POESIA E SPIRITUALITÀ NELL’OPERA DI GIULIO DE MITRI

di  Miriam Cristaldi

 

La poesia del frammento, il frammento della storia, la sfibrata stratificazione della materia pittorica che Giulio De Mitri fa interagire con altra materia, sono le costanti care all’artista che oscilla nel dualismo trasformazione/conservazione per sottolineare il meccanismo di difficili processi cognitivi: ora oscillanti nella direzione simbolico-sacrale (di natura mentale),  ora in quella corporale (di natura fisica).

Legni, pietre, schegge di vetro, fili d’oro, piume, reliquie del passato, scarti di una cultura materiale, segnano lo scorrere di un tempo antropologico nella dimensione di una spazialità percepibile  come deriva di un trascorso da superare nella condizione di ultima frontiera, di ultima conseguenza, per poi entrare in un’atemporalità dove l’agire diventa meditazione, spiritualità.

Per questo - nel lavoro appartenente alla collezione MIM  Museum in Motion - la forma arcuata di un’icona al nero si fa sacrale supporto di friabili sedimentazioni cartacee (interagenti col derma pittorico) su cui spiccano  due tronchi lignei: qui il richiamo alla natura si fa simbolo di una sospensione in grado di alitare sul presente  l’anima mundi, quell’essenza  che è sorgente di vita e che si pone come allegoria della ricostruzione di qualcosa che si è perduto e che si è ritrovato.

Un lavorare, quello di De Mitri, che se tende ad evidenziare un’esperienzialità  dolce (morbidità piumate, gonfiori d’ovatta, turgidità cartacee) sa anche visualizzarne una amara (lame vitree, chiodi, ferraglie arrugginite) nel tentativo di incarnare l’eterna oscillazione esistente tra gli opposti, speculazione che concerne il tema della dualità come l’alternarsi della luce e  ombra, sacro e profano, reale e virtuale, vita e morte.

Questo, attraverso un’operosità tattile suggestiva che si ripropone  anche nel Libro, posto in centro ai piedi dell’opera, quale  elemento  oggettuale comune, capace però di suggerire contenuti singolari.

La scarsa ricerca dell’effetto, un poverissimo di base, le tonalità ctonie, la naturalità delle paglie, abbinati a un sottilissimo raffreddamento del reale (con la sofisticata azione dell’ordine compositivo), tutto conduce a  un passaggio linguistico, a una liaison che collega l’artista ai luoghi dell’infanzia (la campagna tarantina) con una riflessione su se stesso, sul contesto in cui si è formato  e sulla cifra antologica della sua opera, che è poi la sua carta d’identità.

 

 

 

GIULIO DE MITRI / BIOS-GRAPHIA: TRA IMMAGINI, SCRITTURA E PARTITURA

di  Giusy Petruzzelli 

 

     Se per l’artista le immagini sono ciò che per chi scrive un’autobiografia è la scrittura, ossia il disvelamento di sé, Giulio De Mitri in Bios-graphia unifica i due codici comunicativi in un’installazione in cui i singoli tasselli sono i frammenti del discorso autobiografico.

     Per  Bacone la memoria dell’uomo è fatta di tabulae: della presenza, dell’assenza e della media via tra l’una e l’altra; allo stesso modo nelle teche di De Mitri non è solo importante ciò che compare, ma anche ciò che si nasconde e ciò che appare in modo velato. La memoria autobiografica, insomma, ha bisogno di un lavoro non semplice d’interpretazione.

     Ogni immagine contenuta nelle teche di Bios-graphia è dunque un’icona da leggere per spiegarne i significati, così come accadeva nel repertorio iconografico di Ripa, l’Iconologia. Ma ogni immagine ha senso parziale se non la si collega all’insieme, “cucito” dall’artista secondo il proprio racconto memoriale, un racconto che di volta in volta può spostare i segmenti narrativi nell’affiorare dei ricordi e, come le tessere di un puzzle dalla composizione indifferente, la rappresentazione complessiva variare, assumendo una struttura, una successione temporale, una suggestione di segni sempre nuova.

     Bios-graphia è un “costruttivo trasformabile”, che può ricordare in qualche modo la maniera di operare di un altro grande tarantino, lo scultore Nicola Carrino, ma del quale non ha la razionalità fredda dell’idea evidente in sé, quanto, piuttosto, possiede la comunicazione calda e appassionata dei “pièces de vie” del vissuto personale  che De Mitri ha reso materia tridimensionale.

     I legni, i ferri, i cocci di ascendenza contadina, i riusi dall’architettura storica della stagione magno-greca e di quella moderna, le materie naturali e le artificiali, l’intervento pittorico dell’artista e la cromia naturale degli oggetti… Giulio De Mitri come un compositore scrive la partitura della musica della propria vita, magistralmente collocando le note sul pentagramma, dando timbri, toni, colore. Lui solo possiede la chiave per mutare tutto e ricomporlo armonicamente.

     Scrittura autobiografica e composizione musicale: sono le metafore con cui si è inteso proporre il significato più universale dell’opera dell’artista. E il senso di Bios-graphia esorbita non solo dall’opera in sé verso altri ambiti, ma s’inscrive in un discorso più vasto relativo alla piena maturità espressiva del suo autore.

 

 

Bios-graphia, 2001.  ( particolare dell’installazione )

 

Installazione composta da n. 20 teche del formato cm. 42x42x10 in legno e plexiglas, contenenti materiali  diversi, read-made  e pittura ( terra cotta, gesso,  legno, tela, carta , specchio, rame, foglia oro, pietra, ferro, ottone, bronzo, oggetti della civiltà contadina, trasferimenti fotografici,  pittura acrilica, lacche, vernici e colle ).

 

 

 

 

     

 © Pasquale Chiurazzi 2002 La riproduzione delle fotografie è vietata. Sito ottimizzato per una risoluzione di 1024X768 px.