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Laura Jelenkovich
Ho iniziato la
mia avventura di fotografo professionista affrontando una grande
sfida: raccontare attraverso le immagini le realtà della vita
africana, sempre filtrate dalla carta stampata o dallo schermo
di un televisore. Chi guarda non tocca le lacrime dei bambini e
non sente veramente il loro pianto: sono immagini che scorrono
di pance enormi e corpi magrissimi per la denutrizione, di
sofferenza, di volti scavati e occhi colmi di tristezza.
L’Africa è anche questo, sì, ma non soltanto questo: è un paese
dove i bimbi hanno sguardi fatti di innocenza, l’innocenza che
trovano crescendo tra un cielo profondo e intenso, una terra
rossa e vibrante come lava sotto il sole, tra alberi con rami
carichi di verdi fantasmi tesi all’infinito. Sono desiderosi di
carezze, di abbracci e di affetto. E’ questo che volevo
trasmettere attraverso le mie foto: la passione, la forza e la
vitalità che impregna ogni granello di polvere. Catturare
l’impressione del momento e imprigionarne il senso. All’apertura
della mia mostra fotografica sul Centro Africa era presente uno
dei missionari che avevo conosciuto durante la mia permanenza a
Baoro. C’erano le telecamere di Raitre e alcuni giornalisti. Ma
l’unica voce che volevo ascoltare era quella del missionario che
si aggirava estatico tra le foto, con gli occhi che brillavano,
e ripeteva tra sé: “Oh sì, è proprio così. Il mio mercato, la
mia gente. Ecco mentre preparano la manioca. Sì è davvero la mia
Africa”. Non dimenticherò mai quelle parole, sono la critica
migliore del mio lavoro che abbia mai ricevuto. Non importa lo
stile, né l’elogio accademico. Bisogna comunicare e secondo lui
l’avevo fatto. L’Africa è una terra dove la magia si sprigiona
in ogni alito di vento, si diffonde nell’aria e ti ruba l’anima.
La mia l’ha già presa, forse, da lontano, toccherà anche la
vostra. |