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Trattando di
religiosità e soprattutto di quella relativa ai riti, non si puo’
non fare riferimento all’ancestrale rapporto che lega gli uomini
alle rappresentazioni delle divinità.
Simboli, totem,
immagini, hanno fatto da interfaccia fra l’umanità ed il divino,
hanno preteso devozioni e sacrifici, punendo o premiando.
Che si trattasse
di irrigare campi, di propiziare il raccolto o qualsiasi altro
aspetto della vita, che fossero simulacri di religioni monoteiste o
politeiste, che avessero aspetto rassicurante o orrorifico, tutto
passava comunque attraverso la loro intercessione.
La storia
dell’uomo è costellata di sacrifici umani. A partire dai Maya,
passando attraverso il sacrificio di Isacco e fino ai sacrifici
incruenti dove fiori e frutta erano l’omaggio dovuto al dio, ogni
epoca ha delegato a rappresentare i bisogni dell’umanità “di basso”
a simboli più o meno antropomorfi o ideali.
Questa mostra
vuole essere una panoramica che rende appieno quanto sopra e si
propone di far riflettere sui molteplici aspetti di una religiosità
che, se ha evidenti punti di contatto, pure differisce per simboli,
rappresentazioni, modi di viverla. Sono un esempio i riti della
Settimana Santa che si celebrano in tutta Italia e che accomunano un
popolo, raccolto intorno ad una condovisione del termine
religiosità, con poche ma significative varianti.
I riti del
Giovedì e del Venerdì santo a Taranto, ad esempio, coinvolgono
l’intera città che si stringe intorno ad una processione che si
snoda per una notte intera (quella dell’Addolorata) percorrendo le
strade cittadine in un’atmosfera dalla quale è difficile non farsi
coinvolgere. Le note delle marce suonate dalle bande al seguito,
sono l’esaltazione di un dolore profondo e collettivo che ha il suo
culmine nell’incontro fra l’Addolorata, madre per eccellenza, e suo
figlio Gesù portato al sacrificio attraverso il quale redimerà i
peccati dell’umanità.
Non da meno sono
i riti che si svolgono in Spagna, a Siviglia, ma molto più colorati,
ritmati, con la partecipazione di un’intera città e di centinaia di
confratelli che danno vita a lunghe processioni di forte impatto
emotivo e cromatico.
Di forte impatto
emotivo, forse la più ancestrale e fra le poche in Italia ad aver
conservato questa particolare forma di ritualità e di religiosità
“fisica”, i riti che si svolgono a Nocera Terinese, noti come “I
vattienti”.
Una lunga
preparazione, strumenti di autoflagellazione reale e non solo
scenografica i protagonisti di questi riti, legati da un nastro
rosso ad un giovane che li segue di corsa per tutta la città e che
porta una croce come simbolo di pentimento ed a rappresentare il
Cristo, si percuotono le gambe con un tampone nel quale sono
confitti pezzi di vetro, fino a farsi scorrere il sangue col quale
saranno segnate le porte delle abitazioni, le persone incontrate, la
chiesa stessa dove i riti trovano compimento.
Una
rappresentazione che non ha nulla di folcloristico ma vuole rendere
appieno il sentimento di una comunità che attraverso questo rituale
si perpetua da tempo immemore, si redime e si lava nel sangue dei
suoi rappresentanti presso il divino.
Per finire, uno
scenario completamente diverso, irreale per colori e latitudine e
estranei ai più: riti religiosi che appartengono a culture animiste,
santoni nudi e dipinti completamente di bianco che percorrono spesso
migliaia di chilometri per recarsi al fiume sacro.
Nutriti e
rispettati da tutti, evanescenti ma fortemente simbolici e carichi
di una religiosità che non ha bisogno di simulacri portati in
processione né bande o di offerte votive costose ed appariscenti. Di
sottofondo, una nenia monocorde che va dritto al fondo dell’anima,
che ci ripropone le radici comuni, che ci spoglia di sovrastrutture
e ci consente di andare al cuore di ciò che la religiosità, comunque
espressa, significa.
Una carellata di
emozioni piu’ che di immagini, questa mostra che, molto
sommessamente, invita a riflettere e a ripensare, ognuno nel suo
intimo, al proprio modo di sentire il sacro. Con un approccio più
umile ed aperto, perché a qualunque latitudine e comunque la si
coniughi, l’intima essenza della religiosità attiene all’uomo senza
differenza di lingua o di colore ed in questa vera ed unica
accezione dovrebbe essere vissuta e praticata.
Arturo Tuzzi |