I SETTEMBRINI A BOLLITA - Il paese e la famiglia -

di Giovanni Montesano

Nel Catasto Onciario di Bollita del I 74 I-42 la famiglia Settembrino unica del paese, risulta così composta:

Don Francesco Antonio Settembrino anni 24

Cristina Pavese moglie anni 28

Caterina figlia anni 4

Magn.ca Felice Scotillo di Rocca Imperiale, vedova madre 42 Undecimo. fratello scolaro 7

Abita in casa propria consistente in 10 membri e possiede li seguenti beni:

tumola 3 e mezzo di terra a Favello, confine Madre Chiesa 0.35

5 a Piedelarmo 0.50

2 con grotta, detta contrada 0.27

5 a Maggianito 0.50

2 a Sputarello,confine con Franc. Oriolo 0.20

6 a S.Nicolo’, con olive 3.40

4 a contrada del Salice 0.40

20 a Centimola, confine fiumara secca 2.00

12 a Polmo, confine Ducal Camera 1.20

I, 1/2 di vigna, in contrada della Marina 2.00

Pesi

Alla Ducal Camera, per la vigna, canone annuo 0.75

A Biase Coquino di Rocca Imperiale

per capitale di ducati 100 10.00

Alla Madre Chiesa di Bollita per capitale di ducati 28 2.80

Al Mag.co Nicolò Bianco di Rotondella

per capitale di ducati 20 2.00

Per pio legato di Messe 20 fondato, lasciato dalla quondam Mag,ca Caterina Serio e da Ottavio Settembrino padre, in virtù di testamento per Messe, ducati 2

(ll figlio Vinceno non era ancora nato. FrancescoAntonio, poi, doveva essere figlio dello prima moglie di Ottavio. Caterina Serio, appartenente ad un'agiata famiglia di massari).

 

Su questa rivela, cosi allora si chiamava, del dottore di legge F.A. Settembrino si possono fare alcune considerazioni.

Prima di tutto che la famiglia Settembrino, così allora si diceva, alla fine del secolo si dirà poi Settembrini, era forse la più agiata di Bollita perchè possedeva circa 61 tomoli di terra, ma non una masseria perchè le terre erano disperse in varie contrade: masserie allora nel territorio non ve ne erano tranne, forse, quella della Ducal Camera. Inoltre è notevole il fano che in Bollita esistevano terreni allodiali, liberi da vincoli feudali, perchè la sola vigna era sottoposta al pagamento del censo.

Quella di Bollita era certamente una situazione privilegiata poichè nelle nostre zone prevalevano, per quanto riguarda il possesso delle terre, i coloni, che erano sottoposti al pagamento del terraggio o dei censi a pro del barone. Tanto per fare degli esempi, in Rotondella e in Favale (attuale Vals inni) non vi erano che coloni; nessuno possedeva terre senza vincoli feudali. Che in Bollita fosse diffusa la proprietà privata risulta evidente anche dalle sentenze della Commissione feudale del 1810, destinate a dirimere le questioni feudali tra il Comune di Bollita e l’ex barone Crivelli.

Ottavio Settembrino, poi, padre di Francescantonio, è presente, tra gli altri, al Parlamento dei cittadini di Bollita con cui si regolano le cose tra l'Università ed il duca Crivelli nel 1718.

Gli altri Magnifici erano: Gasparro Pavese, Franc. Antonio Serio, Giò Batta Mazzeo, più una ventina di cittadini, intervenuti spontaneamente al parlamento per il bando pubblico fatto emanare dal sindaco per mezzo del banditore Giuseppe Luise.

Erano, naturalmente, presenti il Sindaco mastro Alessandro De Lorenzo, e gli eletti mastro Antonio Suriano e Giuseppe Stigliano.

Ottavio Settembrino apparteneva ad una delle famiglie che erano giunte da Nocara per ripopolare Bollita dopo la grave decadenza Della fine del Cinquecento e del Seicento, che è attestata dall'andamento dei fuochi, che è il seguente:

ANIMO 1532 1545 1565 1595 1648 1669

 

FUOCHI 152 176 159 58 27 26

 

Come si vede la flessione dei fuochi era iniziata già dal 1565 dopo l' uccisione di Diego Sandoval De Castro, nella devastazione che subì il territorio per la ricerca dei fratelli Morra e per il disordine nella baronia, che causò gravi pesi ai cittadini.

Una più grave decadenza ci attestano i 58 fuochi del 1595, che non è imputabile, come quella dei Seicento alla tristizia dei tempi, come dicevano i nostri antenati, perchè il Cinquecento è un periodo di espansione demografica generale, anzi nel 1595 in tutto il Regno di Napoli si registrava il maggior numero di fuochi, tranne che in alcuni paesi delle nostre zone, come Tursi, Favale, Bollita, Rocca Imperiate, Roseto, Nocara, Montegiordano, e ciò per lo più per ragioni partico lari.

Si può credere vero quello che scrive in una storia manoscritta di Bollita Vincenzo Battifarano che nel Cinquecento buona parte della popolazione di Bollita abbandond il paese per trasferirsi in massa a RotondeIla, dove certamente non si viveva bene, ma non vi era malaria e trovava la tollerante baronia degli Agnese ad accoglierla.

La crescita dei fuochi di Rotondella dai 23 del 1565 agli 87 del 1595 potrebbe esserne una prova. Non mancano, comunque, altri docu-nicnti che attestano il degrado della Terra di Bollita e la fuga dei cittadini dal paese.

il 24 gennaio 1562, in Napoli, al Vicerè venne chiesto il suo assenso per certi debiti contratti dall’Università di Bollita, senza il quale assenso i creditori avrebbero preteso il pagamento del capitale e degli interessi, il che avrebbe determinato la rovina della Terra, provocando lo sfratto definitivo dei cittadini.

La circostanza è confermata dai testimoni Angelo Cappuccio di Ferrandina e Fabio de Troilo di Montalbano, allora presenti in Napoli e soliti praticare la Terra di Bollita per i loro affari. I debiti erano contratti perchè l’Università potesse soddisfare i pesi fiscali e altri precedenti creditori per provvedere ai suoi bisogni correnti.

Nel Relevio del 1656, si legge:

"D.Francesco Reviglione, per la morte del fratello Carlo paga duc. 75 per tanti che sono stati significati il 20 febraio 1657 perchè la partita delle censi seu rendite e renditelle denunciata per ducati 23 fu aumentata in ducati 90, come la precedente, e l'altra partita di musto’ della rendita della vigna dei Grizzi, denunciata in ducati 1 9 ? fu aumentata a ducati 115, come la precedente. Perciò egli fa il presente pagamento ad integrazione, perchè è costretto per evitare il rigore della legge. Però egli fa riserva sulla somma fino a che giungerà l'informazione della verificazione di tutte le entrate contenute in detto Relievo.

Detti corpi non hanno reso, nè potevano rendere piiì che la somma denunciata per esserne morti la maggior parte degli enfiteuti dai quali si corrispondevano i censi in denari e musto de li territori et vigne suddetti rispettivamente ricaduti alla Baronal Corte, non hanno potuto riconcedersi ad altri per mancanza dei cittadini, essendo stata prima detta Terra fuochi 27' hoggi secondo numerazione non più che 14, per la qual causa detti territori et vigne sono rimboschiti et inselvatichiti".

C’è da ricordare che il 1656-57 fu un anno di grave pestilenza in tutto il Regno ma lo spopolamento ulteriore di Bollita era anteriore giacchè le terre erano già imboschite e inselvatichite. Addirittura per gli anni 1605-1606, il barone Raimondi aveva lamentato che la Terra di Bollita si era ridotta a soli nove fuochi.

La crisi non era ancora superata nel 1676, anno in cui gli amministratori di Bollita attestano che la taverna baronale, sita nella Marina, non solo non si fitta, ma non si sa neppure che per il passato, sia stata finata (lontana ... vicina al bosco di Policoro e a quello di Rivolta, ingombri spesso di briganti).

"Le fronde de li gelsi di detta haronal corte da molti anni a questa parte non si sono vendute, perchè per la mancan:a delle genti si d dismessa afj"atto l'industria della seta .... Il giardino della baronal corte sito sotto questa Terra nemeno si affirta ... non essendo in questa Terra persone atte a questo mestiere e quando ve ne fusse alcuno non haverebbe a chi vendere le foglie e le altre ortolitie perchè è così spopolata che appena ci d qualche persona che coltiva parte di qualche orto per nuda comodità di sua famiglia".

A tanto, ripetiamolo, non solo la tristizia dei tempi ma anche un baronaggio tirannico ed esoso, avevano ridotto il paese.

E in tale situazione, a cominciare probabilmente dal 1680, ecco venire da Nocara, che era allora caduta sotto la tirannide del barone d. Girolamo Calà, alcune famiglie: Settembrino, Battafarano, Salerno, Cospito, Di Pinto, per fare qualche nome.

Se vi fossero i libri di Battesimo della Chiesa Madre il fenomeno si sarebbe potuto verificare con esattezza e quantificare negli anni.

Si tenga presente che nel Catasto Onciario del l 742, gli abitanti di Bollita sono 416, mentre i 14 fuochi del 1656 porterebbero a non più di 70 abitanti, ad essere ottimisti.

Naturalmentc a ripopolare Bollita non furono solo i Nocaresi, anche se essi furono i più numerosi, ma vi concorsero anche i nuovi venuti da Rocca Imperiale, Oriolo, Canna, Montegiordano, ecc.

Carlo Canepari, nel suo articolo su Settembrini, scritto per il Grande Dizionario Enciclopedico dell'Utet, così si esprime: "Settembrini crebbe assorbendo quasi naturalmente dalla sua stessa famiglia, con un'impronta illuministica destinata a permanere per tutta la sua vita, l'ideale di libertà e l'odio contro la tirannide". E un altro studioso: "Avendo appreso da suo padre l’odio contro i tiranni e l’amore per la libertà, egli fu per tutta la vita soprattutto un grande lottatore contro la tirannide e uno strenuo difensore della dignità e dei diritti della povera gente. Basta ricordare l’episodio che lo spinse a scrivere o almeno a portare a termine rapidamente, con animo commosso, la "Protesta del Popolo delle Due Sicilie", che è, forse, con le "Ricordanze della mia vita", l’opera sua più significativa.

Siamo nel 1847, quando in tutta Italia era esploso l’entusiasmo per Pio IX, ma il Settembrini continuava a fare vita ritirata perchè voleva far dimenticare alla polizia borbonica i suoi trascorsi settari e il processo in cui era stato implicato con Benedetto Musolino e altri.

Una mattina egli passava per Via Assunzione a Chiaia, quando vide giungere in carrozza il Ministro di Polizia Del Carretto, con i soliti cavalli sbuffanti ed il solito insolente cocchiere. Mentre il Ministro smonta dalla carrozza, nel cortile del suo palazzo, gli si fa incontro una donna con quattro fanciulli vestiti di nero, tenendo fra le mani una supplica. Il ministro comandò ai suoi servi di scacciarla ed ella, piangendo, prese per mano i suoi figli e si allontanò.

Il Settembrini si sentì rimescolare il sangue e giurò di vendicare la donna.

Tornò a casa, riprese le sue carte e si dette a scrivere finchè non ebbe terminata la sua "Protesta del popolo del Regno delle Due Sicilie".

Questo egli racconta, e non c’è motivo di non credergli; non sopportava i soprusi, il senso di mancanza di umanità, la prevaricazione. Ma questi caratteri egli li aveva assorbiti non solo da suo padre, che era stato un patriota del 1799 e si era salvato dalla morte per l’intervento di un suo amico calabrese, che militava nelle bande del Cardinale Ruffo, ma non aveva evitato una lunga carcerazione nell’orrido penitenziario di Santo Stefano, ma gli derivano anche dai suoi antenati a cominciare dal suo trisavolo Ottavio, che prima di rifugiarsi in Bollita, aveva, con gli altri tentato di contrastare, senza esito, i soprusi del barone della sua Terra di Nocara, Girolamo Colà. Ottavio in Bollita non visse una vita appartata, se lo vediamo partecipare al Parlamento del l 7 I 8. Successivamente non mancarono occasioni di lotta e di contestazione contro il potere baronale. Infatti verso la metà del secolo l’Università di Bollita cominciò ad inoltrare contro i duchi Crivelli, baroni di Rocca Imperiale e di Bollita, alla Regia Camera della Sommaria e poi al Sacro Consiglio una serie di contestazioni, che essa riassunse poi in 14 capi di gravezze davanti alla Commissione feudale, che emise varie sentenze del 1E I 0 per lo più in maniera favorevole al Comune.

Alle discussioni tra i cittadini e alle decisioni certamente partecipò il dottore di legge Francesco Antonio Settembrino, ma assistette anche il figlio giovinetto Vincenzo, che è colui che poi dette origine alla famiglia a Napoli.

Mio padre si chiamava Raffaele Settembrini, ed era avvvcato, come mio nonno Vincenzo ed altri vecchi di casa nostra. Mio nonno era di Bollita paeselo di Basilicata sul mare Jonio (oggi detto Nova Siri) e giovinetto venne in Napoli a studiare, e qui si fermò e ci prese tre mogli, che gli diedero ventiquattro figlioli. Mia madre Francesca Vitale era anch’ella figliola di un avvocato.

Questo scrive Luigi all’inizio delle sue Ricordanze, che furono pubblicate postume.

Noi sappiamo che gli altri vecchi avvocati di casa Settembrini, non era che Franse.Antonio, figlio di Ottavio, disceso quest’ultimo da Nocara in Bollita. Sappiamo pure che Bollita si trovava nella Calabria Citeriore, quella cosentina, fino al 18 I 7, anno in cui Rocca Imperiale fu posta in Calabria e Bollita nella Basilicata, donde l’amicizia di Raffaele Settembrini senior e di Luigi con tanti calabresi. Ma Vin-cenzo, stabilitosi a Napoli, non troncò i suoi rapporti col paese natale: cittadini di Bollita e dei paesi circostanti dovettero cercarlo come

avvocato per i loro affari in Napoli, anche se in ciò ebbe, forse, più successo Francesco Antonio Salerno.

A Vincenzo Settembrini certamente si rivolse Pietro Nicola Pastore, uno dei sindaci di Rotondella durante le tragiche vicende del l799, se in casa sua si trovano alcuni documenti riguardanti la multa di mille ducati inflitta all’Università di Rotondella dal Canonico Antonio d'Epiro, che guidava l’avanguardia delle Masse del cardinale Fabrizio Ruffo. Tali documenti furono poi regalati dall’ammiraglio Raffaele Settembrini a Vincenzo Battifarano nel 1 898.

Come si vede nella famiglia vi era una tradizione di impegno civile e di partecipazione attiva alle vicende amministrative e politichc del paese e del Regno, di cui il giovinetto Luigi si nutri.

D'alua parte queste vicende vedevano anche la partecipazione di tutta la popolazione di Bolliti, che non accettava passivamente il giogo baronale, ma rCagiva e ccrcova di contraslarc i soprusi più grovi ed evidenti. Ne sono prova, appunta, la causa alla Regia Camera della Sommaria e poi al Sacro Regio Consiglio e altri episodi successivi, anche se a cominciare dol 1770 circa si fece sentirc anche l'apprcs-sionc di famiglie del luogo, che si erano arricchite ai margini del feudn Ics i mo e con l’aumento del prezzo del grano e il suo commercio divenuto più facile, come i Viccari e i fratelli Albisinni di Rotondella, che in Bollita ebbero sempre un notevole potere, anche per i loro ropponi con il duca Crivelli.

Basti considerare che il palazzo baronale di Bollita passò dal duca Crivelli agli Albisinni e che l’arciprcte Nicolantonio Albisinni, ser-vendasi dei suoi poteri e dell'appoggio della sua famiglia, usurpò quasi la metà dei consistenti beni della Chiesa Modre di Bollita, nonostante le proteste e i ricorsi al Vescovo di Anglona e Tursi di una parte del clero e di molti cittadini.Se la partecipazione di Bollita alle vicende della Repubblica Partenopea del l799 fu insignificante ed effimera, non certamente degna del passato di lotte che il popolo aveva espresso, non fu cosi nelle vicende costituzionali del 1820-21, quando furono anche uccisi, il 30 ottobre 1820, Carlo Viccari, supplente del Regio Giudice, e la moglie Giulia Salerno da Giovanni Cospito, mentre si trattenevano nella cucina accanto alla Cappella di S.Sinfarosa ora Casa Costa, con fucilate sparate attraverso il buco del ‘barilaro’.

E' quanto ci attesta Vincenzo Battifarano, in certe sue annotazioni, ora nelle carte possedute dalla famiglia Battifarano, ma del fatto det te anche notizia il Ministro di Grazia e Giustizia in un suo rapporto sullo stato di tranquillità del Regno, letto in un comitato segreto del 26 novembre 1820. Secondo il Battifarano il Viccari fu ucciso perchè era un fegatoso borbonico, in contrasto, quindi, con i liberali e carbonari del paese, che erano numerosi e attivi.

Nel 1799, invece, Bollita aveva innalzato l’albero della libertà subito dopo il 10 febbraio per iniziativa di Luigi Lomonaco di Montalbano Jonico che aveva ricevuto da Napoli l’incarico di organizzare le Municipalità democratiche sia in Montalbano che nei paesi vicini, ma lo abbattè e si regalizzò, ossia tornò a prestare la sua obbedienza alla monarchia borbonica, il 20 febbraio, prima dell'arrivo in Rocca Imperiale del Canonico Antonio d’Epiro, che guidava l’avanguardia delle truppe in massa, he seguivano il Cardinale Fabrizio Ruffo per la riconquista del Regno.

Questo attestano il sindaco Giambattista Gizzo e gli eletti Carlo Rocco Stiglinno e Vito Nicola Santarcangela in una loro fede rilasciata il 25 giugno 1800 ai fratelli Albisinni per favorirli nella loro causa contro coloro che essi accusavano di aver chiesto e ottenuto dal cardinale il loro arresto e di aver saccheggiato il loro palazzo in Rotondella.

Tuttavia Bollita non aveva evitato del tutto i suoi danni, se nel paese il 28 aprile l 799 si portò una schiera di calabresi guidata da Francesco Antonio Tucci di RotondeIla per arrestare i fratelli Albisinni se lì si fossero rifugiati.In tale occasione fu data l’assalta ad alcuni palazzi, tra cui quello dei Viccari. Ma la grande ora di Bollita giunse nel 1848, quando il paese fu teatro di un acceso movimento rivoluzionario, anzi di due movimenti, quella borghese e quello popolare. Quello che conta di più è certamente il movimento borghese, che fu oggetto di un processo politico presso la Gran Corte Criminale di Potenza, mentre quello popolare, che si era manifestato in occupazioni di terre comunali e di privati, e in minacce di stragi nei riguardi dei cittadini ricchi accusati di aver usurpato terre su cui si vantavano gli usi civici, fu oggetto solo di un processo presso il giudice del Circondario di Rotondella. Il processo presso la Gran Corte Criminale di Potenza è comune con i liberali di Rotondella, ma quelli di Bollita erano più numerosi, rispettivamente 32 e 61, tutti accusati di associazione illecita con vincolo di segreto costituente la setta la Giovine Italia e di cospirazione ad oggetto di distruggere e cambiare il legittimo Governo. A carico di alcuni risultavano anche accuse più gravi, come gli oltraggi alla sacra persona del re e quella di spargere voci sediziose. Alla fine, dopo tante indagini e interrogatori di Commissari e giudici, comparvero davanti alla Gran Corte solo 19 imputati: due di Rotondella, uno di Amendolara e sedici di Bollita.

Questo perchè il centro della setta si era scoperto essere Bollita, dove si era fatta un’attiva propaganda e si erano tenute numerose riunioni. Ad installare la setta in Bollita erano stati il medico Pasquale Messuti, nativo di Amendolara ma residente in Bollita, mentre la ‘sfrenatezza’ del giudice Girolamo Fauchier aveva contribuito a diffonderla e a irrobustirla in tutto il circondario di Rotondella.Occorre qui precisare che non si trattava della Giovine Italia del Mazzini ma di una setta di derivazione da quella del Musolino e Settembrini che negli anni trenta che aveva avuto un certo successo nel Comune di Amendolara, che fu in questo paese protagonista, pure nel 1848, di un grosso movimento rivoluzionario, promosso appunto dai fratelli Messuti, e quindi di un processo presso la Gran Corte Criminale di Cosenza. Tale derivazione è evidente non solo nella segretezza della setta e dei suoi fini, ma anche nel giuramento che si prestava all’atto dell’adesione. Un giuramento fatto di ‘fiere’ parole, dice il Settembrini e su un teschio e un pugnale, mentre a Bollita il giuramento si prestava su un crocifisso, un messale e uno stilo.Al nuovo aderente si dava un pugnale, che doveva conficcare ai piedi del Crocifisso e la formula del giuramento che doveva leggere. Egli giurava di difendere la Costituzione e la libertà; di non svelare i segreti della setta, di essere fedele ai fratelli. Subito dopo a lui venivano insegnati da Giuseppe de Lorenzo i segreti per conoscersi tra fratelli e comunicarsi cose segrete e urgenti:

1) Mettere la mano destra sulla visiera della coppola;

2) Stringersi le destre e farsi la croce con l’indice sotto i polsi;

3) Stropicciarsi la fronte con la mano;

4) Mettere la mano destra tra i bottoni del gilè, con il mignolo, però, piegato al di fuori;

5) stropicciarsi le mani e prendersi la coppola o cappello con furia, passando sempre l’indice come sopra, era segno di andarsi

a riunire e tutti dovevano andare;

6) Mettere le mani avviticchiate, sbadigliare dimostrava il bisogno di avere soccorso.

Questi segni erano gli stessi che erano in uso in Amendolara, il che prova una corrispondenza tra le due sette anche per via dei fratelli Messuti, che erano i promotori dell 'una e dell 'altra. La setta di Bollita, dopo la giornata delle barricate del 15 maggio in Napoli e la sospensione della Costituzione, tentò un più stretto collegamento con gli altri centri settari, ricevette e discusse le comunicazioni provenienti dal Circolo Lucano di Potenza, tra cui il famoso Memorandum, e cercò anche contntti con i rivoltosi in Campotenese, senza giungere a prendere decisioni definitive, perchè i propositi erano animosi, ma la pavidità dei moderati era anche grande, soprattutto dopo l’esplosione, che pareva incontenibile, dell’ira popolare. Casì nella corrispondenza intercorsa tra Bollita e il Circolo lucano si rileva che in Bollita non mancò chi era disposto a partire per Campotenese, ma la maggioranza non fu d'accordo perchè non conveniva allontanare la Guardia Nazionale in quanto il paese era vicino al bosco di Pol icore, spesso ingombrato dai briganti.

Fu questo un espediente giudizioso, si disse, per eludere i proponimenti degli elementi più demagogici. Così non si ebbe nessuna requisizione di armi, costruzione di cannoni con il bronzo delle campane, nè fabbricazione di polvere da sparo.

La fondiaria fu ‘attrassata’ di un solo bimestre. Quando il Circolo Lucano chiese ad ogni comune di inviare un delegato fu, in Bollita, eletto il giudice Fauchier, intorno al quale si era formato un forte partito di seguaci, ma, per opera dei buoni, tutto si risolse in un progetto.

Intanto Bollita fu anche teatro di episodi notevoli, come quello raccontato da uno dei più importanti storici di parte borbonica, il De Sivo. Costui racconta che in Bollita, per un banchetto tra i settari, si immolò una vacca e un ariete: alla prima fu dato il nome della Regina Maria Teresa, al secondo il nome di Re Ferdinando. Dopo il banchetto le ossa furono gettate al grido, ‘queste sono le ossa di Maria Teresa, queste sono le ossa di Ferdinando'.

Nelle carte del processo tale episodio tmva un parziale riscontro. Nella Pentecoste del 1848, secondo il racconto del sacerdote Gaetano Marade e di altri, fu organizzata una cena in casa Falabella con le carni di una vacca ‘stoccata’ del barone Giovanni Gallotti, durante la quale furono pronunciate parole ingiuriose all’indirizzo del re. Dopo la cena, molti, che ad essa avevano partecipato, si incamminarono perle vie del paese dietro Domenico Antonio Cospito, che suonava il violino, cantando il mottetto: "Gnè, gnè,gnè Carlo Alberto è il nostro re", sostituito poi dall'altro: "Cantiamo, cantiamo tutti Ferdinando a farsi fottere", suggerita dal medico Fedele Giannotti, che era il gonfaloniere della setta, mentre il prete Don Giuseppe Pastore ne era il sommo sacerdote.

Vi furono propositi, come abbiamo detto, di mandare aiuti agli insorti calabresi in Campotenese, ma nulla si fece; non si prese neppure in considerazione il progetto del giudice Fauchier di far venire i Calabresi nel Circondario di Rotondella per tenere sgombre le comunicazioni tra le Calabrie e la Puglia.

Al processo gli imputati maggiori si difesero con espedienti diversi, protestando tutti il loro lealismo verso la monarchia borbonica. Le notizie sulla setta erano solo dicerie malevoli di chi voleva mandare in rovina tanti onesti capi di famiglia.

A questa linea di difesa sono improntate le risposte che danno i detenuti d. Giuseppe Santarcangelo fu Modesto proprietario, d. Francesco Costa sacerdote, d. Pietro Antonio Muscetta sacerdote, d. Domenico Palazzo fu Filippo proprietario, d. Carlo Muscetta fu Pietro Antonio proprietario.

Quest’ul timo dice che i comunisti volevano spogliarlo di una masseria che possdeva tra Bollita e Rocca Imperiale, per cui il 10 giugno 1848 si recò dal sindaco di Rocca Imperiale per avvertirlo che avrebbe chiesto i danni qualora la spoliazione si fosse verificata; inoltre i cittadini di Rocca Imperiale minacciavano di andare a trebbiare le biade nella parte dei terreni confinanti con Nova Siri. Le pretese di quelli di Rocca sui terreni della Marina di Nova Siri e anche di quelli posti al disopra erano poggiate sul fatto che anticamente questa zona sembra sia appartenuta a Rocca imperiale o per lo meno il possesso di essa era in comune tra Rocca e Bollita, come risulta anche dalla storia di Rocca Imperiale di Giuseppe Fiore, edita qualche anno fa, opera notevole per il suo valore documentario.

Ancora, nel Dizionario Geogratico del Regno di Napoli di Leonardo Giustiniani, edito nel 1802, Rocca Imperiale è data come confinante con Trisaia. D’altra parte senza questa continuità territoriale non si spiega come mai fino al 18 17 Rocca Imperiale fosse in Basilicata e Bollita in Calabria Citeriore. Ritornando alle carte del processo, di notevole importanza sono gli esposti del barone Antonio Gallotti e del suo zio Giambattista Salerno. Nel primo essi esordiscono con il negare che abbiano commesso reati, perchè in Bollita non vi fu setta, ma tutta è frutto di calunnia.

Essi dal primo maggio 1848 sino a che le forze del Real Governo, schiacciando la detestata rivoluzione in Campotenese, non ridussero alla calma le pr>polazioni, agitate dal desiderio di novità, furono costretti a vivere ritirati nella propria casa, per salvare almeno la vita e l’onore, che due sfrenati popoli, quelli di Bollita e di Rocca Imperiale, minacciavano incessantemente e brutalmente.

Il Gallotti dice di aver "tremato" al pensiero di vedere quelle sbrigliate masse, aizzate da tristi capi, sul punto di versarsi sui suoi beni e sulla sua famiglia, dopo di averla spogliato delle terre e di aver cagionato infiniti danni col furto e con l’incendio. I tristi capi che aizzavano le masse erano anche alcuni dei partecipi della setta, che nel disordine speravano di profittare.

Il Giannotti, che era colui che aveva proposto di mobilitare la Guardia Nazionale per inviarla a Campotenese, era anche accusato di aver sollecitato l'occupazione delle terre ex-feudali dei Crivelli, non di quelle, però, dei privati cittadini. Altri esaltati settari, speranti di far fortuna nel disordine erano Stefano Santarcangelo, Carlo Silvestri, Raffaele Lavolpe, Francesco Antonio Oriolo e Lucantonio Santarcangelo. Ma quelli che più si adoperavano ad aizzare il popolo e a diffondere la triste idea del comunismo erano Vincenzo Santalucia, sindaco, e i suoi nipoti, Emanuele Stigliano e Giovanni Oriolo. Erano stati questi ultimi, con i loro parenti, ad architettare le accuse e ad immaginare l’esistenza di una setta.

Non mancavano i borbonici convinti, che non partecipavano minimamente alla vicenda ma che neppure diventarono fieri denunciatori; ne è un esempio il legale Domenico Spanò, il primo della famiglia venuto in Bollita alcuni anni prima. Anzi lo Spanò mostrò molta irritazione per la durezza che certi investigatori usavano negli interrogatori dei settari di Bollita, mentre sembravano minimizzare le responsabilità di quelli di Rotondella.

Come la setta della Giovine Italia teneva relazioni con i settari di RotondeIla, Rocca Imperiale ed Amendolara, così i movimenti popolari si svolgevano secondo quando avveniva a Rocca Imperiale, ad Amendolara, ad Albidona e in altri paesi della Calabria. Eloquente è anche un esposto di Nicolino Santarcangelo. Egli, il 4 ottobre 1S50, dopo nove mesi di carcere 'preventivo', cosi scrive al Presidente della Gran Corte Criminale di Potenza: "Fu pubblicata appena la funesta Costituzione che nella patri si sviluppò un comunismo più tremen do che mai. Ciò per opera di taluni facinorosi miserabili, che non si nominano, perchè chi umilia questa supplica intende solo sottrarre sè dalle catene della calunnia e degli intrighi ... che fece il supplicante e i suoi calunniati, in questo deplorevole stato di cose? Preghiere fervide e continuate a Dio perchè l'ordine si fosse stabilito e vigilare in tutte le notti, per custodire i figli e la vita .... Ma ritornando l'ordine i comunisti sarebbero ritornati calunniatori per far perire in carcere tanti padri di famiglia".Così il Santarcangelo respingeva ogni accusa per sè e per gli altri. Soprattutto respingeva l’accusa, mossa dal sindaco Santalucia, che in Bollita vi fossero individui pronti a partire per Campotenese, a verificare la quale corse in Bollita da Lagonegro, per incarico del Sottointendente, la guardia di pubblica sicurezza Antonio Zito. Costui concluse che la notizia, che, secondo gli accusati di Bollita, si trovava appunto in un esposto del Santalucia, era del tutto priva di fondamento, anche perchè, allora, dopo la disfatta di Campotenese, nessuno sapeva dove si trovava Domenico Mauro.

Egli confermò pure che vi erano stati in Bollita fatti di comunismo accesso, per i quali molto ebbero a soffrire i galantuomini del luogo (Gallotti, Santarcangelo, Salerno, ecc.). Come si vede in Bollita, come dovunque nel regno, fu la paura del comunismo a frenare l’entusiasmo dei liberali e a spingere molti a dissociarsi dalla rivoluzione.

E ora, nel processo, essi abilmente cercavano di giustificare le loro riunioni, facendole apparire non settarie, perchè tendevano a garantire ai proprietari una certa difesa contro le pretese comunistiche del popolo, e in quanto tali erano state addirittura consigliate dall’Inten-dente, che riteneva questa dell’associazione l’unica forma di difesa, in quel momento.

Questo, quando i proprietari di Bollita, temendo per la loro vita e per le loro sostanze, inviarono una supplica all’Intendente, per mezzo del corriere Oriolo, per chiedere la forza pubblica e provvedimenti giudiziari in caso di bisogno.

Perciò essi pensarono di fare un’unione tra di loro, di farsi vedere ora in un luogo ora in un altro, e così riuscirono a trionfare sulla plebe e sui malintenzionati. Questo era lo scopo delle loro adunanze. Insomma gli accusati rovesciavano le cose: non era sorta la società segreta per difendere la Costituzione e la paura del comunismo li aveva spinti ad abbandonare ogni progetto e a rientrare nell’ordine (come è il caso del Gallotti, che vuole apparire addirittura promotore della peti zione per l'abolizione della Costituzione) ma si era costituita sin dall’inizio una sorta di unione sacra tra proprietari (e non una setta) per difendersi dal comunismo. Si precisa, poi, che per comunismo si intendeva soprattutto l’aspirazione ormai secolare del popolo a rivendicare le cosidette terre comuni, su cui gravavano ab antico gli usi civici, le quali terre si ritenevana in gran parte usurpate dai baroni e dai ricchi borghesi.Ma la Gran Corte Criminale a questa spiegazione non prestd molta attenzione perchè sapeva che dappertutto le masse contadine avevano frenato i liberali, almeno quelli moderati così come erano in gran parte i nostri, e li avevano convinti a scendere a più miti consigli. D'altra parte per le minacce, le occupazioni delle terre e i conseguenti danni i proprietari di Bollita non fecero denuncia, ad eccezione del solo Francescantonio Santarcangelo di Bollita, di Onofrio Federici di Montai abano e di Vincenzo Pastore di Rotondella.

L’usurpazione semplice, così fu rubricato il delitto di ben 94 cittadini, tanti se ne era riusciti ad annotare, avvenne in aprile e ottobre 1848, nei terreni del Federici; il 10 ottobre nei terreni del Pastore e il 9 ottobre nei terreni del Santarcangelo.

Il Regio giudice del Circondario di Rotondella, nella sua sentenza dell’11 maggio ISSO, così tra l'altro scrive: "Atteso cAe in aprile e maggio, nonchè in ottobre 1848 epoca memoranda in cui l’idea del comunismo era vagheggiata generalmente e si stramulava in efferatezza senza limiti, molti cittadini di Bollita al numero di quattro in cinquecento in seguito di bando ed al suono del tamburo partivano dal paese per invadere le altrui proprietà e tra loro dispariirle per valutò diritto del Comune. I proprietari Santarcangelo, Pastore e Federici esposero querela per tale usurpazione che commessa con pubblica violenza si elevava a misfatto"

Nel mese di ottobre circa cinquecento persone, ma solo poche furono riconosciute ed annotate, invasero la proprietà del Federici in contrada Pantatella e raccolsero circa seicento tomoli di olive, benchè ancora acerbe, e danneggiamno le piante per fame cadere il frutto. In conclusione il giudice condannava 47 persone a sei mesi di prigionia e in solido alle spese di giustizia, mentre per le rimanenti pronunciava il "non consta", ma non parlava di rifusione dei danni perchè sembrava non equo farli ricadere sui soli 47 condannati, mentre ad averli cagionati erano stati in tanti da comprendere quasi tutta la parte povera del comune di Bollita. Nel processo contro i settari della Giovine Italia, la Gran Corte Criminale di Potenza pronunciando una sentenza, che possiamo considerare interlocutoria a carico dei soli detenuti in quel tempo essendo stati tutti gli altri prosciolti, ma sottoposti a sorveglianza. I detenuti erano:

I) Don Giambattista La Guardia di Rotondella

2) Don Giovanni Tucci di Rotondella

3) Don Giuseppe sacerdote Pastore di Bollita

4) Don Pasquale Messuti di Amendolara

5) Don Antonio barone Gallotti di Bollita

6) Don Giuseppe Santarcangelo di Bollita

7) Don Francecco Costa di Bollita

8) Don Pietrantonio Muscetta di Bollita

9) Stefano Santarcangelo di Bollita

IO) Don Domenico Palazzo di Bollita

I 1) Don Carlo Muscetta di Bollita

12) Don Francescantonio Palazzo di Bollita

13) Don Domcnicantonio Cospite di Bollita

14) Vincenzo Soriano di Bollita

15) Don Nicola Sontarcangelo di Bollita

16) Don Leonardo Cospito di Bollita

17) Don Giambattista Salerno di Bollita

18) Don Giuseppe Palazzo di Bollita

19) Don Francesco Stigliani di Bollita

 

Il Giannotti aveva evitato il carcere con la latitanza

 

Per questi la Gran Corte respingeva gli atti del Giudice istruttore perchè egli, personalmente, in preferenza di qualunque altro affare, esaminasse quanto era stato dagli accusati dedotto nei loro interrogatori e nelle loro memorie, per un ulteriore accertamento della verità. Ad un altro processo non si giunse più, ma tutti gli accusati, sia quelli detenuti che gli altri prosciolti, furono inclusi nell’elenco degli attendibili e sottoposti a sorveglianza.

Questi, in breve i fatti di Bollita del 1848, che fu uno dei paesi della Basilicata che ebbe il più alto numero di inquisiti, e furono fatti importanti perchè in questi anni avviene il definitivo distacco di tutti i liberali dalla monarchia borbonica, non solo per un avvicinamento a quella sabauda, ma anche, da parte di alcuni elementi radicali, per una maggiore attenzione agli insegnamenti del Mazzini, il cui pensiero viene ora meglio compreso e meglio valutato, soprattutto nella sua aspirazione all’Unità della penisola.

Infatti, nel 1858 ci sarà un altro processo ai liberali, che, per iniziativa di Luigi Chiurazzi di Carbone, si organizzavano per fiancheggiare l’impresa di Carlo Pisacane, che si concluse nel tragico episodio dello sbarco di Sapri. Si disse anche che questi liberali fossero a conoscenza del tentato regicidio di Agesilao Milano ma in questa direzione nulla si appurò, perchè quello del Milano era un gesto isolato e non aveva relazione con nessuna congiura.

In tale processo comparvero come imputati:

1) Don Luigi Chiurazzi di Carbone

2) Don Vincenzo Amati di Rotondella

3) Don Giambattista La Guardia di Rotondella

4) Don Giambattista Lobreglio di Rotondella

5) Don Giuseppe Simeoli di Rotondella

6) Antonio Bianco Schiavone di Rotondella

7) Giuseppe di Manco Giampaolo di Rotondella

8) Don Nicola Maria Magaldi di Potenza

9) Don Vincenzo Amati di Rotondella

10) Don Giovanni Tucci di Rotondella

I 1 ) Don Giuseppe La Guardia di Rotondella

12) Don Vincenzo Fortunato di Rotondella

13) Don Giuseppe Pastore di Rotondella

14) Don Pietrantonio Battifarano di Bollita

15) Don Prospero Santarcangelo di Bollita

16) Don Giuseppe de Lorenzo di Bollita

17)Don Vincenzo Stigliano Grillone di Bollita

18) Don Giuseppe Stigliano Grillone di Bollita

19) Don Filippo Malfitano di Rocca Imperiale

20) Don Felice Jacobino di Rocca Imperiale

21) Don Pasquale Bruni di Canna

22) Don Gaetano Tarsia di Canna

24) Don Domenico Manolio di Rotondella

24) Don Giuseppe Amati di Rotandella

25) Nicola Suriano di Rotondella

26) Nicola Bloise di Mormanno

IlChiurazzi, che è detto espressamente emissario mazziniano, verso l' 8 novembre 1856, si era recato a Canna, in casa del Bruni, dove lo aveva raggiunto Luigi Amati di Rotondella, e insieme essi poi si erano portati in Rotonde Ila, in casa appunto degli Amati. A tenere i contatti tra i liberali di Rotondella, Canna, Rocca Imperiale, Bollita era il vaticale Nicola Bloise di Mormanno, che esercitava il commercio ambulante, per cui giungeva fino a Bari, passando per Altamura, Matera, Miglionico, dappertutto portando con le sue merci, (zucchero, caffì, telerie, ecce., ma anche, in contrabbando, polvere da sparo) notizie e ambasciate.

Le riunioni, oltre che in casa Amati, si tenevano anche nella masseria dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Stigliano alias Grillone, in tenimento di Bollita, contrada Pantanello, dove convenivano, oltre quelli di Rotonde Ila, anche Pietro Antonio Battifarano, Prospero Santarcangelo, Giuseppe de Lorenzo, Gaetnno Tarsia di Canna ma dimorante quasi sempre a Bollita, e don Filippo Mal fitano, economo curato di Rocca Imperiale, che veniva per attingere notizie e diffonderle nel suo paese, dove, nel Convento dei Minori Osservanti il padre Angelo Maria da Tito (al secolo Filippo Capasso), con il consenso del padre guardiano Berardino da Santarcangela, aveva costituito un vero e proprio centro di cospirazione mazziniana.

Egli si era affiliato alla Giovine Italia in Roma fin dal 1646 e si era assunto l 'incarico di fare proseliti dovunque fosse andato. Nell’aprile del 1856, poco dopo l'Appello mazziniano, la Giovine Italia di Rocca Imperinle annoverava molti adepti, teneva riunioni e si apprestava all'nzione. Anche questa volta il giudice Vincenzo Diaferia di Rotondella molto indagò sui fatti del suo circondario, sospettò tanti complotti, suppose anche un’intelligenza con Agcsilao Milano dando credito ad indiscrezioni di Giuseppe di Matteo e Giambattista Labattaglia e servendosi soprattutto delle denunce del medico di Nocara Pietro Antonio Fusco e del Canonico di Oriolo Don Domenico Gavazzo. Era stato quest’ultimo a riferire al giudice di Oriolo l’arrivo del Chiurazri a Canna e i suoi successivi movimenti e incontri. Precisò che il Chiurazzi si trattenne per quattro giorni in Rotondella, durante i quali ebbe occasione di fondare la setta. A tale denuncia seguirono gli arresti, numerosi in Rocca Imperiale e in RotondeIla.

Ma ad onta di tante investigazioni,il giudice Diaferia non aveva potuto neppure assodare quali erano le cause per cui di giorno e di notte gli imputati si riunivano nella farmacia amati in Rotondella o nella masseria dei Grillone in Bollita, qui con la scusa di rendere visita a donna Checchina Gallo, allora inferma, ma fra i tanti solo Pietrantonio Battifarano era medico.

Allo fine la Gran Corte Criminale di Potenza, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero, ordinò di scarcerare Luigi Chiurazzi, Vincenzo Amati, Nicola Suriano, i soli che con il Bloise allora si trovavano in carcere; di concervare gli atti in archivio fino a nuovi lumi per tutti gli imputati; di rimettere alla polizia ordinario alcuni fatti riguardanti il B laiche.

Ben più importante il processo ai mazziniani di Rocca Imperiale presso lo Gran Corte Criminale di Cosenza. Padre Angelo Maria, prima del suo anesto, era riuscito a far distruggere molti documenti compromettenti, mo gli furono trovate addosso delle copie dei giuramcnti di nwlti offiliati, che furono subito arrestati. Dapprima egli negò l'esistenza dell’associazione settario, ma poi fece confidenze a un carcerato per delitti comuni, che gli era stato proprio per questo messo accanto nella cella e inoltrò per suo tramite, così credeva, lettere ai suoi amici in tutto il Regno, per chiedere aiuti anche economici e così la lista degli arrestati si allargò. Nel processo, poi, con un atteggiamento coraggioso e ammirevole, ammise apertamente le sue attività politiche, proclamando la sua appartenenza alla Giovine Italia del Mazzini; dichiarò di essere amante della libertà e che lo Costituzione concessa nel 1848 non era stata mai ritirata e pertanto il Re avrebbe potuto, se gli fosse piaciuto, rimetterla in vigore.

Non fece però ulteriori denunce di affiliati. Infatti ammise che in una lettera sequestrata gli si chiedeva l'iscrizione di 24 nuovi affiliati ma non volle rivelare il nome del mittente. Ammise anche che l’amico di Napoli gli comuniawa che era probabile che sul trono di Napoli salisse Vittorio Emanuele II di Savoia, perciò egli aveva cominciato a chiedere agli iscritti il giuramento di fedeltà per lui.

Per lui il Pubblico Ministero aveva chiesto la pena di morte, ma fu condannato a 20 anni di carcere, mentre a 19 anni furono condannati Giuseppe Schi avene, Giuseppe Fortunato e Raffaele Manolio. A mo’ di conclusione sugli avvenimenti politici che interessarono Bollita nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento, si pud dire che il paese era stato I’humus, l’ambiente in cui erano vissuti sempre attenti a quanta succedeva, Ottavio Settembrini, il figlio dottore di legge Francesco Antonio e il giovinetto Vincenzo, che qui aveva ricevuto la sua prima formazione. Nei figli di quest’ultimo e nel nipote Luigi l'umore per la libertà e l’avversione verso la tirannide si irrobustirono, donde la loro partecipazione alla vita politica attiva napoletana, sempre nella parte progressista, ma essi non pare abbiano conservati i legami con il paese dal quale l'avo Vincenzo era partito per cercare migliore fortuna nella capitale, come tanti altri facevano perchè essa offriva una certa facilità di vita a tanti avvocati, professione verso la quale, però, il nostro Luigi non senti propensione. E dopo l’Unità d'Italia, all'ultima realizzazione della quale ancora una volta Bollita dette il suo contributo con il drappello dei garibaldini partiti dal paese dietro il medico Pietro Antonio Battifarano, che, tra l’altro, fu presente in alcuni fatti d’arme, divenuto Luigi Settembrini famoso per il martirio del lungo e duro carcere e chiamato a incarichi notevoli, come quello di professore all’Universita di Napoli e poi Rettore della stessa, i maggiorenti del paese lo cercarono e lo fecero destinatario della loro stima e òella loro ammirazione, fino al punto che il Consiglio comunale concesse a lui, al fratello Giuseppe e al figlio Raffaele la cittadinanza onoraria di Bollita, con delibera del 30 maggio 1871, e ciò anche in considerazione del fatto che poco tempo prima il giovane Raffaele, allora speranza della patria, aveva fatto I’ onore al paese di visitare il luogo natio dei suoi antenati. Per tale onorificenza Luigi Settembrini scriveva al Sindaco una lettera di ring aziamento il 1O aprile 1872, con quasi un anno di ritardro, quando già Bollita, con decreto regale del 6 marzo 1872, era diventata Nova Siri.

Si riprendeva così un contatto che forse si era interrotto per almeno sessant’anni, anche perchè nessuno della famiglia Settembrini vi era più nel paese: si tenga presente che nel Catastro provvisorio del 1814 di Bollita non vi è nessun Settembrini, nè come possessore di terre nè conie possessore di case. D'altra parte le Ricordanze della mia vita, testimoniano una scarsa o inesistente conoscenza del paese da parte del Settembrini, che scrisse quest'opera dopo il I 870, tanto che fu pubblicata postuma.

Le sue conoscenze sono così scarse che egli sembra ignorare la collocazione di Bollita in Calabria Citeriore al tempo della nascita del nonno e anche sua, nè si rende conto del perchè tra i suoi amici e in quelli del padre vi sono tanti calabresi e nessun lucano.

E non ci dobbiamo fare ingannare dal fatto che conosce la doppia denominazione di Bollita-Nova Siri, perchè di essa fu certamente informato dai suoi ammiratori ed estimatori, che appunto cercarono i contatti con lui e con il figlio Raffaele qualche tempo dopo l'Unità d’ Italia.

Pietro Antonio Battifarano e Giuseppe La Guardia, che vissero per qualche tempo in Napoli e che ivi, pare, conobbero tanti patrioti, non dicono mai di aver incontrato il Settembrini, neppure nel I 848, quando essi frequentavano la casa di Carlo Poerio. Anche le lettere che si scambiarono i Battifarano con i Settembrini sono del 1871 e degli anni successivi.

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