vedesse quanto per lei sera e mattin duol m'accoppagna, leve fora a soffrir ogni mia pena.
(dalle rime di Diego Sandoval de Castro)
I PERCORSI DEL GUSTO
La Basilicata è una terra talmente ricca di tradizione culinarie che offre molto dal punto di vista eno-gastronomico. La cucina lucana è tradizionalmente una sapiente unione di prodotti semplici e genuini, basta pensare che nella preparazione di piatti è contemplato il solo uso dell’olio d’oliva. Prodotto tipico per eccellenza- pare sia un’invenzione lucana- è
la pasta, tradizionalmente lavorata a mano con sola farina di grano duro, sale e acqua.
Orazio,
poeta latino nato a Venosa, raccontava di tornare al borgo natio, per mangiare la
“ zuppa
lucana”, ceci e porri.
E
di pasta fatta in casa c’è solo l’imbarazzo della scelta:
fusilli, lagane, cavatelli, orecchietti, ecc.
Il
pane è ancora oggi la base di una buona tavola lucana. A base di farina di grano duro, lievito, sale e acqua viene cotto nei forni a legna.
Nessun pasto che si rispetti può fare a meno di una buona bottiglia di
vino.
Molti sono i vini degni di nota e tra questi ricordiamo,
Vigna alta dell’azienda agricola la
Taverna di Nova Siri.
Nova Siri Abitanti 6500
Con la sua spiaggia sabbiosa e dorata, il suo mare azzurro e cristallino, si estende per circa 3 km, con una larghezza di 300 m., in una coreografia d’alberi coniferi, è un piacere bagnarsi nel mare più pulito d'Italia. Bandiera blu.
Benvenuti in Magna Grecia
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