ANTONIO MASINI

Nasce a Calvello (Potenza) nel 1933.

Compie gli studi classici e subito dopo frequenta lo studio di    Domenico Spinosa dell’Accademia di BB.AA. di Napoli. Nel 1960 si laurea in giurisprudenza. Nello stesso anno partecipa alla Mostra Nazionale di Pittura "1º Centenario della Rivoluzione Lucana" e gli viene assegnato il primo premio.

Dopo le prime esperienze meridionalistiche, aderisce di fatto alla Nuova Figurazione con una ricerca tesa verso l’analisi della realtà sociale che esplode drammaticamente nella contestazione del ’68. Le tele si riempiono di forme zoomorfe in chiave sostitutiva della bete humaine.

Dario Micacchi scrive che "Masini è pittore della realtà di rara forza visionaria. Una realtà di violenza che già mostra evidente la propria decadenza, il dissolvimento degli oggetti tecnologici. Il presente è già archeologia".

Dalla metà degli anni sessanta ad oggi ha tenuto rassegne personali in tutte le principali città italiane, in Francia, USA, Svizzera, Belgio, Australia e Germania, Malta.

Nel 1970 espone con altri sette pittori italiani al Palms Shore Club Gallery di New York. Nel 1972 espone con un gruppo di artisti umbro-toscani al Palazzo dei Priori a Perugia. Con la Galleria Sant’Ambroeus di Milano partecipa nel 1975 e ’76 al Salon    International d’Art, Art 6’75 e Art 7’76 a Basilea (Svizzera). Con la stessa Galleria è presente nel 1975 alla INCO-Art, Fiera Internazionale d’Arte di Roma.

In questo periodo la pittura di Masini si apre verso nuove ricerche   che, partendo dalla poesia dei classici greci, in particolare Alceo, tendono a scoprire le fonti del mito. Complice e amico in questo   viaggio nella memoria è Leonardo Sinisgalli le cui visite diventano frequenti sia nell‘eremo di S. Maria delle Grazie a Calvello, sia    nello studio di Potenza. Nasce cosi nel 1977, alla Galleria Sanvitale di Bologna, una mostra con quaranta opere ispirate alla   poesia di Leonardo Sinisgalli. Nello stesso tempo espone alla International Originals Gallery di Melbourne (Australia), dove lo presenta Allan McCulloch del "The Herald".

Nella primavera del 1978 inaugura a Venosa una rassegna di pittura e di grafica dedicata alla poesia di g. Orazio Fiacco.

Con l’inizio degli anni ottanta si intensifica l’attività grafica. Nel 1980 vince la Palma d’Argento al Premio Internazionale della   Grafica a Cannes (Francia). Lo stesso anno espone a Malta con "Arte Nuova Oggi", diretta da Armando Ginesi e viene premiato al Concorso Internazionale "Bruxelles 80" in Belgio.

Dopo il sisma del 23 novembre 1980 la terra torna ad essere centro ispiratore della sua pittura. Nasce così "Il Polittico di Balvano" che viene donato all’omonimo paese lucano ed è esposto prima alla galleria "La Scaletta" a Matera in una rassegna intitolata "Promemoria per la terra", poi a Trento nella Sala Verde del Palazzo della   Provincia ed infine nel Villaggio dei Prefabbricati "Pigna 3" a   Balvano, dove ora è conservato. Nell’agosto dello stesso anno la Magnifica Co-munità della Val di Fiemme patrocina ed ospita una sua rassegna di pittura presso la Casa della Cultura a Predazzo (Trento). Nel 1981 aderisce alla mostra itinerante "Aspetti della pittura in Basilicata" con presentazione di Vito Riviello e Dario Micacchi.

Negli ultimi tempi ha dedicato ampio spazio alla scultura in bronzo e ferro, come le sculture in bronzo e cemento armato delle chiese di S. Croce a Potenza e S. Alfonso a Foggia, nonchè la medaglia "23 novembre 1980 Basilicata-Emilia Romagna". Ha partecipato inoltre alla rassegna  di grafica 1982-83 "Arte e Cultura della Basilicata" a Torino negli Antichi Chiostri, a cura della Associazione "C. Levi". Nel 1983 partecipa alla 3' Biennale d’Arte "Cronache e Indagine", a Città della Spezia. Nella primavera dello stesso anno il Comune di Rosà (Vicenza) ospita nella biblioteca civica una mostra antologica con opere del periodo 1960-1983.

Contemporaneamente il comune di Pisticci patrocina ed ospita "Omaggio a Catullo", una mostra dedicata alla lirica d’amore del grande poeta latino, organizzata da Rocco Fontana.

Nel 1983 espone inoltre all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda (Germania) ed alla Rizzoli Arte di Potenza, con una mostra antologica del periodo 1970-1983.

Nel 1984 espone, con la Galleria Cagliostro di Zurigo e Ginevra alla Expo Arte di Bari.

Nell’autunno del 1985 presenta all’Università di Palermo, nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, un gruppo di opere dedicate al tema "L’uomo e il suo destino", nell’ambito del IV convengno Internazionale "Incontro tra Cristianesimo e Islamismo" sullo stesso tema.

Nel 1986 esegue trenta opere che prendono spunto dalla poesia leopardiana, che faranno parte, insieme ad una cartella di grafica, di una mostra itinerante che ha per titolo "Masini visita Leopardi", presentata il 6 giugno dello stesso anno dalla Regione Puglia e dalla Sterling Europea a Bari, presso il Centro Servizi Culturali di Bari e successivamente ad Avila e Siracusa.

Nel periodo 1983-87 si dedica anche alla stesura di un polittico dedicato ai Fratelli Rosselli, un’opera di vasto respiro in cui la pittura si cimenta con la storia moderna.

Intensa è la sua attività grafica ed in particolare:

"I Briganti", cinque xilografie su testo di Elio Mercuri, Potenza, Edizione Galleria Spazio, 1972;

"Unicum filatelico 1973" insieme a Luigi Guerricchio ed Ernesto Treccani, acqueforti con testo di Alberto Mirarchi, Editore Migliavacca 1973, Milano;

"Simbolo+ Magma", litografia, Edizione BMG, 1976, Matera;

"Evasione" di Mario Trufelli, con una acquaforte e acquatinta, Edizione Galleria Sanvitale, 1977, Bologna;

"0, Fons Bandusiae", cinque xilografie con una intervista      immaginaria   ad Orazio in Sabina, Edizione Studio 77, 1978,       Venosa;"Quaderni della grafica", serigrafia, testo di Teresa Caracelli,          Edizione Arte Nuova Oggi, 1977, Jesi         (Ancona);"Carmine Donatello Croceo, brigante e generale",        cartella di   xilografie presentata alla sede centrale della RAI di   Roma in   occasione della proiezione dello sceneggiato televisivo         "L’eredità della priora", Edizione PMC, Milano, 1980;

"Dimenticatoio" di Leonardo Sinisgalli, acqueforti, Edizione Mondadori  e Labirinto, 1978, Milano e Matera;

"La fanciulla del quadrifoglio", serigrafia, per la giornata del quadrifoglio, Edizione Pigma, 1980, Potenza;

"Di qui passò Medea", tre acqueforti con poesie inedite di Mario Trufelli, Edizioni Labirinto, 1981, Matera;

"Il Castello di Federico", tre acqueforti con testo di Vito Riviello, Edizione EPT, 1983, Potenza "Il Maggio", acqueforti con poesie di Rosa Maria Fusco e Giuseppe Settembrino, Rocco Fontana Editore, 1983,   Matera;

"La luna delle ciliege", acqueforti di Antonio Masini e Léon Rongier su testo di Rosa Maria Fusco, Rocco Fontana Editore, 1983, Matera;

"La Naccarata", acqueforti di Rosalba Campra e Antonio Masini, Rocco Fontana Editore, 1983, Matera.

"I figli del sonno" nove acqueforti e acquetinte su testo di Nicoletta Hristodorescu. Edizione Sterling Europea, Macerata 1984-85.

"Masini visita Leopardi", cinque litografie con testo di S. Di Bartolomeo, Edizione Sterling F.uropea, Macerata, 1986.

Con l'inizio degli anni ottanta si intensifico l’attivitè grafica. Nel l980 vince la Palma d’Argento al Premio Internazionale della Grafica a Cannes (Francia). Lo stesso anno espone a Malta con "Arte Nuova Oggi", diretta da Armando Ginesi, e viene premiato al Concorso Internazionale "Bruxelles ’80" in Belgio. Nel l 983 espone all’lstituto Italiano di Cultura di Stoccarda (Germania). Nel l984 espone con la Galleria Cagliostro  a Zurigo e Ginevra, alla Expo Arte di Bari.

Nel l985 partecipa alla mostra XYLON, Aspetti dello Xilografia Contemporanea a Venezia, Corpi e Merano. Nell’autunno del 1985 presenta all’Università di Palermo un gruppo di opere dedicate al tema L’uomo e il suo destino, nell’ambito del IV Convegno Internazionale "Incontro tra Cristianesimo e Islamismo" sullo stesso tema. Nel mese di maggio 1987 il comune di Milano e la Biblioteca Sormani presentano il Polittico Rosselli.

1988 - Partecipa al Concorso Internazionule ex libristico "Gabriele d’Annunzio" con xilografie che vengono acquisite dal Museo Internazionale dell’Ex-libris e della Grafica "G. d’Annunzio" di Pescara.

l99I – Esegue i gessi per una scultura dedicata alla ricostruzione dal terremoto del I 980 ed un dipinto dedicato ad Isabella Morra per l’Università di Basilicata.

1992 – Pubblica "Masini visita Orazio", una antologia di xilografie dedicate al poeta venosino. Nello stesso anno partecipa alla IX' Biennale di Arte nello Sport che si tiene a Barcellona in occasione dei Giochi Olimpici, con l’opera ll Discobolo.

l993 – Fa un viaggio in Cina. Da queste esperienza nasce una serie di opere che portano il titolo I Cavalli di Xi’an. Ne segue una pubblicazione che reca lo stesso titolo.

1994 – Per la Scuola media "L. Sinisgalli" di Potenza realizza un monumento in onore del poeta di Montemurro. Espone al Museo Civico di Naclo (Polonia) con una serie di incisioni su Q. Orazio Fiacco e Dante.

1995 – La Ferck Public Relations di Stoccarda (Germania) presenta un ciclo di opere che ha per titolo L'uomo del Mito e della Comunica,ione.

Nello stesso anno espone una serie di xilografie e di acqueforti alla Riva Sinistra Arte in San Frediano a Firenze.

Sempre nel l995 inizia la Porta di San Valentino, opera in bronzo, per la Chiesa Madre di Abriola (Potenza). Vi lavora tre anni. La presenta Giuseppe Appella.

1996 – Partecipa alla mostra "La Via Crucis disegnata da 14 artisti italiani", organizzata da Giuseppe Appella nella Chiesa di S. Maria della Stella a Castronuovo S. Andrea (Potenza).

Tra il l 996 e il ’97 lavora al monumento in bronzo in onore di Mariele Ventre, direttrice del Coro dell’Antoniano di Bologna. L’opera è sistemata a Marsico Nuovo (Potenza), paese natale della musicista.

l 997 – Partecipa al 2º Premio Flash Art Museum diTrevi (Perugia) e alla l' Biennale Nazionale d’ Arte "Città di Piacenza", nella Pinacoteca d'Arte Contemporanea della stessa città, nonché al I º Premio di Pittura dal vero"Città di Trevi". Nello stesso anno espone a Bydgoszcz(Polonia) al Centro d’Arte Galeria 85.

l998 – Vince il premio di pittura "Città di Trevi",organizzato dal Trevi Flash Art Museum. L’opera presentata viene acquisita dal Museo di Trevi (Perugia).

Nell’estate dello stesso anno, su invito della città di Sassoferrato partecipa alla Rassegna Internazionale d’Arte "G.B. Salvi e Piccola Europa". Ha una personale di pittura a San Paolo (Brasile) al Palazzo Italia. Tra il 1997 ed il 1 999 esegue per la chiesa di S. Antonio a Pignola (Potenza) la Porta del Giubileo, presentata da Mons. Gianfranco Ravasi. Nell’estate del 1999 è presente con uno personale a Ripe 99, II Sole del Sud e con alcune opere alla mostra et paulum Silvae al Museo Provinciale di Potenza. Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche, al Museo Internazionale dello Xilografia del Castello dei Pio a Carpi, al Museo Comunale e Centro Documentazione Arti Visive di Senigallia (Ancona), nella raccolta della Regione Basilicata a Potenza, al Museo Internazionale dell’Ex-libris e della Grafica "d'Annunzio" di Pescara, al Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne di Bagnacavallo (Ravenna), al Museo delle Arti di Palazzo Bandera a Busto Arsizio (Milano), al Museo della Grafica e dell'Etichetta d’Arte di Cupra Montana (Ancona), al Museo Civico di Naclo (Poloniu), Pinacoteca di Bydgoszcz (Polonia), al Flash Art Museum di Trevi (Perugia), alla Pinacoteca comunale d'Arte Moderna di Bernaldu-Metuponto, al Museo d'Arte Contemporanea e Centro Arti Visive di Villa Croce a Genova, alla Pinacoteca d’Arte Contemporanea di Sassoferrato (Ancona), al Museo Civico di Spilimbergo (Udine).

 

 

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I FRATELLI ROSSELLI ,1987

 

 

LA FAMIGLIA ROSSELLI

di Aldo Rosselli

L’io che scrive queste pagine tra cronaca e biografia su alcuni personaggi della mia famiglia è un io particolare, incapace di tenere la penna in mano e tanto meno di ergersi a storico o giudice. Un io di nove anni, catturato nel vortice dell’esilio familiare nel 1945, agli sgoccioli della guerra e in quella stagione in cui il duce andava incontro alla sua ingloriosa fine.

A nove anni, per ragioni non tutte analizzabili, si era coagulato in me il senso di storia e di morte che per decenni era stato il destino stranamente corteggiato dalla mia famiglia. Ero vissuto in un’atmosfera di sussurri e dialoghi in cui i nomi ricorrenti erano tutti scomparsi. Aggrapparsi alla mia realtà infantile significava, al di là delle fantasie e dei giochi, dare sostanza a quell’idealismo che, per quanto per me misterioso, doveva essere stata la causa dei nostri peregrinaggi e dei morti disseminati nella vecchia Europa.

Tuttavia, dietro al lutto e alle sofferenze, indovinavo una lontana felicità. Anzi, nei momenti di maggiore distensione dell’atmosfera familiare, intravedevo un remoto, quasi implausibile idillio. Di qui la necessità di ricordare oltre il ricordo, di scovare nell’ottocento ormai apparentemente sepolto, le radici della felicità. Avevo indovinato, da certe allusioni di mia nonna Amelia, che col nonno Joe c’era stata una stagione di grande amore. Che poi si fosse dissipato, lasciando tracce insolvibili di amarezza, non importava. Anche mio padre o in mio zio Carlo, prima o dopo la loro morte (a nove anni era una distinzione difficile), prima o dopo le loro accese e furibonde lotte contro la dittatura fascista, esisteva uno spazio di bonomia, anzi di felicità di cui non volevo essere derubato.

È per questo che compivo le mie lughe passeggiate lungo la baia a Larchmont, sobborgo di New York, tentando con ogni sforzo di mettere a fuoco i punti d’idil-lio disseminati lungo i decenni. E talvolta, al di là dell’amore provato per i volti di cui non avevo fatto a tempo a individuare i lineamenti, rintracciavo nel nonno Joe, inspiegabilmente scomparso dagli annali familiari, un punto nodale dell’an-tico buon umore, prima che l’angoscia di politica e storia fosse intervenuta a confondere il corso degli eventi. Ma, non venendo mai a capo di nulla, proseguiva la passeggiata fino ad esaurirmi e a dimenticare l’oggetto della mia infantile ricerca. A casa, in mezzo alle piccole scosse della vita quotidiana, mi gettavo voracemente su ogni album di fotografie a mia portata. In questo, senza saperlo, stavo operando da storico: lo sguardo fisso, quasi febbrile, scrutavo ogni immagine, per quanto insignificante (un picnic, un gruppo familiare, una gita, un matrimonio di parenti), nel tentativo di ritrovare quella "normalità" che tutti i discorsi sull’idealismo e il dovere avevano offuscato, anche se essi, a dire il vero, mi lasciavano prostrato e indifeso, come se fossi stato attaccato da un virus ancora inclassificato.

Eppure le date e gli avvenimenti li conoscevo: la fondazioni di Non mollare nel 1925, le prigioni e i confini di mio padre e mio zio fino alla rocambolesca fuga da Lipari nel 1919, il duro impegno di Giustizia e Libertà a Parigi, la militanza in pri-

ma linea di Carlo nella guerra di Spagna; in Italia, invece, l’impegno di non piegarsi di mio padre, le opere come Mazzini e Bahunin e Pisacane in cui la nostalgi per i moti risorgimentali metteva ancora più duramente a fuoco lo squallore del presente; poi la loro morte, il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne in Normandia   ad opera dei sicari cagoulards assoldati da Mussolini e Ciano; infine il lutto di mia nonna Amelia, di mia madre e di mia zia Marion, l’esilio decennale.

Ma al di là di queste date era convinto che ciò che mi concerneva di tutto questo erano certi gesti, una certa introspezione, forse certi dubbi. Guardando le loro foto (i doppi petti, i cappelli di feltro, gli sguardi talvolta spavaldi che scrutavano la lontananza) capivo che mi si nascondeva qualcosa di loro. Come se anche loro, classicamente doppi nelle loro identità, avessero voluto presentare al casuale catalogatore di quelle foto una mielata continuità d’intenti, un profilo ostentato di decisioni già prese. A me, però, di quanto avveniva prima che nascessi, interessavano dettagli con ogni probabilità insignificanti. Mi interessavano certi segnali che da quelle immagini in bianco e nero provenivano, sul punto di convertirsi in qualcosa che a me sarebbe piaciuto immensamente, ma che purtroppo non sapevo cosa fosse.

Questa profonda ignoranza è alla base del ritorno alla mia ottica di bimbo di nove anni. Il vuoto dentro di me si coagulò in quella stagione e mi costrinse a peregrinare in lungo e in largo nel passato e nel futuro. Non esisteva per me distinzione tra privato e pubblico, bensì soltanto l’iridividuazione di quei nodi che precedettero l’azione, l’introspezione dolorosa e enigmatica che fissò Carlo, Nello e Amelia in un torpore che, se paradossalmente diede tempo ai fotografi di fissare le loro sagome, trasmise fino a me l’umanità del loro oscillare prima che l’azione li relegasse alla catalogazione delle date e degli eventi.

In una delle foto che più sovente mi è stato dato di osservare, Carlo e Nello sono visti di fianco, l’uno di fronte all’altro. Portano due cappelli borghesi, ma non sembra che si guardino, anche se la distanza che li separa è minima. Dietro di loro c’è un bosco, ed è appena un giorno o due prima del loro assassinio. Hanno un sentore di questo bosco, anche se non lo guardano direttamente. Forse non è azzardato dire che sono trasportati "altrove". Quell’"altrove" è una cosa che interessa molto a chi ha nove anni. E se un bambino potesse scrivere costruirebbe un vasto e frastagliato paesaggio in cui i passi portano sempre da un’altra parte. La mia famiglia, che ha attraversato varie epoche all’insegna di questo "altrove", che si potrebbe anche chiamare idealismo, ha probabilmente molto a che fare con questo paesaggio e vi si muoverebbe a proprio agio. E per chi scrive da adulto nasce (o meglio sopravvive) di necessità un io parallelo, visionario e insieme pusillanime catalogatore di foto di famiglia, segretamente desideroso di azione ma condannato al plumbeo e inarrestabile dialogo casalingo.

 

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trittico di  IQUIQUE.              Nusta la guerriera Inca

L'albero di sangue,olio su tela,  olio su tela ,cm 211x111

cm 211x111

 

 

DALLA MAGNA GRECIA ALLE ANDE

 

In principio era un’amazzone, un’eroina del bosco che combatteva con l'arco e le frecce. E uccideva gli spagnoli invasori, i nemici, liberava gli schiavi.

Poi, è diventato leggenda. Si chiamava Nusta, figlia dell’ultimo sacerdote del sole, quando il sole, per il popolo inca, era ancora una divinità.

Antonio Masini non è nuovo a queste drammatiche rappresentazioni, tra storia e mito, tra cronaca e favola.

Modulando il racconto tra chiaroscuri e larghi squarci di rosso – una componente forte e determinante nella sua pittura da "idalgo" lucano – esprime la drammaticità di un evento con il potere persuasivo delle immagini; Nusta muore, giustiziata per mano del suo stesso popolo per essersi innamorata di un "cristiano" portoghese, di un invasore, appunto. L’eroina, ultima incarnazione del giaguaro andino che lotto per la libert" della suo gente, segue per amore il destino, lo assecondo. Come una farfalla impazzita va incontro alla morte. E il cielo inca si intristisce e si abbuia, come un sudario copre il volto dell’amazzone ripudiata. E dall'albero della sua stirpe cadono i segni della sconfitta. Questo è quel che leggo, e quel che vedo,

anche con la complicitò della fantasia, nel grande dipinto che Antonio Masini ho realizzato inseguendo le suggestioni della leggenda, e dove la poesia ha vita in uno spazio insieme immaginario e reale. L’artista ha dato una prova geniale della sua lettura di una lontana storia popolare, che pure non gli appartiene, per essere stata vissuta sotto altri cieli, in altre latitudini.

Una sequenza dopo l’altra, un pannello dopo l’altro – il trittico ha un numero magico – in un crescendo di emozioni: dalle vittorie sugli invasori (ecco la guerrigliera sospesa in un’aria quasi metafisica che perentoriamente si identifica nel giaguaro); alla sconfitta (l’esecuzione all'ombra del l’albero della vita che si trasforma in patibolo), Masini ha operato liberamente con il proprio fervore e con la propria fervida immaginazione, in un rapporto fedele con la realtà in cui si è mossa finora la sua esperienza di uomo e di artista. In altre parole si è fatto provocare. Si è fatto guidare dalla favola ma senza abbandonare l’area dello propria esperienza, la passionalità della sua origine mediterranea, nella brulicante memoria dei riti della pietà, della clemenza delle notti, della consolazione dei canti, della confidenza con la morte. Il mito è parte integrante della cultura di Masini; le Ande sono lontane dalla Magna Grecia, è vero, ma gli uomini hanno storie comuni, e muoiono, spesso nell’unonimato più assoluto, poche volte nel rimpianto generale, quasi mai entrano nel mito, a parte gli dei e gli eroi.

Nustu ho sollecitato la vocazione di Masini a rievocare il mito, "un tempo senza tempo che trattiene l’immobilità". È un mondo che appartiene all’artista, un mondo quasi privato, del quale si è reimpossessato interpretando figurativamente le metafore che esprimono la volontà ma anche la malinconia di un popolo, il popolo inca, di una civiltà in via di estinzione.

La solitudine, la spoliazione dell’albero nel terzo pannello, si fanno rimorso, e il pittore chiude il racconto mobilitando la riflessione di chi si avvicina al trittico senza pregiudizi, ma col sincero desiderio di valerio capire. Mulini si è rifiutato di "illustrare", secondo certi moduli morti, quel che la tradizione popolare ha consegnato alla favola. Non si è posto nella situazione passiva del pseudo-illustratore tradizionale che guarda un fiore o un volto o un grappolo di case, ma una sorta di timore ansioso ha guidato la sua mano per quello scatto di originalità che gli ha consentito di dare un carattere e un linguaggio subito riconoscibili all’opera compiuta, proprio perchè ha saputo ascoltare se .stesso tra i suoi miti e le sue speranze.

 

COLLOQUIO CON MASINI

 

Il silenzio dello studio è regolato dall’irrequietezza del pittore che "affonda" l'ultima pennellata su "l’albero della vita", disseccandolo.

Sto assistendo al "finale dell’opera" che invade, più che la tela, l’immaginurio: il terzo pannello del trittico è ormai soltanto un tronco che gronda lacrime e memorie.

È vero, dico a Masini, che ti appassionano la mitologia e le vicende di personaggi clamorosi vissuti nel nostro mondo mediterraneo, che tu dipingi e interpreti alla stregua di poemi ininterrotti. Tu sei partito con una manciata di terra lucana in tasca, e nel cuore, per poter raccontare il tuo mondo Magno-greco. Questa volta ti sei fatto rapire da una storia che anche per ragioni native non ti appartiene. Nusta è un pretesto o una vera e propria invasione di campo nella tuo fantasia di pittore?

 

"Le leggende si assomigliano tutte. Nusta l'avevo già vista quando ero ancora bambino, attraverso i racconti dei pastori, i quali parlavano di una donna bellissima che appariva sui crinali delle colline al tramonto del sole, "la malombra", la donna che si muoveva nottetempo per vendicare un'offesa subita, non so se dal suo popolo o dal suo uomo. Era comunque una fiqura leggendaria, e noi artisti ci facciamo rapire dal fantastico, dal lato magico della realtà – non sembri una contraddizione – la realtà è la fonte dell’ispirazione, che si trasforma spesso in leggenda. In fondo Nusta è esistita, a quanto riferiscono i racconti popolari cileni. Sarebbe esistita per la stessa Chiesa cattolica. Nusta si era convertita, per amore aveva abbracciato la fede cristiana, e poco prima di essere giustiziata per mano del suo stesso popolo che si era sentito tradito da lei, espresse il desiderio di essere seppellita accanto al suo uomo, Vasco de Almeida. E chiese, ed ottenne, anche il simbolo della croce sulla sua tomba. È una storia struggente che solo la letteratura romantica avrebbe potuto far propria. Per questo si è fatta leggenda.

Hai attraversato, ormai tante stagioni, e giorni e notti, a dipingere e a disegnare. Nusta è una narrazione ormai compiuta?

 

Per nulla. Sulla tela, forse, nel dipinto, ma i personiaqgi che ti accompagnano in una stagione o in più stagioni – il racconto popolare dice che Nusta,; la guerrigliera innamorata, concluse la sua storia d’amre alla fine del quarto plenilunio – sono destinati ad essere compaqni di viaggio per sempre. Anche lei"rimarrà in quel’io, in quell'agenda privata dove vivono da tempo Medea, Orazio, i dannati di Chabra e chatyla, i fratelli Rossetti e tanti altri.

Un amico comune, il pittore spagnolo Josè Ortega,diceva che l’arte non è un passatempo, un gioco che diverte, è una necessità di ordine etico per l’invenzione artistica.

Che cos’è per te l'arte? Ti ricordi di Ortega?

Certo che lo ricordo, e con grande nostalgia. Oltre che condividere il suo pensiero, che è il pensiero di un libertario, di un esule, di un combattente per la libertà del suo popolo, vorrei dire che per me, a parte il problema etico, dipingere scolpire disegnare sono una necessità mentale, quasi biologica. E Nusta, il personaggio che ha stimolato le nostre riflessioni, entra di prepotenza nel crogiuolo della creatività. E non vi sono spiegazioni di carattere etico da dare o da commentare. L'ultima parola è quella della poesia.

Potenza, novembre l999

Mario Trufelli

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Nusta del Tamagural,211x211        la bella Nusta

 

 

INCONTRO CON NUSTA

Se un giorno incontrerò Nusta la bella ciò avverrà in un plenilunio d’estate, sul picco dell’Inti-huatani, sul granito del calendario solare che in tempi lontani scandiva anni, stagioni e giorni al popolo Inca, prima dell’arrivo di Pizzarro.

In Cile tutti conoscono lo leggenda di Nusta, la Tirana del Tamarugal.

lo ne ho sentito parlare per la prima volta non da uno scrittore, ma da un politico che in certi momenti di grazia diventa un impareggiabile narratore.

È il mio amico Rocco Curcio, che ha il merito di riannodare fili di memorie e rapporti tra i lucani sparsi nel mondo e la loro antica madre, la Basilicata.

A fine racconto lo imploro di scrivermi un paio di cartelle su questa e su altre storie raccolte dalla tradizione vocale delle genti andine.

Gli carpisco un mezzo mugugno di assenso, ma so già che non lo farà.

La storia mi piace e già penso a qualcosa.

Mi viene in aiuto Maria Schirone con il suo libro"Dove la terra finisce" - I Lucani in Cile, Pianeta Libro Editori. Qui ho modo di leggere di Nusta Huillac, figlia

dell’ultimo sacerdote del Sole, di Felicia Muscio che attraversa le Ande sul dorso di una mula, con una bambina in braccio. Ed altre storie della Saga dei Lucani del Deserto dell’Atacama.

Poi non faccio altro che dare corpo alle ombre. La Bella Ines si tinge di rosso, mentre la mula di Felicia si mimetizza di bianco tra i ghiacciai andini. Nasce così la Trilogia Andina.

Sono molto grato ai due narratori.

 

22 novembre l999

Antonio Masini

 

Masini Antonio via Torraca,74 85100 Potenza

tel.0971/34497

 

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