TRA FEDE E
TRADIZIONE: LE PROCESSIONI DELLA SETTIMANA DI PASQUA
La tradizione
religiosa nel Meridione d’Italia è stata sempre molto profonda.
Questo sin dai tempi antichi, oserei dire paleolitici e neolitici,
quand’ancora in questi luoghi vivevano primitive genti autoctone.
Gli ideogrammi, i pittogrammi, la scrittura per immagini dell’età
della pietra che noi possiamo ammirare sulle pareti delle grotte
frequentate dall’uomo primitivo in Basilicata, in Calabria, in
Sicilia, in Sardegna, nel Molise e nell’Abruzzo, in Campania come in
Puglia, stanno a testimoniare questa verità. Illuminante è l’esempio
della Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto) nel Salento
(Puglia), datata quattro mila anni a. C., dove è possibile ammirare
una figura, il cosiddetto “Dio che danza”, caratterizzata da movenze
che inducono all’interpretazione di una chiara vita spirituale
dell’uomo vissuto in quei luoghi millenni d’anni fa.
Così lo storico
archeologo Paolo Graziosi, nel suo capolavoro “Le pitture
preistoriche della grotta di Porto Badisco” (Giunti-Martello,
Firenze 1980), definisce, alle pp. 152-153, questo pittogramma
figurato antropomorficamente: «Sia pure nella sua accentuata
deformazione in senso curvilineo e spiraliforme, questa figura è
piena di vitalità: le gambe divaricate e piegate al ginocchio, i
piedi ben marcati, le braccia formanti all’estremità un ricciolo, le
spalle massiccie, la testa triangolare e sormontata da piccoli
tratti, probabile rappresentazione dei capelli o di una particolare
acconciatura. In basso tra le gambe si vedono due figure ad S
affrontate».
È stato
ampiamente dimostrato che questa descrizione corrisponde a quella di
una figura divinatoria, lì raffigurata per essere adorata.
La religiosità
delle genti meridionali è continuata poi con l’inizio della storia
vera e propria; prima con gli autoctoni come, ad esempio, i messapi,
i peuceti, i dauni, i lucani, i calabri, altri ancora;
successivamente, con l’arrivo sulle coste di nuove genti provenienti
dalle sponde opposte del Mediterraneo come, ad esempio, gli illiri,
i fenici, i licii, i greci, altri ancora. Proprio quest’ultimi, i
greci appunto, insediandosi come colonizzatori sulle coste
meridionali di quel territorio che noi oggi chiamiamo Italia,
diedero consistenza ad una loro nuova patria, la cosiddetta Magna
Grecia. In essa vissero e svilupparono il loro sapere le nuove
popolazioni, con vecchi ed antichi riti, con nuove ed antiche fedi
alle quali si combinarono ritualità e credenze fra cui, prima fra
tutte, il Cristianesimo.
Caratteristica
fu la combinazione di elementi sacro-profani che, sincreticamente,
si intersecarono fra di loro per cui, oggi, non c’è da stupirsi se,
osservando un rito o una festa religiosa in una delle tante città
piccola o grande del Meridione d’Italia, ci accorgiamo che spesso il
profano convive col sacro. Indubbia però è sempre stata, e lo è
ancora, la convinta religiosità delle genti che partecipano ai riti
religiosi. Tipico esempio sono i riti della Settimana Santa della
Pasqua cristiana, fortemente sentita un po’ in quasi tutto il Sud.
A Francavilla
Fontana (Taranto), il Venerdì di Passione, detto anche Venerdì
dell’Addolorata, che è il venerdì precedente la Domenica delle
Palme, viene celebrato con la statua della Madonna che, prima di
uscire in processione, viene vestita con abito prezioso e manto nero
ricamati con fili d’oro. Interessante particolare è che la
vestizione è curata con profonda devozione dalle consorelle eredi
della Viscontessa spagnola Carmela Brost, vedova di Giosuè Forleo,
sindaco della città nel 1832, che tramandò tale privilegio con
testamento del 30 maggio 1879 e che indicava gli elementi della
vestizione e dell’intero rito riguardante la Madonna: «una corona di
argento dorato, un abito di stoffa in seta e manto ricamato in oro,
un calice con tre angeli che lo sostengono in oro, la base dorata
della statua, le carte di gloria colle cornici d’argento, un’urna ed
un baldacchino di legno dorato, una tovaglia per l’altare ricamato
in oro, due candelieri di bronzo dorato ed un fazzoletto bainco
ricamato».
Evidente in
questa descrizione la personalizzazione del rito religioso su base
individuale (del fu sindaco Giosuè Forleo) che, per la vestizione
della Madonna, pone alcune precise predisposizioni. Tipico anche in
questa processione del Venerdì Santo di Francavilla Fontana è la
presenza dei “Pappamusci”, devoti incappucciati che, scalsi , con un
camice bianco, una mozzetta e uno scapolare con la scritta “Decor
Carmeli” vanno di chiesa in chiesa a pregare inginocchiati davanti
al Sacramento. Durante la processione battono spesso sul selciato
dei lunghi bastoni come pure battono le tremule, uno strumento
sonoro composto da due legni duri che si contrappongono.
A Gallipoli, in
provincia di Lecce, la settimana della Pasqua cristiana è uno dei
momenti più toccanti dell’anno. C’è stato un tempo in cui le donne
gallipoline indossavano il nero del lutto già molti giorni prima per
poi smetterlo solo il giorno della domenica di Risurrezione. Diverse
sono le processioni che si tengono durante le due settimane che la
precedono.
La prima è
quella del Venerdì dell’Addolorata, precedente la Domenica delle
Palme. La processione si compone di “confratelli” della
Confraternita dei pescatori appartenenti alla Chiesa di Santa Maria
degli Angeli, che vestono sacco, mozzetta e cappuccio nerissimi con
in mano grandi torce di cera. La statua dell’Addolorata è vestita
con l’abito di seta nero riccamente ricamato in oro, seguono i
devoti vestiti in gramaglia e i sacerdoti che, sotto il pallio,
innalzano il Legno della Croce di Cristo. La processione percorre
tutte le vie cittadine per finire infine nella Basilica Cattedrale
dove si svolgono i sacri riti accompagnati da una musica popolare
chiamata “Frottola”.
Il Giovedì
Santo, che è poi il giovedì della settimana di Pasqua, c’è il rito
del Ciborio (Grande Mistero Eucaristico), impropriamente chiamato
Sepolcro, dove i devoti si recano per pregare e cantare, intanto che
le strade cittadine sono percorse da alcuni araldi, chi con lo
tromba chi col tamburo chi con la “trozzula”, quest’ultima del tipo
come della “tremula” già accennata. Ad ogni squillo lamentoso della
tromba si accompagna il tonfo rauco della tamorra e l’atono stridìo
della “trozzula”. Le strade della città sono percorse dagli
“incappucciati”, denominati anche “mai”; si tratta di confratelli
appartenenti alle Confraternite che in Gallipoli sono molte, tante
quante sono le chiese, e che rappresentano antichissime medioevali
corporazioni di arti e mestieri, prima fra tutti quella dei bottai
(rappresentativa della Confraternita del Ss.mo Crocefisso), cioè i
costruttori delle botti di vino, aceto, olio, anticamente
commerciati nel porto della città. La distinzione tra gli
“incappucciati” per l’appartenenza a questa o a quella Confraternita
viene fatta sulla base del colore del cappuccio.
Per il Venerdì
Santo le processioni sono diverse, ma quella più caratteristica e
quella della notte. La Confraternita dei bottai (Chiesa del Ss.mo
Crocefisso), caratterizzata dai confratelli con cappuccio e saio
rossi e mozzetta celeste, ha l’onore di portare processionalmente l’Urnia
del Cristo Morto, quella dei pescatori (Chiesa di Santa Maria degli
Angeli), caratterizzata dai confratelli con cappuccio e saio bianchi
e mozzetta azzurra, quella della Vergine Addolorata. Al lamento
della tromba e al rullìo del tamburo, la processione, con in testa
la “Croce dei Misteri”, si snoda per le vie della città. I
confratelli “incappucciati” e i devoti seguono il sacro feretro con
corone di spine sulla testa, alcuni trascinano pesanti croci, altri
grandi massi, altri ancora, a piedi scalzi, si piagano il corpo. La
processione, terminato il lunghissimo giro per le vie della città,
che a volte può durare anche cinque ore, si ritira nei pressi del
torrione prospiciente il mare di ponente, davanti all’isola di Sant’Andrea,
e tra le due chiese, quella del Crocefisso e quella di Santa Maria
degli Angeli. E qui avviene qualcosa di straordinario e di
“sconvolgente”. La drammatizzazione della deposizione dell’Urnia del
Cristo Morto davanti all’Addolorata si trasforma in un pathos
generale che coglie e raccoglie ogni presente.