HOME | BIOGRAPHY |  PORTFOLIO | CONTACT |                                             

HOMESUD | ASSOCIAZIONE SUD "GIGI GIANNOTTI"

| I RIVOTA POPOLO |COMPAGNIA TEATRALE CASTROBOLETO|

 

Presentazione

Orazio Stanislao Orioli. visse gli anni difficili dell’ 1 e del 2° dopoguerra, nacque a Nova Siri,

piccolo paese della Lucania il 19 Gennaio 1890 dove trascorse l'intera esistenza; il padre Gaetano Orioli, figlio del medico borbonico Antonio Orioli, uomo austero di saldi e forti ideali; la madre, Maria De Bono, zia di Emilio De Bono generale d'Italia, donna tutta presa dagli affetti della famiglia e dalla dignità di essa.

L'acuta introspezione e la tendenza alla meditazione lo portano ad "abbandonarsi" alla poesia, di qui le numerose rime, dettate tutte dal cuore e da un animo pervaso dall'anelito di libertà.

Molti i manoscritti che le raccolgono, tra tutti spicca " Zefiri d'  Elicona" Prose e Poesie, scritto intorno al 1939.

Da questo manoscritto sono state tratte ed accuratamente selezionate dall'Avv. Carmine Stigliano alcune delle liriche più belle,che compongono il Quaderno:

"Orazio Stanislao Orioli: "Poeta dello Jonio Mare".

Quaderno, che l'Associazione Culturale SUD" Gigi Giannotti" di Nova Siri, intende far conoscere alla gente come contributo di un lucano che non è più tra noi, ma vive nella nostra" Memoria Storica".

Prof.ssa Maria Carmela Stigliano

 

 

I MARTIRI DI CEFALONIA

 

S’alza per l’aèr in sul far l’aurora

Rosea una nube, vien da l’oriente;

D’Alme, d’Eroici spìrtì, agil prora,

Der l’ Ital lido, drizza di ponente!

Cadde la falange, al tèuton “mora”,

Con più raffiche, quando ¢l Sol nascente;

Romualdo, ¢l Cappellan invan implora,

Di quegli eroi, la colpa innocente!

Cadder da forti, genuflessi a Dio,

Quegli, impartendo l’assoluzione;

Di si esecrabil delitto il fio,

Obliar giammai potrà nostra regione!

Di lagrime, già, versa immenso rio.

Quel popolo caduto in abbiezione!

22-24- Settembre 1943

 

 

 

L’ IRA

 

Abbandonato all’ira dove vai,

Forse ignori che, cieco, divenuto,

Credi d’avere la vista che non hai,

E corri, a rischio, il meno conosciuto?

 

Ospedali, sepolcri e quanti mai,

Criminali, parlate, se, veduto;

Minore il numero, dei tanti guai;

Che l’ira, in voi, portò qual suo tributo.

 

Non cui bolle, pien d’ira, il core acceso,

In sé stesso ha cagion di raffredarsi,

ch’ei sensitivo, è, più di quel ch’offeso;

 

Chà l’ira non si accenda non può farsi,

Ma porre un tempo, in mezzo è contrappeso,

Che all’offensore, al collo, va appiccarsi.

 

  LA  FORTUNA

 

S’ inganna chi, crudel, la vede e chiama

Perché suo vezzo di scherzar con tutti;

                                                                                 Ed ha talvolta modi strani, o brutti,

E, raramente, vien qual un la brama!

 

E’ bizzarra, corriva, tanto che ama

Seguir chi pazzo è, sì che la ributti;

E i voti suoi non stimi, ancor distrutti,

Finchè suicida l’uomo non s’infama!

 

Ahi, quanti male riposer, nemici,

Di sé stessi; agli inviti ripetuti;

Di lei bramosa di farli felici!

 

Se capricciosa, noi saremo astuti,

Per afferrarla; su per le pendici,

Degli ardui monti isteriliti e muti!

 

 

LA TRAVERSIA

 

1

 

Vedi la canna

Com’è cedevole!

Il vento, inganna,

Mentre è pieghevole!

 

2

 

Cessato il vento,

Quasi un portento,

Ritorna dritta

La canna fitta!

Qual non piegata

Non  mai spezzata…

 

3

 

Soffriamo, senza perderci,

Di spirito o coraggio;

A Marzo segna Maggio;

A notte, non disperderci,

Il sol ritornerà,

E via da voi si fa!

 

 

  LA ROSA

 

Bella, dei fiori, la regina eletta,

Muovi ne l’alma li più dolci sensi;

Sicchè, rapita, liberata e schietta,

Par che s’astragga fra celesti ascensi!

 

Ah, se l’uomo sentisse la perfetta

Idea, dei belli tuoi colori accensi;

Con un’alma gentil, quasi angeletta;

Schiferebbe i pensier, brutti e malensi.

 

Ma se lo spirito umano fa progresso

Perché sospira a conquistare il bello,

Egli è, per questo, che ti viene appresso!

 

E l’uomo adulto, non il giovanello

Inviti, saggia, e l’imprudente accesso;

Punisce, la tua spina, in lui ch’è bello.

 

 

IL PIAVE

 

Celeri, l’onde, di sangue tinte,

Crespe, scendean, sussurrando al mar,

E, del nemico, sopraffatte vinte;

L’atterrite schiera, i nostri a riguardar!

 

Su quegli aspri monti, ù bald’e fieri,

Calar un dì, sicur de la vittoria,

D’egli Itali petti, di quei bersaglieri,

Di fanti, alpin, d’artiglier la gloria;

 

Le rimandar, disfatti ed avviliti!

Di gioia, un canto, s’unì a quell’onde;

E, da quei cori, da quegli alm’arditi,

 

D’ogni lido, un’eco ù su le sponde!

D’antica Roma, quei ricordi aviti,

Di gloria, i lauri rinnovar le fronde!

 

 

  IL TRAMONTO

 

Cupa e nera, che si protende al mare,

Una gran striscia, selva del pantano;

Mia terra circoscriv’; ognor più rare,

Del dì l’ore, ed ‘l sol, che par lontano,

 

si disperde, lento, nel tramontare!

I lunati, all’erba, scampanando,

Più lena ripiglion, sull’annottare;

La gente, affaticata, in rincasando,

 

Saluta, il dì, nell’opr’ ognor eterne;

Che si perpetuan, inginitamente,

Si, come l’altre sfere a noi superne!

 

Ma, nell’armonia, che sì dolcemente,

Natura, l’almò; si concerne;

profondo, un mister in cor e mente..!

A noi, mortal, consente..

Viver la vita, ignar del futuro,

Ch’ad indagar, si mostra vie più scuro!

 

 

IL VOLONTARIO

1

 

Solca il vapore,

Del mar le onde;

Le nostre spose,

Già tremabonde

Senton nel core

Le rosse rose!

 

2

Son rose di vita

Son rose di morte,

Son rose di gloria,

Di nostra coorte!

Il vessil di vittoria

A la rosa ci addita!

 

3

Solca, o battello,

con gran premura;

Giù in quell’ ostello

V’è una pianura;

Stanvi schierati

I grandi armati!

 

4

E non andrà gnari,

Del rombo il cannone,

Tra i falasciari

Sarà distruzione!

E’ gran nostro disio,

Ch’invochiam Dio!

 

5

E il sibilo de la mitraglia,

Sia lo scompiglio de l’abissino!

Darà l’inizio de la battaglia,

Quel tredicenne tamburrino!

Fuoco, dai petti, dal mar dal cielo;

Di morte, aleggia, immenso velo!

 

6

Solca, o vapore, l’onda turchina;

Zefiro, voli, a la mia bella;

Dimani o l’altro, da la banchina,

Parte un messaggio, a la mia sposa:

“Se io ritorno è la gran stella;

Se io vi lascio, avrai una rosa”.


OBLIO

 

1

In mezzo a deserta solitudine

Corron le ore; e, d’un vuoto tremendo,

Di nostalgico amore, orrendo,

Rimpiango la pia solitudine!

 

2

Vecchi ricordi, dubbi d’avvenire,

Mi fan sentire una intera pena;

Che mi avvince, con invisibil catena,

Da farmi vaneggiar, ahimè, morire!

3

Domando, nel mio cuor, la cagion

Se è proprio amor, che mi tormenta;

Ma una  interna voce che spaventa,

Dicemi:” Obliasti? Tu sei prigione”!

4

Oh Dio, qual mai delitto occulto

M’ha reso, inver, al mondo penitente?”

Se forzar potessi la mia mente,

Ravviserei che, niente, va inulto

5

Di quanto, l,uomo, puossi addebitare

Su questa nostra misera terra;

Ove, ogni mistero, in lei riserra;

E’ legge, fatal, il suo pensar!

6

Nel silenzio, così, la pena sconta,

Con un martirio che sa di mistero;

Con un profondo ma impenetrabil vero;

a l’origin, di colpa, egli rimonta;

 

7

Ma i suoi lamenti se ne vanno al vento,

Che alm’alcuna non gli presta fede;

Della pena che sconta, è pur non creda;

Dell’amaro, nel coro, che l’è tormento!

8

Dunque il destin de la gent’umana,

Celasi, in un velame profondo..!

E, dell’animo nostro, cogitabondo,

Voce, di lamento, che sembra strana;

9

Ci opprime, consuma lentamente;

Da desiar,così, la morte eterna,

Che, del mondo, inter ella governa,

Di vita, i destin, di nostra gente.


  BEL MONDO ADDIO

 

1

Politico spettacolo de mondo,

Avanti a cui lo sguardo si richiude

Nel sentimento che ne vien profondo,

Ch’ogni speranza di capirti esclude:

Addio bolgia ed Eden universale,

Con la stanzetta mia, mai sempre uguale

 

2

Addio terra, che fiori cacci ed oro,

Di monti e fiumi bellamente ornata,

Da mille suoni rallegrata a coro;

Di piaceri e d’amor, sede beata;

Addio, dall’onde tue, prezioso mare;

Fraganti aurette, non più a respirare!

 

3

Bello dagli astri, infino negli abissi,

Incanteresti sì, lo spirito umano;

Se, da punti, che stanno in te confissi,

Innalzato non fosse al tuo sovrano;

In lui,che spiego questa ma portante,

Infinità di globi, ognor, rotante!

 

4

Addio, dei secoli, vita futura;

Che un dì ti salutai, di me ricorda:

Se vivo, a te guatai lontana, oscura,

Al tuo sole, al tuo mar, lo spirito abbore

Con la voce che lascio ‘n questa rima:

Canza il male, a l’error, di quei di prima!

 

5

Terra, se mai ti muovi non sfondare,

Là, dove il cenar mio sta a riposare;

Acque filtranti, sotto terra andando,

Fermate, un po’, finch’esso va posando

O stelle, già da me tanto guardate,

cessato il vento, la mia polve aunate!

 

PRIMAVERA ETERNA

 

Cadon le foglie d’autunno morente,

Ma non son che foglie di pianta umana;

Ch’ingiallita, chi verde, chi nascente;

Son tutte vite, de la pianta arcana!

 

Cadon le foglie, e sempre si rinverde,

Di frutti svariati, essenz’e colori;

Quandanche la tempesta lor disperde,

Si rinnovellano, ù primaveril amori!

 

I frutti che lasciano, eternamente,

Son quelli di cerebro pensiero;

Quando ‘l vento, rugge, impetuosamente,

 

Splendori di frutti, allor ne l’aer nero!

E’ il pensier uman, che, er la sua mente,

Di luce, splende, ‘n notte, ‘l mondo intero.

 

 

©2008  PASQUALE CHIURAZZI

PER LA RIPRODUZIONE O L'UTILIZZAZIONE  DELLE IMMAGINI CONTATTARE L'AUTORE

WEBMASTER PACHI

risoluzione di 1024x768