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4 e: ACQUA ARIA FUOCO TERRA

MOSTRA IDEATA E CURATA DA PASQUALE CHIURAZZI

NOTE CRITICHE DI 

MASSIMO CREMAGNANI

ARTURO TUZZI

 

 

 


Note critiche di ARTURO TUZZI

Sofia Lamadrid (Perù)

Caleidoscopio di luce, simmetrie e specularità, totem ancestrali ed esplosione di colori. Mondi lontani evocati da segni, sfumature, brandelli di civiltà e forme che appartengono al pensiero ed all’immaginario collettivo.

Le opere della Lamadrid pescano a piene mani in ciò che eravamo, nei lampi di luce che hanno accompagnato l’evoluzione dell’umanità, negli dei messi a protezione delle sue paure ancestrali, nelle icone nelle quali l’uomo si è riconosciuto per millenni.

Sofisticate rappresentazioni di terra, acqua, fuoco ed aria che stendono le ali prima di implodere, costrette in forme geometriche che le limitano ma danno loro forza e possanza e diritto di cittadinanza nella coscienza dell’umanità intera.

I suoi riflessi nel mare dei pensieri sono gli stessi in cui lo sguardo di ognuno di noi si perde, le sue introspezioni in negativo sono i dagherrotipi di un’umanità che si riflette in dita che cercano al buio ed in spirali appena evidenziate da ombre e le sue composizioni ancestrali sono scrigni in cui ciascuno conserva frammenti di anima.

Roberto Scala (Italia)

Colori innaturali, psichedelici, che fondono e confondono i quattro elementi, deformando il reale che appare così più carico di tensione dell’invenzione fantastica stessa. Così l’acqua si stempera nella terra e nel fuoco, l’aria diventa rarefatta ed il risultato è un ircocervo che vive di vita propria e che stenta ad avere agganci con la realtà. Una realtà che però si riesce ad afferrare per i capelli, riconoscendola e declinandola per sensazioni personali. Barriere di fuoco che lasciano intravedere figure immobili, cariche di tensione, che potrebbero essere la somma dei pixel di noi stessi, un’aria di un abbacinante celeste che rimanda a spazi interiori mai esplorati dalla quale, distorta ma familiare, irrompe un viso che ci è noto, che forse vuole ricordarci qualcosa. Il mare di Roberto Scala, poi, è piuttosto un magma nel quale tutto è e tutto si contiene. Un’operazione di specchi distorsivi, la sua, che ci consente però di rivederci in ogni suo tratto, in ogni graffio di luce, in ogni elemento che sembra disposto a caso ma recita una sua parte precisa e determinata nello spettacolo della vita.

Piero Chiariello (Italia)

Quando si dice che la natura dà spettacolo di sé, viene da pensare alle opere del Nostro che la indaga e compie un percorso al contrario: dall’universale al particolare, per evidenziare come in ogni atomo di materia sia racchiuso l’infinito, che si può procedere per scoperte successive e che è quanto meno presuntuoso parlare di invenzioni. Tutto è scritto, tutto è: fondamentale è la curiosità e la sensibilità di un artista, per cogliere l’intima essenza delle parti  che sono il tutto. A differenza di secoli fa, oggi gli strumenti ci sono e Chiariello si avvale di macro e digitalizzazioni per portare a conoscenza di tutti ciò che il suo “terzo occhio” coglie. Iodio sublimato che sembra carne, gocce d’acqua come ideogrammi, panciute oasi di luce che cadenzano il tempo e bianchi fantasmi che danzano su di uno sfondo nero, traducono con altro linguaggio, più intrigante e metafisico, ciò che i vocaboli terra, aria, acqua o fuoco significano nell’accezione comune. Esiste dunque, per Chiariello ed ora anche per chi si accosta alle sue opere, un altro linguaggio: più ricco e complesso ma sicuramente più affascinante.

Paula Cordova (Argentina)

Le sue rappresentazioni dei quattro elementi sono graficamente perfette, armoniose, inquadrate in uno spazio fisico e visivo che le collocano al centro  dell’attenzione e spingono ad usare ingrandimenti via via maggiori per tentare di percepire l’essenza stessa dell’immagine. Zoomare sempre più nelle sue opere è operazione affascinante e non priva di piacere. Emergono così luminosità poco visibili ad occhio nudo, intrecci e filigrane, varietà di sfumature ed anse, labirinti, mondi paralleli nei quali è bello, piacevole ed utile perdersi.

Estetica e significante diventano un tutt’uno, ne ingigantiscono la percezione, li rendono immediatamente comprensibili.

Il fuoco si espande, diventa astrazione e ricordo di spazi siderali, la terra il frontespizio di un trattato sulla vita stessa, l’acqua un mondo in cui perdersi, l’aria un’esplosione di colori e quell’elemento di purezza al quale non siamo più avvezzi.

Pasquale Chiurazzi (Italia)

Chiurazzi è fotografo nella piena accezione etimologica: è uno che “scrive per immagini servendosi della luce”. L’uso dell’obiettivo prima e dell’avvento delle macchine digitali poi, gli hanno solo fornito uno strumento in più per decrittare la realtà ed esprimerla attraverso altre raffigurazioni e forme.

Le sue righe di fuoco, ad esempio, sono un amalgama di materia che brucia e di materia combusta. Mai solo rosse, contengono anche il prima: le parti già bruciate, erose ormai dalle fiamme. Ed è esercizio interessante zoomare nell’immagine per cogliere ogni pixel di un’operazione che è già avvenuta, della quale non siamo stati spettatori e che, a testimonianza di sé, lascia solo parti in nero o strascichi di colori.

Chiurazzi propone anche un particolare della Creazione, nella Cappella Sistina. Due figure di spalle che guardano rapite: due persone qualunque alle quali è riservato il privilegio di essere testimoni dell’atto primigenio, quello dal quale tutto ha avuto origine.

Isolati, unici astanti che hanno lasciato fuori il mondo e il suo vociare, protetti da diaframmi di luce avvolgente o ammutoliti da una porta oltre la quale si intuisce un fuoco divoratore ma del quale non avere paura: caldo, protettivo, oltre l’uscio.

Nella rappresentazione della torre di babele, l’unico elemento solido, rassicurante, certo, è la casa con i tetti spioventi soverchiata dalla torre che si protende verso il cielo. Un moloch reso ancora più inquietante da un quadrante di orologio sullo sfondo privo di lancette: che non può segnare il trascorrere del tempo né scandirlo.

In primo piano, una serie di losanghe, di campi arati o di onde che si rincorrono, a fare da contraltare luminoso.

In un’altra delle sue opere, un vortice nel quale si amalgamano, invece di confondersi, i quattro elementi, portando in primo piano, via via che lo si osserva, ognuno di essi, tutti fondamentali, imprescindibili, ineliminabili.

E poi fiori di una brillantezza inquietante, quasi femminili d’aspetto, che esprimono una maternità sottintesa e sembrano colti nell’atto di parlare sottovoce fra loro.

Gli azzurri e il bianco dell’aria, spalmati in altre immagini digitali, mettono voglia di aprire i polmoni per respirarli in tutte le loro nuance.

La terra, poi, potrebbe essere qualsiasi terra: anche quella dei paesaggi di Rigoni Stern: cupa, calpestata, coperta di neve.

E la scomposizione dei quattro elementi, ognuno costretto in un suo piano, sono una didascalia di uno studio del tutto, partendo dalla separazione dei particolari. Operazione impossibile in natura, invisibile ad occhio nudo, nota solo a quello dell’artista che ce ne dà testimonianza.

Cerchi concentrici e speculari, poi, riproducenti senz’altro acqua ma anche materia in movimento che ci guarda dal basso, con occhi inespressivi ed immoti o acqua in cui si stemperano lettere e simboli, nella quale trascolora il vissuto di ognuno, si riflette per un attimo e scompare. Un’immagine invano inseguita nel tentativo di fermarla: appena colto un segno o un brandello di spiegazione ad una domanda ancestrale, è già altro: rivolo, vapore, ricordo.

Le foto digitali di Chiurazzi, perciò, non sono solo immagini o trasfigurazioni computerizzate della realtà, ma realtà esse stesse. Riconoscibili come forme ed elementi che ci appartengono, evocative, inquietanti o rassicuranti. Un tramite fra l’artista e noi per squadernare ed interpretare la vita.

Paola  Canova (Italia)

Sensazioni ed emozioni che prendono corpo. Colori che identificano stati d’animo: di chi guarda più che di chi ha realizzato l’opera. Paola Canova usa l’arte per “comunicare” che, al di là dal sembrare una banalità acclarata, è una sorta di transfert fra lei e chi guarda. Una forma di maieutica per immagini che porta chi guarda a scoprirsi e non il contrario. Si ha la sensazione di penetrare in un mondo che ci è noto, che interagisce a fondo con noi, spirituale.

Un’onda immanente, di un blu profondo, sembra colta nell’attimo dell’impatto, forte di una spinta che viene da millenni, che sembra fermarsi un attimo per invitare a proseguire un pezzo di strada insieme.

La terra, madre per antonomasia, emerge avviluppata e sinuosa da un sottofondo multicromatico, il fuoco è costituito da miriadi di stelle luminose che provengono da lontano ma sono rappresentate come già in noi, il vento è una presenza palpabile, non eterea, sospesa nello spazio.

Metafore ancorate alla vita, quelle di Paola Canova, con i piedi sulla terra e la testa nel bel mezzo del cielo.

Oscar Cabala (Argentina)

Sembra, nelle sue opere, che la materia si pieghi, si accartocci e si estenda, fino a diventare rappresentazione di altro da sé. Evoca riflessi e sembra accarezzata dal vento, arsa dal fuoco o immersa nell’acqua. Ma, immobile, volitiva, quasi in autonomia rispetto ai progetti dell’artista. Pieghe che ne nascondono altre, che ne evidenziano altre ancora; ognuna con una sua colorazione originale che rimanda fruscii, rumori di fondo, vita.

I suoi elementi materici, diversamente rappresentano i quattro elementi: ne paludano le sembianze, li avvolgono amorosamente in morbidi tessuti che ce li fanno apparire più amichevoli, tangibili, densi di quelle morbidezze che ne sconfessano l’irruenza. Un modo di dialogare in termini più umani e distesi con elementi da sempre temuti e venerati e considerati volta per volta flagelli, benedizioni del cielo, disastri o semplici e non interessanti fenomeni naturali. Zabala ce li consegna quasi in carta regalo, facendocene apprezzare ogni sfumatura.

Nino  Oriolo (Italia)

Le proporzioni e la plasticità delle opere di Oriolo rasentano la perfezione estetica. Guai però a fermarsi a questo primo piano di lettura, ché si tralascerebbe un livello molto più profondo: quello della potenza delle immagini fissate nel loro momento topico, impietosamente fermate nel tempo e nello spazio. Un monito? Un’immagine con simmetrie perfette e gusto della riflessione approfondita? Non solo e non tanto questo. Oriolo propone la bellezza di immagini che non riusciamo a cogliere se non quando qualcuno, che riesce a guardare un palmo più avanti, le estrapola dal contesto che distrae dal particolare e ce le propone nella loro immota bellezza. Immobilità apparente, però, che scatena in ognuno un vortice di sensazioni, un caleidoscopio di vissuto che ci appartiene e che riviviamo partendo dal bandolo che Oriolo ci offre.

Alessandro Gambetti (Italia)

Le composizioni surreali dell’Autore, non sono un caravanserraglio che tutto comprende o un carrello del supermercato in cui si mette tutto nel timore di dimenticare qualcosa.

Ogni elemento è nella sua esatta postazione, quella voluta da Gambetti, nella posa o smorfia che gli si confà, a rappresentare esattamente il personaggio in commedia.

Citazioni colte (pittura fiamminga, Bosch, surrealismo, De Chirico), un gioco di rimandi letterari, filosofici e pittorici, una visibile consuetudine con le buone frequentazioni di biblioteche, sono alla base delle sue composizioni foto-pittoriche.  Aria, terra, acqua e fuoco sono trasversali ad ogni opera, la connotano, la permeano al   punto di spingere a riconoscerne ogni singolo segno nella dovizia di oggetti  evocativi portati all’attenzione di chi “legge”. Gli angeli e i demoni si confondono, confondono; le verità nascoste si riflettono e si appalesano; i vizi capitali hanno la consistenza della terra o la levità dell’aria, la liquidità dell’acqua o la forza del fuoco.

L’alchimia di fondo, quella che l’autore propone, è la summa di un campionario dell’umana natura che convive con un colibrì, si rivede in una superficie riflettente, è trapassata da parte a parte, si perde in un rivolo o si frantuma per cause ignote.

Opere in più volumi, quelle di Gambetti, che meritano di essere lette pagina dopo pagina, immagine per immagine, nel tentativo di riconoscere e riconoscersi.

Eugenia  Mola (Italia)

Eugenia Mola ha un evidente interesse prevalente. Ancestrale e di una fisicità evidente. L’autrice, da sempre, disegna, fotografa, rappresenta il cavallo, quintessenza di forza e bellezza, tramite e interprete di uno stretto connubio con gli elementi. Aria, terra, acqua, il fuoco stesso, sono così la più degna delle cornici che si possono immaginare per rappresentare chi ha accompagnato la storia dell’uomo nei millenni. La Mola si accosta all’argomento con la delicatezza che le è connaturata: senza invadenza, senza forzature e con lievi tratti in sovrascrittura epistemologica. La forza delle immagini proposte non ha così bisogno di sovrastrutture linguistiche o pittoriche: emerge impetuosamente  di suo e si propone nella sua primordiale  energia. L’autrice ne accompagna soltanto il movimento con poche linee, lo avvicina a noi, fa in modo che si lasci accarezzare dallo sguardo, trasmettendoci tutta la vitalità di cui è portatore dalla notte dei tempi.  

Humberto  Mayol (Cuba)

 Dalle opere dell’autore irrompe prepotentemente Goya. “En busca de un sueño” è

l’ interpretazione del sonno della ragione che genera mostri. I colori e le sensazioni sono forti, le allegorie proposte sono la rappresentazione di una realtà dura e che fa parte del nostro DNA.

Brandelli di cronaca e di ricordi si inseguono, si sovrappongono, invadono il campo visivo.

I colori sono forti e dilaganti, contengono in una sorta di blob tutti i simboli della nostra società consumistica, violenta, a tinte forti. Né potrebbe essere altrimenti. Mayol non indora la pillola, anzi ci specifica che il suo sapore è più amaro di quanto immaginiamo, ha le connotazioni delle immagini rimosse, di ciò che non vogliamo vedere.

Nelle sue opere convivono delicate rose e distese sterminate nelle quali campeggiano migliaia di candele, bambole ormai spente e non più compagne di giochi e riferimenti ad i conflitti che stanno insanguinando il mondo. Da un’immaginaria quinta, occhi guardano chi guarda. Con aria interrogativa. Quasi una domanda sospesa ed inespressa. Saprà l’umanità dare risposte, sembra chiederci Mayol?

Lello  Bavenni (Italia)

Le  sue opere si traducono in immagini surreali e colori esasperati. Gli elementi irrompono dagli spazi ed invadono la superficie dei piani di lettura. Il figurativo (s)confina con l’astratto e la percezione cromatica risulta  volutamente alterata dalla padronanza dell’uso del mezzo digitale e delle tecniche di elaborazione informatica.

Non puro meccanicismo, però, ma un modo di piegare le possibilità offerte dalla tecnologia a quanto Bavenni vuole esprimere in modo compiuto.

Ed ecco allora che sulle scoscese pareti del Vesuvio fiorisce un magnifico prato quale nemmeno in Cartoonia è possibile vedere: verde brillante, folto, soffice. Se i parenti non si possono scegliere, sembra dire il Nostro, che almeno gli spazi mentali abbiano i colori delle nostre emozioni! Ed è per questi motivi, a mio avviso, che Bavenni fa un percorso contrario e di segno opposto al resto dell’umanità. Invece di andare al mare, se lo porta in casa, gli attribuisce toni e colori, lo fa accomodare in salotto, gli apre le porte, così che anche l’elemento principe del nostro pianeta, possa anch’esso visitare la parte di mondo che altrimenti non vedrebbe mai. Un ospite. Di riguardo, col vestito buono, ma un ospite.

Dello stesso tenore la finestra ellittica che fa da protagonista assoluta in un piano completamente buio. Nel quale non sono importanti gli elementi che potrebbero riempirlo, né la luce che li illuminerebbe. Qui le ombre e le sfumature del Caravaggio non hanno cittadinanza. La star è il blu accecante messo al centro focale dell’opera, attraversato da una nuvola migrante che occhieggia curiosa attraverso il varco fra un mondo e l’altro.

Lorenzo  Guasti ” Logu” (Italia)

E’ l’autore un naturalista, un entomologo, un Conrad Lorenz in salsa digitale?

Certamente ha il gusto sapiente del bilanciamento degli elementi e degli effetti cromatici che, insieme, producono.

Ogni elemento rappresentato non toglie spazio all’altro, non lo “impalla”, non gli sottrae colore e/o calore.

La terra è distesa, indicizzata, rappresentata nei suoi capitoli principali: su di essa, lieve, l’aria porta in proscenio una piuma e sotto di essa un fuoco che non brucia. Discreta, trasparente, incanalata, l’acqua fa da substrato alla composizione, ne bilancia e stempera le tinte, fa da cornice.

L’opera di Guasti Logu è come un epigramma o una poesia ermetica di Ungaretti: non ha bisogno di tante parole né di numerosi elementi, si sostanzia e si spiega in un solo tratto, in una sola immagine, in un solo verso.

M. Selva (Argentina)

L’autrice parte dall’arte concettuale per arrivare, attraverso la foto digitale, ad esprimere un universo che nelle sue opere è un buco nero, un condensato di materia e di significanti, non tenendo presenti i quali è impossibile entrare in sintonia con le sue realizzazioni.

“Se diciamo terra pensiamo all’ umanità,all’ uomo e se diciamo uomo non  possiamo evitare di alludere agli elementi della natura: acqua, fuoco, aria, terra”.

    Questo il concetto di fondo dal quale partire per comprendere Margarita Selva ed            addentrarsi nelle intrinseche corrispondenze fra uomo e materia, fra creazione ed evoluzione, fra elementi e loro rappresentazione.

     L’uomo, sottolinea l’Autrice, si sente padrone del mondo e così facendo dissipa e distrugge, non ponendo mente al fatto che tutto è indissolubilmente legato a filo doppio e che proteggere il proprio ambiente è indispensabile per proteggere la propria specie.

     In questi binari si muove la sua ricerca: Selva riconduce il tutto ad unità, lo amalgama, lo rende imprescindibile anche figurativamente e ci consegna un’idea di totalità immediatamente percepibile.

    La complementarietà di tutti gli elementi è chiara, non esistono cesure fra terra, aria, fuoco, acqua, uomo: tutto è legato, tutto si tiene insieme in un equilibrio instabile ed è, questo, il vero punto sul quale la Selva ci invita a riflettere.

Massimo Cremagnani (Italia)

Come in un caleidoscopio, Cremagnani si avvale del mezzo fotografico, spingendosi oltre le possibilità che la tecnica offre, per rendere con immagini molto evocative gli elementi oggetto della sua attenzione.

Le sue sono immagini antropomorfe e nello stesso tempo di un’etereità frutto di lunga ricerca e di appassionato studio della resa per immagini di un mondo che vive di vita propria, si inarca e vibra, brilla di luce individuale e sintetizza, in una costruzione che presuppone profonda conoscenza delle varie tecniche pittoriche, un mondo fatto di percezioni, di colori e di significanti profondi.

La sua esperienza in digital imaging ed in computer painting, lo pongono ad un livello molto alto di specializzazione e creatività ed ogni sua opera è la sintesi perfetta di una vita da professionista della materia e di artista che esplora, con risultati esaltanti, le frontiere più estreme dell’arte digitale.

Matteo Bosi (Italia)

L’autore è un attento ricercatore dell’essenza dell’uomo, della sua composizione e della sua fisicità. Prende a prestito corpi, li rende anonimi contenitori di valori, involucri di altro da sé, partecipi in termini freddi ed estetici della sua ricerca.

L’anima, e solo quella, danno loro la scintilla vitale, li rendono partecipi di un disegno più grande, li fanno diventare parte della natura stessa.

L’uomo al centro del mondo ma parte di esso: con la sua forza e la sua caducità, vive in simbiosi con esso ed è partecipe delle sue trasformazioni.

Nelle opere di Bosi fuoco, terra, aria e acqua sono intrinsecamente connessi alla figura umana, base gli uni dell’altra, legati anche visivamente dalla possibilità che l’arte digitale consente ed esalta.

Se la terra esprime forza e possanza, lieve è la rappresentazione del fuoco che l’uomo ha soggiogato, l’aria attraversa il corpo o viceversa e l’acqua è generata, promana da figure umane che la contengono.

Una rappresentazione della fisicità che sustanzia gli elementi ed indaga sulla natura dei corpi “ospitanti”.

Di forte impatto visivo, le opere di Bosi, con alla base una tecnica tutt’altro che fredda e di innegabile potenza evocativa.

 

 

 

 

 

 

Mirella Esse (Italia)

L’autrice prende spunto dalle figurazioni classiche per creare una sua originale interpretazione della digital art con l’elaborazione al computer ed interventi ex post.

Per sua stessa ammissione la Esse si ritiene una persona che ha bisogno di esprimersi in modo creativo, con qualunque approccio (scrittura, pittura, digital art).

I suoi punti di partenza si rifanno ad un classicismo rivisitato in chiave moderna che può apparire, di primo acchito, inquietante od ossessivo: quello che invece si propone è di attraversare la soglia dell’immediatamente percepibile per accompagnarci in un viaggio che l’uomo intraprende sin dalla notte dei tempi: quello dentro se stesso.

Riprendendo quanto altri hanno scritto per definire le opere di Prassitele, Mirella Esse sottolinea che “…Se con il termine ‘divinità’ s’intende in senso lato l’Oltre che trascende il quotidiano avvicinandoci al sogno, direi che questa affermazione si avvicina al nucleo della mia esperienza figurativa “.

In questo assunto di fondo va la sua ricerca, della quale è apripista, staffetta che consente a noi di penetrare in un mondo che ella percepisce e ci rende per immagini.

La fluidità delle colorazioni, le prospettive dalle quali ci induce a “leggere” brani di sculture classiche mai viste in questa luce, la porosità o durezza dei materiali, sono la sintesi di un lavoro di introspezione e di elaborazione di linguaggi, più che di tecniche, che l’autrice ci fornisce, ai quali dà ancora più valenza e corposità l’uso sapiente delle tecniche digitali.

 

Ottavio Chiaradia (Italia)

Chiaradia, per esprimersi, ha scelto la luce. Abbacinante, prorompente, totalizzante.

Le solarizzazioni fotografiche gli servono per mettere in evidenza un punto d’origine, quello dal quale nasce quell’esplosione di colori e di forza evocativa presente nelle sue opere.

Gli elementi si fondono e si incontrano su di un piano visivo che sembra andare oltre le due dimensioni, ne evocano una terza che si materializza  nell’occhio di chi guarda per la permanenza dell’immagine sulla retina, parlano di sé attraverso la dinamicità dei colori che generano movimento ed evoluzione.

A quel punto, l’aria sembra assorbire tutte le energie di un magma in ebollizione, la luce la fa da padrona e l’elemento liquido ribolle e brilla per questo vortice che luce e colori creano.

Chiaradia dimostra, ove ve ne fosse bisogno, che lo spettacolo della natura, anche senza troppe correzioni che la tecnica offre è, di suo, grandioso e fantasmagorico, specie se a testimoniarlo è un artista con la spiccata sensibilità del Nostro.

 

Giulio Orioli (Italia)

Per le opere di Orioli, bisognerebbe parlare di metrica più che di scatti; di endecasillabi più che di colori. Le sue sono poesie che trovano compimento su altro supporto, con segni più che con parole, con evocazioni spirituali più che con immagini didascaliche.

Le barchette che punteggiano un mare lattiginoso, irreale, perso in nebbie che sanno di antichi quesiti senza risposte, sono note musicali dolcemente distribuite su vari livelli e su piani confinanti.

L’opera dedicata al fuoco è una potente sintesi della storia dell’uomo: Orioli ci propone un moderno Prometeo che il fuoco lo ruba ad Efesto e lo dona agli uomini,  lo offre con un rituale eterno, ne fa il centro del mondo. Tutto il resto è in secondo piano, oscurato, non indispensabile.

L’aria, per l’autore, è espressione massima della vita e lo si coglie dall’affollamento di palpiti e di frulli d’ala che vorticosamente la riempiono, la rendono densa e mobile, ce la fanno sentire nei polmoni.

L’apporto della foto digitale è, in questo caso, minimo e non fondamentale: ogni singolo scatto parte da “dentro”, dalla consonanza dell’autore con l’universo che lo circonda, dalla sintonia con il respiro del mondo e dalla capacità di proporcelo in tutta la sua delicata e poetica potenza.

RASSEGNA INTERNAZIONALE

DI ARTI VISIVE DIGITALI

 

 

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