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"PER
ISABELLA E DIEGO"
Nelle
vaste terre dell’allora regno di Napoli, alla corte del re Alfonso
d’Aragona, al tempo dell’intersecazione dell’Umanesimo col Rinascimento
(1450-1550), viveva il nobile uomo Diego Sandoval de Castro il quale,
dopo aver contratto matrimonio con Antonia Caracciolo, quale dote della
famiglia di questa, ricevette il feudo di Bollita o Boleta (dal latino
“boletum” (l’attuale Nova Siri) e qui, in questa terra di Lucania, che
egli parzialmente potette godere per via di alcune sue vicende
politico-militari, conobbe Isabella Morra, giovane figlia di Giovan
Michele, feudatario del vicino Favale (l’attuale Valsinni). L’epoca
dell’incontro tra i due innamorati è forse databile intorno al 1542,
quando don Diego aveva 26 anni ed altrettanti ne aveva madonna Isabella.
La
tragica vicenda dei due innamorati è nota, perché è storia raccontata
nelle Cronache familiari del 1629 dal regio consigliere Marco Antonio di
Morra (nipote di Isabella), e perché ripresa ed eccezionalmente
riscritta e reinterpretata da Benedetto Croce in quel suo splendido
cammeo letterario, che sono le Vite di avventure, di fede e di passione
(Bari, 1947), successivamente da esse estratto e riproposto
editorialmente come Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro
(Palermo, 1983), all’interno del quale appaiono anche le Rime di donna
Isabella e quelle di don Diego, che lo stesso filosofo napoletano aveva
pubblicato nel volume XXVII della rivista «La Critica» (Bari, 1929).
Isabella morì tragicamente, vittima dei fratelli, per quell’unico grande
amore della sua vita, cioè per Diego. Un amore ideale, tradito dallo
scambio di alcune lettere, innocenti navicelle di poesia. Non si trattò
altro che di semplici e struggenti versi del cuore che da Diego andarono
verso l’incanto di Isabella e da quest’ultima al suo sospirato amore.
È
ancora storia. Nel 1546, i fratelli di Isabella sorpresero alcune di
quelle lettere d’amore, ancora chiuse nelle mani di lei, appena
consegnatele dal precettore di casa Morra sotto la falsa veste di
missive della moglie di Diego. Il furore dei fratelli fu tremendo, a
sostegno quasi di un onore offeso: si abbattè prima sul pedagogo, che
venne ucciso, quindi sulla sorella, anche lei barbaramente assassinata
coi coltelli, e infine, vigliaccamente, su Diego Sandoval de Castro,
anch’egli crudelmente ammazzato.
Gli
assassini di quei tre tremendi omicidi vennero solo parzialmente puniti
dalla giustizia dell’epoca. Ci fu chi, fra di loro, riparò all’estero e
chi seppe sottrarsi al giudizio degli uomini grazie a favori e
sotterfugi. Uno solo dei fratelli scontò una pena, il primogenito il
quale, dopo lungo carcere, venne graziato. La memoria del misfatto
però non venne annientata. Anzi. Non solo, ancora oggi si continua ad
avere traccia storica dell’avvenimento, come sopra si è visto ma,
nell’ultima metà del secolo scorso, il XX°, ce lo ricordava un altro
valente storico letterato di Bollita (Nova Siri): lo scrittore Luigi
Giannotti, il quale ci diceva -cosa che ha lasciato anche scritto- che
della storia era rimasto lo splendido canzoniere di Isabella Morra e di
Diego Sandoval de Castro, composto di struggenti versi.
Oggi, a
458 anni da quella tragedia, nella Nova Siri odierna, su iniziativa
della Fondazione che al Giannotti è intitolata, venti artisti hanno
inteso partecipare ad un’importante manifestazione di arte e cultura. Si
tratta di quattro artisti fotografi (Chiurazzi, Indellicati, Mora e
Oriolo), di due scultore (Orioli, Serra), e di quattordici tra pittori e
pittrici (Amadio, Angiuoni, Barletta, Craia, Francavilla, Greco, Guido,
Marconi, Massari, Matichecchia, Mori de Palma, Pugliese, Rago e Vetrano).
Tra essi, la presenza delle pittrici è determinante, perché sappiamo
quanto una donna senta meglio di ogni altro la struggenza per un amore
sublime come quello che Isabella esternò per il suo Diego.
La
bellezza della mostra sta tutta nel mirabile lavoro degli artisti che,
per creare le loro immagini, hanno seguito un percorso fatto di letture
e di immaginazioni. Le rime dei due innamorati sono state il viatico
lungo il quale si è espressa e vivificata la loro creatività. Alla fine
ne è uscito uno meraviglioso sposalizio tra poesia e immagine, un arazzo
-potremmo dire- d’amore per la Lucania, di pathos profondo per Isabella
e per Diego. Quale più alta bellezza?
Vittorio Amadio è pittore ed incisore, spirito inquieto attratto dalla
viva realtà fenomenica, è presente in questa mostra con due dipinto il
cui magma azzurro fa da contrasto a figure guerresche contrassegnate -la
prima- dal tondo di uno scudo -la seconda- da una spirale divinatoria.
Enzo
Angiuoni è grafico e pittore astratto, di derivazione naturalistica, che
si esprime attraverso raffinati equilibri spaziali e cromatici. Qui lo
possiamo ammirare in un tondo magmatico di un’onda azzurra screziata di
neri e di gialli che travolge l’impeto delle passioni, o ancora in
orizzonti s/confinati di spazi assolutamente astrali.
Maddalena Barletta è pittrice materica e, in questo caso, monocromatica
(escluso il lavoro con i colori a olio per il Cupido), il cui incanto
creativo si enuclea su una tela soavemente dipinta da graffi di
sofficità nei lineamenti di un’immagine di Isabella, che in una sezione
del quadro legge un’epistola, mentre nell’altra, l’immagine delle dita
di Diego incidono i segni del suo grande amore per la sua “reclusa”
amata. Il Cupido (ripreso dal celebre dipinto di Jean-Leon Gerome
intitolato “Pigmalione e Galatea”) che “vola” tra le due metà del quadro
sancisce il legame profondo esistente tra i due innamorati.
Pasquale Chiurazzi, che è cittadino di Nova Siri, l’antica Bollita, è
artista fotografo digitale, un’arte moderna, dove accanto alla
creatività occorre impegnare anche le competenze specifiche. Qui è
presente con delle opere all’interno delle quali la spazialità cromatica
fa da sfondo ai continui tagli immaginali di tipo quasi fontaniano, dove
l’azzurro, spesso attraversato da neri e gialli, sta a segnare la
solitudine dolorosa dell’amore incompiuto tra i due innamorati.
Silvio
Craia è pittore fluorescente ed idrologico a tutto tondo, l’arte del
quale è stata stigmatizzata dal grande poeta Emilio Villa, che di lui ha
scritto: «Diventi trasparenza il verbo, diafano il logos, amalgama il
verme, furore l’essenza e dondolio di acque la prima/vera!». La forza
della memoria è uno degli elementi con il quale vive l’arte di questo
pittore, che qui è presente con immagini stralciate da un mondo (idrologico)
di ricordi iconici.
Rosamaria Francavilla è pittrice astratta geometrica, affascinata dal
mondo dell’immaginario, amante di molte espressioni d’arte; sa catturare
le trasparenze della luce, e tessere una tela finissima di candidi
bianchi di sofficità nevose, all’interno delle quali kama e ri-kama
poesie, sentimenti, passioni, emozioni, incanti, dolcezze hidruntine. In
questa mostra è presente con delle “Trasparenze” riferite ad alcuni
versi densissimi delle Rime VI di Diego Sandoval de Castro: «Tutto
il dì piango, questi boschi il sanno/ ch’odono il suon de’ miei tristi
lamenti,/ e queste valli, ove i sospiri ardenti/ acquistan fede al mio
gravoso affanno»:
Lucio
Greco è pittore materico informale, le cui immagini sulla tela rivelano
un fascino denso di femminilità passionale nello s/confinamento della
poesia, del verso ri-versato nella sensualità delle forme, delle
posture, degli effetti cromatici. Qui è presente con una Madonna,
ispirata dai versi di Diego alle Rime IV: «quando degli occhi miei
dentr’al confine/ madonna apparve e chiuse a morte il passo». Il quadro
descrive il poeta alla ricerca disperata di una pace interiore a
contatto con la natura. È presente anche con un’altra opera: Velatura di
donna, che si ispira alle Rime III di Isabella: «D’un alto monte onde si
scorge il mare/ miro sovente io, tua figlia Isabella/ s’alcun legno
spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella./ Ma la
mia adversa e dispietata stella/ non vuol ch'alcun conforto possa
entrare/ nel tristo cor, ma, di pietà rubella,/ la salda speme in pianto
fa mutare:/ ch'io non veggo nel mar remo né vela/ (così deserto è
l'infelice lito)/ che l'onde fenda o che la gonfi il vento». La figura
femminile è centrale e verticale, il cui profilo è denso di significati.
Rita
Guido è pittrice dallo ricco spessore monocromatico, aggraziato da
un’infinità di variazioni materiche e volute densità che fa diventare la
sua pittura una policromia di sensazioni, di pieghe, rugosità,
sollevazioni e vallate allo stesso tempo tenere e travolgenti. Qui è
presente con due opere: la prima (La porta dell’amore) ha al centro la
stella di congiunzione; la seconda è un cielo astrale, la cui rugosità
dà tutto il senso della lontananza.
Andrea
Indellicati è artista fotografo fabbricante di lettere oniriche. Egli
non sogna solo carte, luoghi, date, percorsi, modi, del reale e
dell’infinito, ma anche profondità astrali, stelle marine, mondi
azzurrati di immagini sovrapposte di profili di uomini, di donne che,
liberi e quasi sospesi in un cielo assorbito di colori estraniati,
finalmente tentano di amarsi senza perdersi. Il suo dittico si riferisce
alle Rime I e XI. Immagina la presenza di Diego Sandoval de Castro come
un sogno. O forse come un incubo
Marisa
Marconi è pittrice, scultrice, calcografa, attenta a tutto ciò che
l’arte ha scolpito nella storia dell’umanità, sin dai tempi del
classicismo, sin dal tempo dell’uomo piantato dentro l’utero della
Grande Madre, della Terra che ci ha generati. Per questo, quasi a
simboleggiare un amore concretato, presenta qui, in questa mostra
dedicata a Isabella e Diego, un astratto di concavità fetale,
un’intimità soffusa, profonda come l’occhio dell’innamorata, sperduto
sulla strada luminosa del mare.
Antonio
Massari è pittore che in un primo momento è passato dal figurativo al
simbolico, dalle macchie e dai frammenti alle «onde», alle impronte su
carta assorbente, per riapprodare infine ad un nuovo simbolico
figurativo. Qui è presente con due opere: una carta assorbente con onde
perenni; l’altra opera invece è un bellissimo “ritratto” immaginario di
Isabella con la rosa distesa su di un libro, incompiuto volutamente
nella parte di un occhio della figura, perché l’artista si lascia sempre
aperta una nuova speranza di intervento. L’ispirazione trae dai versi
delle Rime VIII di Isabella Morra: «Torbido Siri, del mio mal superbo,/
or ch’io sento da presso il fine amaro,/ fa’ tu noto il mio duolo al
padre caro,/ se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo./ Dille com’io
morendo…».
Giuseppe Matichecchia è pittore che ha attraversato esperienze
artistiche nelle quali si è saputo fare immergere superando ad un certo
punto l’irrazionale, l’esaltazione, l’assurdo, acquisendo alla fine il
concetto che non è possibile rinunciare ad una concezione dell’arte come
mezzo solo per comunicare. Le due sue opere presenti in questa mostra
sono ordite su una sorta di pittura graffiata all’interno della quale
emerge, nella prima, un bracciale a tutto tondo con un nodo in un punto,
nella seconda, invece, due sbarre delineate e annodate nel grigio di un
lenzuolo.
Andrea
Mora è artista fotografo in digital art, i cui lavori presenti nella
mostra sono immagini gonfie di astralità, una sorta di stromatoliti
cromatici piombati dal cielo. Sicuramente un omaggio fluorescente al
grande amore dei due sfortunati innamorati.
Barbara
Patrizia Mori De Palma è pittrice la cui base di sostegno è la profonda
conoscenza della geometria delle architetture urbanistiche, che bene sa
applicare e tessere sulla tela, sulle stoffe, sui vetri, sul legno, sui
sassi, su altri materiali. Qui è presente con due opere, entrambi due
piatti policromi, con i quali interpreta il grande sogno d’amore dei due
innamorati. Nel primo piatto un profilo di donna (Isabella) che guarda
il mare, nella cromaticità dell’opera, emerge il biondo fieno dei
capelli della figura femminile. Nel secondo piatto, invece, l’artista
interpreta i luoghi della vicenda, con al centro un cerbiatto in allerta
nel folto di una foresta tipica delle parti degli antichi luoghi in cui,
nonostante l’amenità evidente, benissimo poterono celarsi gli assassini
del nobile uomo Diego Sandoval de Castro.
Giulio
Orioli è scultore-installatore ed è di Nova Siri, l’antica Bollita. Il
suo breve profilo biografico evidenzia uno spaccato di uno scorcio di
vita vissuto interamente per l’arte, per la quale ha saputo fare scelte
difficili. La sua opera è nota ed è presente a livello internazionale,
perché la sua tematica s’immerge in una trama esistenziale innervata sul
funzionamento dei codici tecnico-funzionali. In questa mostra è presente
con un pannello bianco ed uno nero al cui interno s’inscrivono dei tondi
di contrasto, da dove una macchia cola al di fuori degli stessi. Al loro
interno delle scritte che riassumono la tragica vicenda di Isabella
Morra.
Nino
Oriolo è grafico, pittore, fotografo in digital art, e dopo aver usato
matite, inchiostri, pastelli, pennelli, è approdato al computer, sul
quale l’uso delle matrici digitali gli consentono di elaborare splendidi
fotogrammi ripresi producendo riflessioni, ribaltamenti, duplicazioni,
alterazioni cromatiche che stravolgono la realtà,
metafisicizzandola. Il suo modo di scomporre la luce lo porta ad
ottenere rifrangenze che creano spazi siderali, astralità, profondità
temporali oltre ogni confine. In questa mostra è presente con delle
immagini assolutamente magmatiche: una linea d’orizzonte, tagliata dal
nero e dall’azzurro e due cani che lenti inseguono un spazio infinito
davanti a sé.
Antonio
Pugliese è pittore che ha conosciuto le differenti tendenze dell’arte
contemporanea sino ad essere uno degli interpreti del manifesto delle
«immagini come ideazione»; ad un certo punto della vita, ha sentito
forte l’esigenza di andare oltre il segno pittorico, proiettandosi in
una nuova condizione dell’informale materico sperimentale, in spazialità
simboliche. In questa mostra, è presente con delle opere su cui la
cromaticità dei colori è stata ridotta all’essenziale (giallo/nero),
lasciando campeggiare, in una, la parola scritta «sacra», simbolicamente
riferita alla ritualità insita nello scriversi tra due innamorati, come
fu per Isabella e per Diego.
Antonia
Rago è pittrice lucana di Favale (l’attuale Valsinni), proprio quel
feudo nel quale c’è quel castello dei Morra in cui venne compiuta la
triste vicenda della povera Isabella, simbolo femminile di un amore
spezzato, al quale già altre volte l’artista ha dedicato i suoi omaggi
pittorici. In questa mostra è presente con due opere: un intreccio
intagliato in uno spazio di forme galleggianti nell spazio; e
un’immagine geometrica nella rete con al centro la testa di una
possibile immaginaria Isabella, intima, solitaria, innamorata.
Margherita Serra è scultrice dalla provata professionalità, che ben si
evidenzia nell’opera che presenta per questa mostra di Nuova Siri, dove
il suo “Corsetto per Isabella Morra” denota la forte volontà di dare
forma e grazia a strutture evocative di storia femminile. Il contrasto
del corsetto con la sottostante crinolina dà un’immagine di tutto pieno,
quasi di figura completa col corpo e i vestiti.
Roberto
Vetrano è pittore salentino con al suo attivo già un bel po’ di storia
artistica; la sua arte va dal disegno ai polimaterici, alla tecnica
mista, alle fotografie. In questa mostra è presente con due opere,
entrambe tecnica mista ed entrambe riferite alle Rime di Isabella Morra.
Come base hanno i versi delle Rime III: «... non veggo nel mar remo ne
vela/ (così deserto è l’infelice lito)».
Fin qui
questa importante mostra d’arte sul dramma sanguinoso, che molto
probabilmente avvenne tra il settembre e l’ottobre 1546, alla cui base
c’è un grande amore, una poesia soave e la magia di luoghi -quelli
lucani- che fanno sempre sognare. Tanto da far sì che Benedetto Croce
scrivesse: «... ho voluto recarmi nei luoghi nei quali fu vissuta questa
breve vita e cantata questa dolorosa poesia; in quell’estremo lembo
della Basilicata, ... tra il basso Sinni e il confine calabrese, tra la
riva del mar Jonio, dove verdeggia la foresta di Policoro, e il corso
del Sarmento, che versa le sue acque in quel fiume: un pezzo della Magna
Grecia e della regione detta la Siritide, ... ed ho visitato, presso la
stazione ferroviaria che prende il nome di Nova Siri, la torre del Sinni,
sorta sulla spiaggia, per difesa e allarme contro le scorrerie dei
barbareschi... e sono salito alla Nova Siri, ossia alla Bollita, al
vecchio feudo che fu dei Sandoval di Castro, ... [dove sono stato]
tratto, come suole, dal desiderio di un più sensibile ravvicinamento ai
casi del lontano passato per mezzo delle cose che vi assistettero muti
testimoni, e che non sono, o assai poco, cangiate nell’aspetto, e
sembrano svegliarne o prometterne la più vivace evocazione... insomma,
un modo di coronare per me stesso, per un mio intimo gusto, con un
raccoglimento dell’animo e della mente, con un volo dell’immaginazione,
le modeste indagini...» (Croce, Sellerio, Palermo 1983, pp. 39-43).
MAURIZIO NOCERA |