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ARTURO TUZZI

 

Trattando di religiosità e soprattutto di quella relativa ai riti, non si puo’ non fare riferimento all’ancestrale rapporto che lega gli uomini alle rappresentazioni delle divinità.

Simboli, totem, immagini, hanno fatto da interfaccia fra l’umanità ed il divino, hanno preteso devozioni e sacrifici, punendo o premiando.

Che si trattasse di irrigare campi, di propiziare il raccolto o qualsiasi altro aspetto della vita, che fossero simulacri di religioni monoteiste o politeiste, che avessero aspetto rassicurante o orrorifico, tutto passava comunque attraverso la loro intercessione.

La storia dell’uomo è costellata di sacrifici umani. A partire dai Maya, passando attraverso il sacrificio di Isacco e fino ai sacrifici incruenti dove fiori e frutta erano l’omaggio dovuto al dio, ogni epoca ha delegato a rappresentare i bisogni dell’umanità “di basso” a simboli più o meno antropomorfi o ideali.

Questa mostra vuole essere una panoramica che rende appieno quanto sopra e si propone di far riflettere sui molteplici aspetti di una religiosità che, se ha evidenti punti di contatto, pure differisce per simboli, rappresentazioni, modi di viverla. Sono un esempio i riti della Settimana Santa che si celebrano in tutta Italia e che accomunano un popolo, raccolto intorno ad una condovisione del termine religiosità, con poche ma significative varianti.

I riti del Giovedì e del Venerdì santo a Taranto, ad esempio, coinvolgono l’intera città che si stringe intorno ad una processione che si snoda per una notte intera (quella dell’Addolorata) percorrendo le strade cittadine in un’atmosfera dalla quale è difficile non farsi coinvolgere. Le note delle marce suonate dalle bande al seguito, sono l’esaltazione di un dolore profondo e collettivo che ha il suo culmine nell’incontro fra l’Addolorata, madre per eccellenza, e suo figlio Gesù portato al sacrificio attraverso il quale redimerà i peccati dell’umanità.

Non da meno sono i riti che si svolgono in Spagna, a Siviglia, ma molto più colorati, ritmati, con la partecipazione di un’intera città e di centinaia di confratelli che danno vita a lunghe processioni di forte impatto emotivo e cromatico.

Di forte impatto emotivo, forse la più ancestrale e fra le poche in Italia ad aver conservato questa particolare forma di ritualità e di religiosità “fisica”, i riti che si svolgono a Nocera Terinese, noti come “I vattienti”.

Una lunga preparazione, strumenti di autoflagellazione reale e non solo scenografica i protagonisti di questi riti, legati da un nastro rosso ad un giovane che li segue di corsa per tutta la città e che porta una croce come simbolo di pentimento ed a rappresentare il Cristo, si percuotono le gambe con un tampone nel quale sono confitti pezzi di vetro, fino a farsi scorrere il sangue col quale saranno segnate le porte delle abitazioni, le persone incontrate, la chiesa stessa dove i riti trovano compimento.

Una rappresentazione che non ha nulla di folcloristico ma vuole rendere appieno il sentimento di una comunità che attraverso questo rituale si perpetua da tempo immemore, si redime e si lava nel sangue dei suoi rappresentanti presso il divino.

Per finire, uno scenario completamente diverso, irreale per colori e latitudine e estranei ai più: riti religiosi che appartengono a culture animiste, santoni nudi e dipinti completamente di bianco che percorrono spesso migliaia di chilometri per recarsi al fiume sacro.

Nutriti e rispettati da tutti, evanescenti ma fortemente simbolici e carichi di una religiosità che non ha bisogno di simulacri portati in processione né bande o di offerte votive costose ed appariscenti. Di sottofondo, una nenia monocorde che va dritto al fondo dell’anima, che ci ripropone le radici comuni, che ci spoglia di sovrastrutture e ci consente di andare al cuore di ciò che la religiosità, comunque espressa, significa.

Una carellata di emozioni piu’ che di immagini, questa mostra che, molto sommessamente, invita a riflettere e a ripensare, ognuno nel suo intimo, al proprio modo di sentire il sacro. Con un approccio più umile ed aperto, perché a qualunque latitudine e comunque la si coniughi, l’intima essenza della religiosità attiene all’uomo senza differenza di lingua o di colore ed in questa vera ed unica accezione dovrebbe essere vissuta e praticata.

 


Arturo Tuzzi

 

 

 

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