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ARTURO TUZZI
Contrariamente a quanto si fa di solito, nel presentare gli
artisti che partecipano ad una rassegna, che espongono le loro opere e
dei quali si evidenziano tecniche, studi compiuti, mostre alle quali
hanno partecipato e via di seguito, per quest’occasione, sfuggendo alla
tentazione di ricorrere ad iperboli tanto care ad una certa critica
d’arte, a concetti aulici ed allo sfoggio della personale ed
autogratificante cultura artistica, vorrei porre l’accento solo e
soltanto sulle emozioni che le opere presenti danno a chi le guarda con
l’attenzione dovuta alla capacità di sintesi, suggestiva e profonda, che
gli artisti hanno saputo trasfondere in tele, colori, materiali.
Seguendo solo un ordine casuale e non di merito, vorrei perciò
appuntare con invisibili spilli alcune considerazioni che, spero,
artisti e fruitori terranno nel conto che esse meritano: riflessioni
dettate dalle emozioni che le opere suscitano più che dalla tecnica alla
base di ognuna di esse e dal tentativo (vano e tronfio) di dare chiavi
di lettura che scontano la particolare visione di ognuno di noi, pur
avendo la presunzione dell’universalità.
Andrea INDELLICATI propone due interessantissime opere nelle quali, in uno spazio
magmatico, in un mare cupo e buio quanto può essere stata la vita della
protagonista alla quale si è ispirato, Isabella, galleggiano presenze
ataviche e screziate: una grande luna proposta in due differenti
tonalità di colore, una stella marina (perfetta nelle forme come può
esserlo il tre in numerologia), due profili umani rappresentati come
nelle iscrizioni egizie in evidente fuga dalla tela e quindi dalla vita
stessa e macchie di colore come quelle gassose del sole, textures e
graffi. Rappresentazioni di forte impatto emotivo con evidentissimi
richiami alla vita disperata di Diego ed Isabella.
Nelle opere di
Andrea MORA l’impatto cromatico è violento, con una predominanza di rossi
inquietanti e di neri profondi, abissi dell’anima nei quali un
caleidoscopio cromatico centrifuga un’esistenza, la rende in mille
frammenti, ne ricompone pezzi e ne lancia altri a distanza siderale. E
ancora, una figura di donna ritratta a mani giunte, su di un fianco,
muta, luminosa e severa, prostrata dalla vita ma non vinta. Più di mille
parole, più di una rappresentazione didascalica, queste opere raccontano
ed evocano, ricordano e ammoniscono.
Quelle di
Antonia RAGO sembrano, a prima vista, di più immediata lettura. Così non è e
non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalla delicatezza delle
tessiture, dalla morbidezza dei colori, dalle simmetriche geometrie cui
rispondono le opere dell’autrice. Queste vere e proprie composizioni
rinascimentali (il periodo di Diego ed Isabella è proprio quello, non lo
si dimentichi) nella loro delicatezza hanno il merito di rendere,
scavando nel profondo, la vera anima di una donna e di una poetessa che
ha lasciato di sé tracce forti e non merletti d’organza, l’impronta di
una vita travagliata e di un destino crudele e non versi gioiosi e
blandi. La stessa icona che ne rappresenta le fattezze è costretta in un
cammeo, circoscritto da un cerchio, stretto da rombi, coperto da una
fitta rete dalla quale nulla può evadere. La Rago ci consegna così
Isabella prigioniera di più livelli metaforici e fisici e la sensazione
di evanescenza che suggeriscono le forme ed i colori, lasciano il passo
ad una dolorante comprensione del destino di Isabella.
Antonio MASSARI
propone due opere completamente difformi fra di loro: una violenta
spettrografia sui toni accesi del rosso, un fiume di lava in piena,
un’inarrestabile corsa verso un destino che si compie a prescindere da
sé, che tutto brucia sul suo percorso e di tutto si nutre, fino a
diventare materia non più viva, fissa ma non inerte, proprio perché
consapevole di quanto vissuto in uno spazio esiguo di tempo. La seconda
tela dell’autore è invece una dolente Isabella, dignitosa e mesta, con
lo sguardo che ha chi non ha ancora pareggiato i conti con la vita, che
da essa avrebbe dovuto avere ancora: una rosa ed un verso ad inquadrarne
il volto. Una madonna dai capelli sciolti conscia del suo destino ma non
rassegnata ad esso.
Quello di
Antonio PUGLIESE è un intervento, per alcuni versi, alla Burri. In una delle sue
opere campeggia un contorno geometrico che rimanda, per associazione
subliminale, ad un volto: una grande croce in evidenza che lo sostiene (
ed anche i meno avveduti non mancheranno di trovarci un’evidente
simbologia), una composizione materica e tutta terrena che consente di
“leggere” sempre più in profondità grazie ai diversi livelli di
percezione visiva consentiti da più piani di lettura. Un fondo grigio,
restrittive e schematiche forme geometriche più scure (vere e proprie
gabbie entro le quali s’intuiscono Diego ed Isabella), lacerazioni e
brandelli, squarci che lasciano sperare in un diverso orizzonte, più
luminoso, forse solo immaginato o desiderato.
Le opere di
Barbara MORI sono invece inquadrate ognuna in un cerchio perfetto (la vita):
in uno Isabella guarda il mare o ad esso si rivolge dolente forse in
muta preghiera, marosi quasi vivi e minacciosi, capelli al vento, di
spalle in primo piano e con un braccio levato: l’altro a reggersi le
ciocche agitate dal vento, le uniche titolate a muoversi senza precise e
costrittive traiettorie di vita. Nuvole all’orizzonte ed un’evidente
sete di libertà amplificata dall’impossibilità di evadere, prigioniera
della terraferma. In un altro ambito circolare, splendidamente
cesellato, la seconda proposta di Mori: l’immagine bucolica e serena di
un cervo in primo piano fra i boschi: alti il sole nel cielo e lo
sguardo fiero dell’animale, immobile ed in attesa. Forse di un
cacciatore che porrà fine inevitabilmente alla sua vita? Metafora del
destino dei due amanti che avevano, in partenza, accettato la propria
sorte?
Quella di
Maddalena BARLETTA
è una vera e propria composizione leonardesca in tre quadri o, se
preferite, su tre livelli di percezione.Al centro un amorino, un cupido
con arco e frecce come nella migliore e più romantica tradizione.
Isabella, a sinistra di spalle, legge parole scritte su un foglio a noi
negate, parole di cui è l’unica destinataria, emozioni che immaginiamo
attraversino tutto il suo corpo, anch’esso parzialmente sottratto alla
vista di chi è al di qua della tela. A destra una mano, quella di Diego,
che scrive all’amata, sulla sabbia e comunque nulla di visibile e che,
proprio per questo, contiene tutto un mondo di emozioni. Le loro e
soltanto quelle. La tecnica pittorica, bellissima e rarefatta, ha la
leggerezza impalpabile delle cose delicate che, a sguardi intensi ed
insistenti, svaniscono lasciando il rimpianto di non averli potuti
fissare nel tempo e nello spazio.
Quelle di
Pasquale CHIURAZZI
sono opere dai colori brillanti, psichedelici, forme catturate
nello spazio, avvinte da lacci, luci accecanti che s’incontrano per un
attimo e passano oltre perdendosi nel nero, bagliori di vite bruciate in
poco tempo ma intensamente vissute, vere e proprie fiammate accecanti.
Le due composizioni, per Diego ed Isabella, hanno i colori vividi delle
forti emozioni che ne hanno connotato le vite, i frammenti di parole, le
tenerezze, le speranze ed i dolori che si sono cristallizzati su di un
unico piano di lettura, mettendosi a nudo, fissando per sempre il colore
di un attimo, l’esplosione di un secondo, le altezze siderali di un
amore che non ammette mezze tinte.
Enzo ANGIUONI
iscrive in un cerchio di fuoco materia e colore che ruotano
vorticosamente, s’inseguono, si scontrano, si mescolano fino ad
annullarsi. Allegoria di due vite bruciate in un lasso di tempo troppo
breve o, proprio perché breve, destinate a diventare mito e non
abitudine e colori tenui o, peggio, spenti. Ancora un piano geometrico
(rettangolo) con materia e colori, tagli, lacerazioni, parole dette o
solo immaginate e pensate, che esplodono o, forse, implodono con fragore
ed in un bagliore accecante, assorbito poi dal buio e dalla morte.
Giulio ORIOLI,
con all’attivo un percorso che gli consente di dire ed essere ascoltato,
che riesce a dare vita alle pietre delle fiumare e da esse trarre forme,
corpi, anime imprigionate nella silice dal quaternario, propone una
sintesi rigorosa di vite chiuse in un cerchio perfetto: chiodi tutt’intorno
a fissare ed incorniciare la forma geometrica per eccellenza, un fondo
sfolgorante e materico, ombre luminosissime (anche se può apparire un
indecifrabile paradosso), bordi di uno scialle rosso che pendono
morbidamente verso il basso, i nomi di Isabella e di Diego su un lato,
preceduti e seguiti da inquietanti sigle e numeri a connotare, forse, le
coordinate di una vita. Una rappresentazione che, nella sua perfetta
concezione matematica, turba ed intimorisce, invita a decifrare quello
strano codice e rimanda a personalissime interpretazioni che attengono
al vissuto di ognuno di noi, a quel privato gelosamente custodito. In un
cerchio, appunto, dal quale gli altri sono esclusi.
Giuseppe
MATICHECCHIA
propone opere di un simbolismo evidente, di un livello di percezione
vietato a chi ama i tramonti e le marine e concesso a chi sa
confrontarsi con la vita ad altri strati di comprensione e conoscenza.
Un profondo solco circolare, su fondo mattone che trattiene ed
imprigiona brandelli di un abito che tenta disperatamente di venire alla
luce o che non si rassegna a farsi tumulare (il senso della vita di
Isabella?). Solchi dai quali spunta una stoffa annodata, costretta
dietro un muro, che urla la sua disperazione ma che deve arrendersi ad
una materia più dura e definitiva. Come non condividere con i due
protagonisti di un amore così contrastato il dolore di una vita troppo
presto strappata al mondo e murata in un’invisibile torre?
La
vita e le opere di
Lucio GRECO
parlano da sé. Quello che m’interessa invece mettere in risalto è
l’operazione compiuta dall’autore nel confrontarsi con un tema così
profondo ed altrettanto evanescente e la sua capacità di renderne
l’essenzialità con tecniche e materiali che gli sono congeniali e che
meglio di altri, con più profondità e con un raro senso dell’uso del
colore e del tratto, definisce la complessità delle emozioni e dei
sentimenti. Una rete di supporto (metafora di prigione?) ed un volto dai
colori violenti, poco definito ma dolente (Isabella), imprigionata dal
gesso che si salda alla rete metallica di base. Isabella che scruta il
mare, che spera in una vita diversa, che si lacera per la sua
acontemporaneità; questo coacervo di emozioni è reso attraverso una
sorta di cromografia che fotografa le emozioni, i rossori, i turbamenti
ed il dolore della protagonista e che mirabilmente Greco ci consegna con
tutta la loro forza dirompente.
Marisa MARCONI
è quello che dipinge o, almeno, lo sente. Un’improvvisa esplosione di
luce accecante nel buio, l’abbagliante sintesi della vita di Diego ed
Isabella, forme rarefatte nello spazio della coscienza di un’epoca e di
un’intera terra, profondi buchi neri nei quali amore e sentimenti sono
precipitati dalla stupidità umana e dal sonno della ragione. Un livello
di percezione emotivamente subliminale, coinvolgente ed inquietante.
Raramente risultati simili sono stati raggiunti avvalendosi “solo” delle
tecniche pittoriche, anche le più duttili e moderne. Alla Marconi,
l’operazione sembra riuscire con relativa facilità e quello che
trasmette arriva con la violenza di un pugno nello stomaco. Per far
riflettere, per arrivare a guardare più in là.
Che
meravigliosi orizzonti, quanta solarità, quanta pace interiore infondono
le opere di
Nino ORIOLO!
Immanente, all’orizzonte ma presente ed inquietante, sempre una coppia:
di cani, di alberi, di umani. Diego ed Isabella sostanziati in ogni
forma di vita. Un monito perché quegli amanti non furono e non sono
un’eccezione, perché la discriminazione è latente, perché l’arte
dell’esclusione è tuttora professata ampiamente, perché non debba
ripetersi l’inutile sacrificio di due vite, a qualunque livello
biologico. Oriolo sembra attento al dosaggio dei colori ed alle
simmetrie: attenzione però, è solo un sistema per penetrare a fondo
nella coscienza umana, passando attraverso le finestre dell’anima: gli
occhi. Colori splendidi, da alba del mondo, dal sapore ancestrale che
consentono ad ognuno di sentirsi coinvolto e parte di un tutto.
In
Rita GUIDO
il
colore predominante è il verde. Spalmato, sovrapposto, luminoso e
riposante: in un angolo, visibile, una stella, forse quella di Isabella.
Cosa può esserci oltre quel colore che fa bene all’anima se non la
“porta dell’amore verde” ? Un tabernacolo dal quale il dolore è bandito,
cieli azzurri e stelle e ali dispiegate al vento dolce di un amore puro
e trepidanti pendenti di un rosso non offensivo e luce che s’intravede
salire da un angolo insieme alla musica dalla quale, sicuramente, Rita
Guido sarà stata guidata e che ha cercato, riuscendoci, di trasmettere.
La levità delle composizioni conferiscono pregnanza al tema e consentono
di indulgere sui particolari, su ognuno di loro, tracce evidenti degli
innocenti carmi che Isabella leggeva furtivamente e che le aprivano le
porte di un mondo solo immaginato, sempre preclusole e delimitato
dall’aspro skyline della sua arida terra.
Roberto VETRANO
non è didascalico né facilmente traducibile. Ciò non significa che le
sue opere non trasmettono emozioni. Lo fanno, eccome se lo fanno, solo
in modi diversi e meno facilmente percepibili.
Un
astrattismo con predominanza di grigi, follicoli su una superficie
sferica, pennellate lunghe e sofferte, verticali, una finestra aperta su
un mare scuro inquadrata da un rettangolo inciso, chiaroscuri che
raccontano la vita dei due amanti, un mare procelloso ed indistinto,
foriero di tempesta. L’unico modo per cogliere il senso profondo delle
opere proposte da Vetrano è quello di lasciarsene coinvolgere
pienamente, totalmente, senza riserve.
Rosamaria
FRANCAVILLA
propone due opere difformi ma animate dallo stesso gusto estetico e
cromatico, da quel di più che il colore trasmette. Da un lato, in una di
quelle considerate, le trasparenze di un’artista che evoca i versi di
Diego Sandoval, li fa emergere da delicate foschie dai toni pastello, li
stempera in pennellate di colori sfumati che danno loro forza ed
espressività. Di tutt’altra intensità l’altra opera proposta: su un
fondo che va dal giallo al verde al marrone, lunghe piume o tentacolari
presenze a catturare particelle, insiemi molecolari, a delimitare e
mettere in bella evidenza una grata, una prigione, dietro la quale è
possibile riconoscere, ancorché evanescenti, i profili o almeno le anime
di Diego ed Isabella.
Evidenti influenze di pop-art, Man Ray ed Andy Warhol per maestri,
Silvio CRAIA
preferisce intervenire sui luoghi comuni, sui messaggi mass-mediatici
più assimilati, stravolgendoli, destrutturandoli e facendo loro assumere
nuove connotazioni, codici interpretativi altri, arrivando così ad
ottenere opere di forte impatto cromatico ed emotivo che, da sole,
raccontano lo strazio di due vite, la non linearità di due percorsi. Le
nervose e violente pennellate di rosso e di bianco, fissano emozioni che
hanno solo bisogno di essere evocate. E Craia ci riesce.
In
Vittorio AMADIO
predominano il rosso ed il blu.Fasce di colore che s’intrecciano,
spirali e tagli che percorrono i vari piani di percezione visiva e che
scavano a fondo in un’immateriale profondità di emozioni che balzano
evidenti, che urlano con forza un dramma che è facile cogliere e che i
colori vividi sottolineano. Diego ed Isabella. Non è necessario, in
queste opere, didascalizzare e spiegare, indicare a quale dei due
personaggi ci si riferisce.In un processo osmotico e cromatico,
indifferentemente, il rosso o il blu possono connotare Diego o Isabella.
La forza espressiva del tratto, la prorompente subliminalità del
messaggio, esentano Amadio da spiegazioni e precisazioni. Chi “legge” le
sue opere, capisce immediatamente di chi e di cosa si parla.
La
scelta oculata dei materiali è la cifra che connota
Margherita SERRA.
Marmo e ferro. Di per sé sono evocativi per antonomasia. Non gesso o
plastica o una tela comunque trattata, sarebbero congeniali all’artista,
né materiali diversi potrebbero meglio definire la vita ed il destino di
Isabella Morra. Un corsetto di marmo che dà fisicamente la sensazione di
una stretta dalla quale non ci si può liberare, una gabbia metallica che
gli fa da base e riecheggia forme femminili. Quasi uno strumento di
tortura, nel suo insieme. Rigido, non dilatabile, a fermare il respiro,
che induce a scrutare per cogliere un minimo sollevarsi della cassa
toracica, un segno di vita. Un’appropriata metafora della vita di
Isabella, prigioniera di un mare invalicabile, di colli che dovevano
sembrarle vette, di una donna del XVI secolo, schiava di leggi,
convenzioni, tabù e parenti convinti di essere proprietari della sua
esistenza, fino a togliergliela. Un corsetto di marmo che fissa per
sempre l’ultimo anelito di libertà di Isabella e che ne trattiene
l’ultimo respiro, consegnandocelo per intero: cristallizzato per sempre
come un monito, un rimpianto, l’idea stessa di libertà soffocata.
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