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Note critiche di ARTURO TUZZI
Sofia Lamadrid (Perù)
Caleidoscopio di luce, simmetrie e specularità, totem ancestrali ed
esplosione di colori. Mondi lontani evocati da segni, sfumature,
brandelli di civiltà e forme che appartengono al pensiero ed
all’immaginario collettivo.
Le opere della Lamadrid pescano a piene mani in ciò che eravamo, nei
lampi di luce che hanno accompagnato l’evoluzione dell’umanità, negli
dei messi a protezione delle sue paure ancestrali, nelle icone nelle
quali l’uomo si è riconosciuto per millenni.
Sofisticate rappresentazioni di terra, acqua, fuoco ed aria che stendono
le ali prima di implodere, costrette in forme geometriche che le
limitano ma danno loro forza e possanza e diritto di cittadinanza nella
coscienza dell’umanità intera.
I suoi riflessi nel mare dei pensieri sono gli stessi in cui lo sguardo
di ognuno di noi si perde, le sue introspezioni in negativo sono i
dagherrotipi di un’umanità che si riflette in dita che cercano al buio
ed in spirali appena evidenziate da ombre e le sue composizioni
ancestrali sono scrigni in cui ciascuno conserva frammenti di anima.
Roberto Scala (Italia)
Colori innaturali, psichedelici, che fondono e confondono i quattro
elementi, deformando il reale che appare così più carico di tensione
dell’invenzione fantastica stessa. Così l’acqua si stempera nella terra
e nel fuoco, l’aria diventa rarefatta ed il risultato è un ircocervo che
vive di vita propria e che stenta ad avere agganci con la realtà. Una
realtà che però si riesce ad afferrare per i capelli, riconoscendola e
declinandola per sensazioni personali. Barriere di fuoco che lasciano
intravedere figure immobili, cariche di tensione, che potrebbero essere
la somma dei pixel di noi stessi, un’aria di un abbacinante celeste che
rimanda a spazi interiori mai esplorati dalla quale, distorta ma
familiare, irrompe un viso che ci è noto, che forse vuole ricordarci
qualcosa. Il mare di Roberto Scala, poi, è piuttosto un magma nel quale
tutto è e tutto si contiene. Un’operazione di specchi distorsivi, la
sua, che ci consente però di rivederci in ogni suo tratto, in ogni
graffio di luce, in ogni elemento che sembra disposto a caso ma recita
una sua parte precisa e determinata nello spettacolo della vita.
Piero Chiariello (Italia)
Quando si dice che la natura dà spettacolo di sé, viene da pensare alle
opere del Nostro che la indaga e compie un percorso al contrario:
dall’universale al particolare, per evidenziare come in ogni atomo di
materia sia racchiuso l’infinito, che si può procedere per scoperte
successive e che è quanto meno presuntuoso parlare di invenzioni. Tutto
è scritto, tutto è: fondamentale è la curiosità e la sensibilità di un
artista, per cogliere l’intima essenza delle parti che sono il tutto. A
differenza di secoli fa, oggi gli strumenti ci sono e Chiariello si
avvale di macro e digitalizzazioni per portare a conoscenza di tutti ciò
che il suo “terzo occhio” coglie. Iodio sublimato che sembra carne,
gocce d’acqua come ideogrammi, panciute oasi di luce che cadenzano il
tempo e bianchi fantasmi che danzano su di uno sfondo nero, traducono
con altro linguaggio, più intrigante e metafisico, ciò che i vocaboli
terra, aria, acqua o fuoco significano nell’accezione comune. Esiste
dunque, per Chiariello ed ora anche per chi si accosta alle sue opere,
un altro linguaggio: più ricco e complesso ma sicuramente più
affascinante.
Paula Cordova (Argentina)
Le sue rappresentazioni dei quattro elementi sono graficamente perfette,
armoniose, inquadrate in uno spazio fisico e visivo che le collocano al
centro dell’attenzione e spingono ad usare ingrandimenti via via
maggiori per tentare di percepire l’essenza stessa dell’immagine.
Zoomare sempre più nelle sue opere è operazione affascinante e non priva
di piacere. Emergono così luminosità poco visibili ad occhio nudo,
intrecci e filigrane, varietà di sfumature ed anse, labirinti, mondi
paralleli nei quali è bello, piacevole ed utile perdersi.
Estetica e significante diventano un tutt’uno, ne ingigantiscono la
percezione, li rendono immediatamente comprensibili.
Il fuoco si espande, diventa astrazione e ricordo di spazi siderali, la
terra il frontespizio di un trattato sulla vita stessa, l’acqua un mondo
in cui perdersi, l’aria un’esplosione di colori e quell’elemento di
purezza al quale non siamo più avvezzi.
Pasquale Chiurazzi (Italia)
Chiurazzi è fotografo nella piena accezione etimologica: è uno che
“scrive per immagini servendosi della luce”. L’uso dell’obiettivo prima
e dell’avvento delle macchine digitali poi, gli hanno solo fornito uno
strumento in più per decrittare la realtà ed esprimerla attraverso altre
raffigurazioni e forme.
Le sue righe di fuoco, ad esempio, sono un amalgama di materia che
brucia e di materia combusta. Mai solo rosse, contengono anche il prima:
le parti già bruciate, erose ormai dalle fiamme. Ed è esercizio
interessante zoomare nell’immagine per cogliere ogni pixel di
un’operazione che è già avvenuta, della quale non siamo stati spettatori
e che, a testimonianza di sé, lascia solo parti in nero o strascichi di
colori.
Chiurazzi propone anche un particolare della Creazione, nella Cappella
Sistina. Due figure di spalle che guardano rapite: due persone qualunque
alle quali è riservato il privilegio di essere testimoni dell’atto
primigenio, quello dal quale tutto ha avuto origine.
Isolati, unici astanti che hanno lasciato fuori il mondo e il suo
vociare, protetti da diaframmi di luce avvolgente o ammutoliti da una
porta oltre la quale si intuisce un fuoco divoratore ma del quale non
avere paura: caldo, protettivo, oltre l’uscio.
Nella rappresentazione della torre di babele, l’unico elemento solido,
rassicurante, certo, è la casa con i tetti spioventi soverchiata dalla
torre che si protende verso il cielo. Un moloch reso ancora più
inquietante da un quadrante di orologio sullo sfondo privo di lancette:
che non può segnare il trascorrere del tempo né scandirlo.
In primo piano, una serie di losanghe, di campi arati o di onde che si
rincorrono, a fare da contraltare luminoso.
In un’altra delle sue opere, un vortice nel quale si amalgamano, invece
di confondersi, i quattro elementi, portando in primo piano, via via che
lo si osserva, ognuno di essi, tutti fondamentali, imprescindibili,
ineliminabili.
E poi fiori di una brillantezza inquietante, quasi femminili d’aspetto,
che esprimono una maternità sottintesa e sembrano colti nell’atto di
parlare sottovoce fra loro.
Gli azzurri e il bianco dell’aria, spalmati in altre immagini digitali,
mettono voglia di aprire i polmoni per respirarli in tutte le loro
nuance.
La terra, poi, potrebbe essere qualsiasi terra: anche quella dei
paesaggi di Rigoni Stern: cupa, calpestata, coperta di neve.
E la scomposizione dei quattro elementi, ognuno costretto in un suo
piano, sono una didascalia di uno studio del tutto, partendo dalla
separazione dei particolari. Operazione impossibile in natura,
invisibile ad occhio nudo, nota solo a quello dell’artista che ce ne dà
testimonianza.
Cerchi concentrici e speculari, poi, riproducenti senz’altro acqua ma
anche materia in movimento che ci guarda dal basso, con occhi
inespressivi ed immoti o acqua in cui si stemperano lettere e simboli,
nella quale trascolora il vissuto di ognuno, si riflette per un attimo e
scompare. Un’immagine invano inseguita nel tentativo di fermarla: appena
colto un segno o un brandello di spiegazione ad una domanda ancestrale,
è già altro: rivolo, vapore, ricordo.
Le foto digitali di Chiurazzi, perciò, non sono solo immagini o
trasfigurazioni computerizzate della realtà, ma realtà esse stesse.
Riconoscibili come forme ed elementi che ci appartengono, evocative,
inquietanti o rassicuranti. Un tramite fra l’artista e noi per
squadernare ed interpretare la vita.
Paola Canova (Italia)
Sensazioni ed emozioni che prendono corpo. Colori che identificano stati
d’animo: di chi guarda più che di chi ha realizzato l’opera. Paola
Canova usa l’arte per “comunicare” che, al di là dal sembrare una
banalità acclarata, è una sorta di transfert fra lei e chi guarda. Una
forma di maieutica per immagini che porta chi guarda a scoprirsi e non
il contrario. Si ha la sensazione di penetrare in un mondo che ci è
noto, che interagisce a fondo con noi, spirituale.
Un’onda immanente, di un blu profondo, sembra colta nell’attimo
dell’impatto, forte di una spinta che viene da millenni, che sembra
fermarsi un attimo per invitare a proseguire un pezzo di strada insieme.
La terra, madre per antonomasia, emerge avviluppata e sinuosa da un
sottofondo multicromatico, il fuoco è costituito da miriadi di stelle
luminose che provengono da lontano ma sono rappresentate come già in
noi, il vento è una presenza palpabile, non eterea, sospesa nello
spazio.
Metafore ancorate alla vita, quelle di Paola Canova, con i piedi sulla
terra e la testa nel bel mezzo del cielo.
Oscar Cabala (Argentina)
Sembra, nelle sue opere, che la materia si pieghi, si accartocci e si
estenda, fino a diventare rappresentazione di altro da sé. Evoca
riflessi e sembra accarezzata dal vento, arsa dal fuoco o immersa
nell’acqua. Ma, immobile, volitiva, quasi in autonomia rispetto ai
progetti dell’artista. Pieghe che ne nascondono altre, che ne
evidenziano altre ancora; ognuna con una sua colorazione originale che
rimanda fruscii, rumori di fondo, vita.
I suoi elementi materici, diversamente rappresentano i quattro elementi:
ne paludano le sembianze, li avvolgono amorosamente in morbidi tessuti
che ce li fanno apparire più amichevoli, tangibili, densi di quelle
morbidezze che ne sconfessano l’irruenza. Un modo di dialogare in
termini più umani e distesi con elementi da sempre temuti e venerati e
considerati volta per volta flagelli, benedizioni del cielo, disastri o
semplici e non interessanti fenomeni naturali. Zabala ce li consegna
quasi in carta regalo, facendocene apprezzare ogni sfumatura.
Nino Oriolo (Italia)
Le proporzioni e la plasticità delle opere di Oriolo rasentano la
perfezione estetica. Guai però a fermarsi a questo primo piano di
lettura, ché si tralascerebbe un livello molto più profondo: quello
della potenza delle immagini fissate nel loro momento topico,
impietosamente fermate nel tempo e nello spazio. Un monito? Un’immagine
con simmetrie perfette e gusto della riflessione approfondita? Non solo
e non tanto questo. Oriolo propone la bellezza di immagini che non
riusciamo a cogliere se non quando qualcuno, che riesce a guardare un
palmo più avanti, le estrapola dal contesto che distrae dal particolare
e ce le propone nella loro immota bellezza. Immobilità apparente, però,
che scatena in ognuno un vortice di sensazioni, un caleidoscopio di
vissuto che ci appartiene e che riviviamo partendo dal bandolo che
Oriolo ci offre.
Alessandro Gambetti (Italia)
Le composizioni surreali dell’Autore, non sono un caravanserraglio che
tutto comprende o un carrello del supermercato in cui si mette tutto nel
timore di dimenticare qualcosa.
Ogni elemento è nella sua esatta postazione, quella voluta da Gambetti,
nella posa o smorfia che gli si confà, a rappresentare esattamente il
personaggio in commedia.
Citazioni colte (pittura fiamminga, Bosch, surrealismo, De Chirico), un
gioco di rimandi letterari, filosofici e pittorici, una visibile
consuetudine con le buone frequentazioni di biblioteche, sono alla base
delle sue composizioni foto-pittoriche. Aria, terra, acqua e fuoco sono
trasversali ad ogni opera, la connotano, la permeano al punto di
spingere a riconoscerne ogni singolo segno nella dovizia di oggetti
evocativi portati all’attenzione di chi “legge”. Gli angeli e i demoni
si confondono, confondono; le verità nascoste si riflettono e si
appalesano; i vizi capitali hanno la consistenza della terra o la levità
dell’aria, la liquidità dell’acqua o la forza del fuoco.
L’alchimia di fondo, quella che l’autore propone, è la summa di un
campionario dell’umana natura che convive con un colibrì, si rivede in
una superficie riflettente, è trapassata da parte a parte, si perde in
un rivolo o si frantuma per cause ignote.
Opere in più volumi, quelle di Gambetti, che meritano di essere lette
pagina dopo pagina, immagine per immagine, nel tentativo di riconoscere
e riconoscersi.
Eugenia Mola (Italia)
Eugenia Mola ha un evidente interesse prevalente. Ancestrale e di una
fisicità evidente. L’autrice, da sempre, disegna, fotografa, rappresenta
il cavallo, quintessenza di forza e bellezza, tramite e interprete di
uno stretto connubio con gli elementi. Aria, terra, acqua, il fuoco
stesso, sono così la più degna delle cornici che si possono immaginare
per rappresentare chi ha accompagnato la storia dell’uomo nei millenni.
La Mola si accosta all’argomento con la delicatezza che le è
connaturata: senza invadenza, senza forzature e con lievi tratti in
sovrascrittura epistemologica. La forza delle immagini proposte non ha
così bisogno di sovrastrutture linguistiche o pittoriche: emerge
impetuosamente di suo e si propone nella sua primordiale energia.
L’autrice ne accompagna soltanto il movimento con poche linee, lo
avvicina a noi, fa in modo che si lasci accarezzare dallo sguardo,
trasmettendoci tutta la vitalità di cui è portatore dalla notte dei
tempi.
Humberto Mayol (Cuba)
Dalle opere dell’autore irrompe prepotentemente Goya. “En busca de un
sueño” è
l’ interpretazione del sonno della ragione che genera mostri. I colori e
le sensazioni sono forti, le allegorie proposte sono la rappresentazione
di una realtà dura e che fa parte del nostro DNA.
Brandelli di cronaca e di ricordi si inseguono, si sovrappongono,
invadono il campo visivo.
I colori sono forti e dilaganti, contengono in una sorta di blob tutti i
simboli della nostra società consumistica, violenta, a tinte forti. Né
potrebbe essere altrimenti. Mayol non indora la pillola, anzi ci
specifica che il suo sapore è più amaro di quanto immaginiamo, ha le
connotazioni delle immagini rimosse, di ciò che non vogliamo vedere.
Nelle sue opere convivono delicate rose e distese sterminate nelle quali
campeggiano migliaia di candele, bambole ormai spente e non più compagne
di giochi e riferimenti ad i conflitti che stanno insanguinando il
mondo. Da un’immaginaria quinta, occhi guardano chi guarda. Con aria
interrogativa. Quasi una domanda sospesa ed inespressa. Saprà l’umanità
dare risposte, sembra chiederci Mayol?
Lello Bavenni (Italia)
Le sue opere si traducono in immagini surreali e colori esasperati. Gli
elementi irrompono dagli spazi ed invadono la superficie dei piani di
lettura. Il figurativo (s)confina con l’astratto e la percezione
cromatica risulta volutamente alterata dalla padronanza dell’uso del
mezzo digitale e delle tecniche di elaborazione informatica.
Non puro meccanicismo, però, ma un modo di piegare le possibilità
offerte dalla tecnologia a quanto Bavenni vuole esprimere in modo
compiuto.
Ed ecco allora che sulle scoscese pareti del Vesuvio fiorisce un
magnifico prato quale nemmeno in Cartoonia è possibile vedere: verde
brillante, folto, soffice. Se i parenti non si possono scegliere, sembra
dire il Nostro, che almeno gli spazi mentali abbiano i colori delle
nostre emozioni! Ed è per questi motivi, a mio avviso, che Bavenni fa un
percorso contrario e di segno opposto al resto dell’umanità. Invece di
andare al mare, se lo porta in casa, gli attribuisce toni e colori, lo
fa accomodare in salotto, gli apre le porte, così che anche l’elemento
principe del nostro pianeta, possa anch’esso visitare la parte di mondo
che altrimenti non vedrebbe mai. Un ospite. Di riguardo, col vestito
buono, ma un ospite.
Dello stesso tenore la finestra ellittica che fa da protagonista
assoluta in un piano completamente buio. Nel quale non sono importanti
gli elementi che potrebbero riempirlo, né la luce che li illuminerebbe.
Qui le ombre e le sfumature del Caravaggio non hanno cittadinanza. La
star è il blu accecante messo al centro focale dell’opera, attraversato
da una nuvola migrante che occhieggia curiosa attraverso il varco fra un
mondo e l’altro.
Lorenzo Guasti ” Logu” (Italia)
E’ l’autore un naturalista, un entomologo, un Conrad Lorenz in salsa
digitale?
Certamente ha il gusto sapiente del bilanciamento degli elementi e degli
effetti cromatici che, insieme, producono.
Ogni elemento rappresentato non toglie spazio all’altro, non lo
“impalla”, non gli sottrae colore e/o calore.
La terra è distesa, indicizzata, rappresentata nei suoi capitoli
principali: su di essa, lieve, l’aria porta in proscenio una piuma e
sotto di essa un fuoco che non brucia. Discreta, trasparente,
incanalata, l’acqua fa da substrato alla composizione, ne bilancia e
stempera le tinte, fa da cornice.
L’opera di Guasti Logu è come un epigramma o una poesia ermetica di
Ungaretti: non ha bisogno di tante parole né di numerosi elementi, si
sostanzia e si spiega in un solo tratto, in una sola immagine, in un
solo verso.
M. Selva (Argentina)
L’autrice
parte dall’arte concettuale per arrivare, attraverso la foto digitale,
ad esprimere un universo che nelle sue opere è un buco nero, un
condensato di materia e di significanti, non tenendo presenti i quali è
impossibile entrare in sintonia con le sue realizzazioni.
“Se diciamo
terra pensiamo all’ umanità,all’ uomo e se diciamo uomo non possiamo
evitare di alludere agli elementi della natura: acqua, fuoco, aria,
terra”.
Questo
il concetto di fondo dal quale partire per comprendere Margarita Selva
ed addentrarsi nelle intrinseche corrispondenze fra uomo e
materia, fra creazione ed evoluzione, fra elementi e loro
rappresentazione.
L’uomo,
sottolinea l’Autrice, si sente padrone del mondo e così facendo dissipa
e distrugge, non ponendo mente al fatto che tutto è indissolubilmente
legato a filo doppio e che proteggere il proprio ambiente è
indispensabile per proteggere la propria specie.
In
questi binari si muove la sua ricerca: Selva riconduce il tutto ad
unità, lo amalgama, lo rende imprescindibile anche figurativamente e ci
consegna un’idea di totalità immediatamente percepibile.
La
complementarietà di tutti gli elementi è chiara, non esistono cesure fra
terra, aria, fuoco, acqua, uomo: tutto è legato, tutto si tiene insieme
in un equilibrio instabile ed è, questo, il vero punto sul quale la
Selva ci invita a riflettere.
Massimo
Cremagnani (Italia)
Come in un caleidoscopio, Cremagnani si avvale del mezzo fotografico,
spingendosi oltre le possibilità che la tecnica offre, per rendere con
immagini molto evocative gli elementi oggetto della sua attenzione.
Le sue sono immagini antropomorfe e nello stesso tempo di un’etereità
frutto di lunga ricerca e di appassionato studio della resa per immagini
di un mondo che vive di vita propria, si inarca e vibra, brilla di luce
individuale e sintetizza, in una costruzione che presuppone profonda
conoscenza delle varie tecniche pittoriche, un mondo fatto di
percezioni, di colori e di significanti profondi.
La sua esperienza in digital imaging ed in computer painting, lo pongono
ad un livello molto alto di specializzazione e creatività ed ogni sua
opera è la sintesi perfetta di una vita da professionista della materia
e di artista che esplora, con risultati esaltanti, le frontiere più
estreme dell’arte digitale.
Matteo Bosi (Italia)
L’autore è un attento ricercatore dell’essenza dell’uomo, della sua
composizione e della sua fisicità. Prende a prestito corpi, li rende
anonimi contenitori di valori, involucri di altro da sé, partecipi in
termini freddi ed estetici della sua ricerca.
L’anima, e solo quella, danno loro la scintilla vitale, li rendono
partecipi di un disegno più grande, li fanno diventare parte della
natura stessa.
L’uomo al centro del mondo ma parte di esso: con la sua forza e la sua
caducità, vive in simbiosi con esso ed è partecipe delle sue
trasformazioni.
Nelle opere di Bosi fuoco, terra, aria e acqua sono intrinsecamente
connessi alla figura umana, base gli uni dell’altra, legati anche
visivamente dalla possibilità che l’arte digitale consente ed esalta.
Se la terra esprime forza e possanza, lieve è la rappresentazione del
fuoco che l’uomo ha soggiogato, l’aria attraversa il corpo o viceversa e
l’acqua è generata, promana da figure umane che la contengono.
Una rappresentazione della fisicità che sustanzia gli elementi ed indaga
sulla natura dei corpi “ospitanti”.
Di forte impatto visivo, le opere di Bosi, con alla base una tecnica
tutt’altro che fredda e di innegabile potenza evocativa.
Mirella Esse (Italia)
L’autrice prende spunto dalle figurazioni classiche per creare una sua
originale interpretazione della digital art con l’elaborazione al
computer ed interventi ex post.
Per sua stessa ammissione la Esse si ritiene una persona che ha bisogno
di esprimersi in modo creativo, con qualunque approccio (scrittura,
pittura, digital art).
I suoi punti di partenza si rifanno ad un classicismo rivisitato in
chiave moderna che può apparire, di primo acchito, inquietante od
ossessivo: quello che invece si propone è di attraversare la soglia
dell’immediatamente percepibile per accompagnarci in un viaggio che
l’uomo intraprende sin dalla notte dei tempi: quello dentro se stesso.
Riprendendo quanto altri hanno scritto per definire le opere di
Prassitele, Mirella Esse sottolinea che “…Se con il termine ‘divinità’
s’intende in senso lato l’Oltre che trascende il quotidiano
avvicinandoci al sogno, direi che questa affermazione si avvicina al
nucleo della mia esperienza figurativa “.
In questo assunto di fondo va la sua ricerca, della quale è apripista,
staffetta che consente a noi di penetrare in un mondo che ella
percepisce e ci rende per immagini.
La fluidità delle colorazioni, le prospettive dalle quali ci induce a
“leggere” brani di sculture classiche mai viste in questa luce, la
porosità o durezza dei materiali, sono la sintesi di un lavoro di
introspezione e di elaborazione di linguaggi, più che di tecniche, che
l’autrice ci fornisce, ai quali dà ancora più valenza e corposità l’uso
sapiente delle tecniche digitali.
Ottavio Chiaradia (Italia)
Chiaradia, per esprimersi, ha scelto la luce. Abbacinante, prorompente,
totalizzante.
Le solarizzazioni fotografiche gli servono per mettere in evidenza un
punto d’origine, quello dal quale nasce quell’esplosione di colori e di
forza evocativa presente nelle sue opere.
Gli elementi si fondono e si incontrano su di un piano visivo che sembra
andare oltre le due dimensioni, ne evocano una terza che si
materializza nell’occhio di chi guarda per la permanenza dell’immagine
sulla retina, parlano di sé attraverso la dinamicità dei colori che
generano movimento ed evoluzione.
A quel punto, l’aria sembra assorbire tutte le energie di un magma in
ebollizione, la luce la fa da padrona e l’elemento liquido ribolle e
brilla per questo vortice che luce e colori creano.
Chiaradia dimostra, ove ve ne fosse bisogno, che lo spettacolo della
natura, anche senza troppe correzioni che la tecnica offre è, di suo,
grandioso e fantasmagorico, specie se a testimoniarlo è un artista con
la spiccata sensibilità del Nostro.
Giulio Orioli (Italia)
Per le opere di Orioli, bisognerebbe parlare di metrica più che di
scatti; di endecasillabi più che di colori. Le sue sono poesie che
trovano compimento su altro supporto, con segni più che con parole, con
evocazioni spirituali più che con immagini didascaliche.
Le barchette che punteggiano un mare lattiginoso, irreale, perso in
nebbie che sanno di antichi quesiti senza risposte, sono note musicali
dolcemente distribuite su vari livelli e su piani confinanti.
L’opera dedicata al fuoco è una potente sintesi della storia dell’uomo:
Orioli ci propone un moderno Prometeo che il fuoco lo ruba ad Efesto e
lo dona agli uomini, lo offre con un rituale eterno, ne fa il centro
del mondo. Tutto il resto è in secondo piano, oscurato, non
indispensabile.
L’aria, per l’autore, è espressione massima della vita e lo si coglie
dall’affollamento di palpiti e di frulli d’ala che vorticosamente la
riempiono, la rendono densa e mobile, ce la fanno sentire nei polmoni.
L’apporto della foto digitale è, in questo caso, minimo e non
fondamentale: ogni singolo scatto parte da “dentro”, dalla consonanza
dell’autore con l’universo che lo circonda, dalla sintonia con il
respiro del mondo e dalla capacità di proporcelo in tutta la sua
delicata e poetica potenza. |