Sebaste

MUTazioni

 

Risoluto e febbrile procede il pellegrinaggio cromatico.

Reperti di forma interrompono geometrie, traducono movimenti, accennano trasformazioni, oltre ogni limite di riconoscibilità.

Il piano si fa spazio e materia ondulata.

Occhi smarriti e oscurati interrogano tracce di linfa essiccata dal potere del fuoco.

Irregolari e imprevedibili mappe fermano un momento, suggeriscono un’idea, alludono a una condizione.

Il rito dell’artefice, consapevole, casuale o premonitore, ravviva, con scrittura gestuale, la ricerca di nuovi insondati equilibri.

Un’ignota e contagiosa energia si manifesta, per ricongiungere l’uomo, nel suo tempo, ai misteri della natura e alla sacralità della vita.

 

Piero Ragone

 

Dimatteo

Teatri di guerra

 

Gli attacchi assassini hanno seminato lutti e terrore. Gli aerei kamikaze hanno violato i simboli dell’orgoglio e della sicurezza occidentali. Nulla è più come prima.

Il fanatismo fa tremare le democrazie. Le bombe tuonano sulla povertà disperata degli afgani. Cercando la liberazione si incontra ancora il massacro.

 

Le icone, le vittime, i fantasmi di questa tragedia, hanno i colori linfatici delle gouaches di Gaetano Dimatteo. I sipari dilaniati sulla fragilità umana hanno i volti dell’infanzia tradita. L’ossessione della cronaca televisiva e stampata è replicata dai sussulti del cuore trafitto dagli sguardi. La dignità è isolata nei collages marcati dalle matite. Il dolore è esaltato da tempere e acquerelli. Trame antiche vestono i frammenti fotografici. I fili appesi non riescono a cucire mutilazioni e diritti calpestati.

Dal deserto, dalle montagne, dai nascondigli, dagli accampamenti Dimatteo ha raccolto le voci degli orfani e dei vecchi impietriti. Ha udito il rombo della macchina bellica sui guerriglieri armati. Ha immaginato l’urlo silenzioso delle donne dietro le grate dell’imposizione. Il colore, come il sangue, impregna i tessuti e le frange. L’ allucinazione dei sensi si traduce in ruvide rigidità.

La caccia all’uomo continua tra divise e solidarietà internazionali. A quando la pace?

 

La ricerca della verità lascia nella polvere altre vittime “necessarie”. Incidenti di percorso documentati dai media. Mentre la morte – tema ricorrente dell’accorata denuncia pittorica di Dimatteo – rimane ancora maestra inascoltata nei teatri della sofferenza che accompagna la vita.

 

Piero Ragone

 

 

 

Molinari

 

Proporre, scoprire, celebrare un talento artistico rimasto in ombra soprattutto nella sua terra. Rocco Molinari di Accettura, campano di adozione, a 78 anni, torna in Basilicata con una mostra rappresentativa della sua più recente produzione. “Il vigore del magma” è il titolo dell’allestimento organizzato dal Consiglio Regionale della Basilicata presso il centro sportivo Kalidarium di Latronico dal 22 al 28 agosto. Dopo il successo dello scorso anno con l’antologica di Maria Padula, si passa alle sculture di Rocco Molinari che vive e lavora a Napoli, dopo aver insegnato per molti anni al liceo artistico di Salerno. La sua formazione ha avuto inizio a Firenze e si è avvalsa della frequentazione di uno zio scultore e di un cugino letterato.

Sono una quarantina le opere che verranno esposte, realizzate in gran parte tra il ’94 e il 2002, con tecniche miste. Insieme al ferro, ossidato, arrugginito e trattato, tutta una serie di materiali poveri (terracotta, legno, tela, corda, stucco) sono assemblati con altri metalli come zinco, alluminio, reti saldate, maglie intricate di filo di ferro o anche plexiglas. Dopo cicli di lavorazione in terracotta orientati alla figurazione popolare, legata ai mestieri e ai personaggi della quotidianità e della civiltà contadina, la sua ricerca lo ha portato all’uso e alla sperimentazione dei diversi materiali, trasformando radicalmente il suo approccio linguistico e il rapporto con la forma. Dietro l’apparente realismo oggettuale emerge una maturità espressiva che ha saputo mettere in relazione gli elementi spazio e tempo, ottenendo risultati estetici di sicura originalità. Il percorso artistico, di creazione manuale e mentale di Molinari non ha mai perso il filo della memoria e il senso delle origini. Negli anni si è manifestato con moduli e connotazioni sempre più vicine alla modernità e alla contemporaneità senza smentire le suggestioni archetipiche o deviare dall’intento narrativo.

Alla vernice della mostra, giovedì 22 alle 18, a Latronico, sarà presentato il catalogo edito dal Consiglio Regionale e curato da Ugo Piscopo. Alla cerimonia prenderanno parte il presidente del Consiglio Egidio Mitidieri e il sindaco di Latronico Egidio Ponzo. Sono in programma gli interventi del critico e storico dell’arte, docente dell’Accademia di Belle Arti e della Pinacoteca di Ravenna, Claudio Spadoni, del docente di letteratura italiana all’università di Napoli Francesco d’Episcopo e dello scrittore Ugo Piscopo.

 

 

 

 

Si inaugura nel pomeriggio a Latronico la personale dello scultore di Accettura Rocco Molinari

REALISMO DELLA MATERIA PER SALDARE LA MEMORIA ALLA STORIA

Spazio e tempo in trentasette opere in ferro e tecnica mista nella visione contemporanea di un protagonista esemplare del Novecento

 

Modesto, tenace, valente, dolce, continuatore della tradizione, innovatore. Artista schivo, solitario, modellatore e scultore, Rocco Molinari, 78 anni di Accettura, professore fino alla pensione all’istituto d’arte di Salerno, residente a Napoli da un ventennio, torna in Basilicata, a Latronico, per una mostra importante, sostenuta dal Consiglio Regionale lucano.

In esposizione da stasera, presso il Centro sportivo Kalidarium, ci saranno 37 opere della produzione più recente, in gran parte successiva al 1994. Si tratta di sculture di piccolo e grande formato, in tecnica mista, di impronta particolare, fuori da tendenze e correnti consolidate, originalissime per progetto, assemblaggio e impianto compositivo. Caratteristica predominante è la “matericità”, l’uso consapevole e sperimentale di materiali diversi con prevalenza di ferro, lamine e fili, accostati a legno, tela, reti, stucco, plastica, vetro, corde, cartoni, terracotta. Dato distintivo è la ricerca, attraverso le forme, le loro variazioni - suggerite dai segni stessi depositati, evidenziati, provocati sulla materia dal tempo o dall’uso – di soluzioni spaziali, intrecci, connubi e contrasti che manifestino fenomeni e aspetti latenti che sfuggono alla comune ricognizione visiva. Allo scopo, ritagli, frammenti, scarti arrugginiti, ceramiche rotte, protesi lignee, residui rinvenuti, opportunamente trattati o inseriti, diventano corpo, oggetto, materia di indagine, scavo e proposta creativa. Con l’immancabile concorso della luce, del colore, di una manualità come di una sensibilità forgiate a tenere insieme spinte antiche e arcaiche – provenienti dal passato, dalle origini dal modo di sentire la terra – con specificità e astrazioni moderne o decisamente contemporanee.

Per questo nei cerchi, nei pannelli, nelle tavole del periodo partenopeo la critica sottolinea una “relazionalità”, una “modularità”, una “cineticità” che vengono da lontano, nutrite da memorie che furono del mondo contadino, ma anche ellenico, che si riversarono nelle terrecotte e nei mestieri modellati nel primo periodo da Molinari e successivamente approdate a esiti sicuramente più distanti dalla rappresentazione, dal figurativo, pur essendo questo definito “atradizionale”, “dialettale”.

Il “realismo oggettuale” o “dei materiali” di adesso viene dopo l’informale, le avanguardie, le grandi lezioni di Henri Moore, di Arturo Martini, di Marino Marini, di Medardo Rosso, ma anche di Dubuffet e di Alberto Burri, giusto per citare i nomi più importanti che gli studiosi tirano in ballo per addentrarsi nella lettura dell’opera di Rocco Molinari. Eppure il suo risulta un percorso solitario, fuori dai canoni, ma anche dai riflettori delle gallerie e dei circuiti di mercato. Il suo “fare arte” materializza messaggi tutti da decifrare, nati da una perizia artigiana, dal racconto del quotidiano, dal rapporto simbiotico con la creta, dalle reminiscenze dei riti arborei del ”maggio” accetturese per poi svilupparsi nel senso della mediterraneità, delle simbologie, del mito, fino al dialogo stretto con le variabili tempo,

e spazio, mai disgiunte dall’interesse antropologico e dei suoi legami con la natura.

Le energie espressive di Molinari vengono oggi ricondotte ad una ciclicità circolare che rievoca - non solo nelle forme e nelle scelte estetiche - il mondo delle stagioni, la “verticalità” dell’albero della vita, la ripetitività sequenziale di ritmi e scansioni metropolitane. Dalla povertà e dalla residualità della materia lo scultore lucano estrapola spiragli di vitalità per il futuro che trovano radici nel passato e utili indizi nel presente. Sulla percezione di queste emergenze e sulla possibilità di intercettare queste sollecitazioni in trasformazione si interroga, e ci interroga, Molinari. Avvertendoci che i riferimenti, soprattutto quando si perde l’orientamento o si ha paura, vanno saputi cercare. Trovarli non è da tutti.

Piero Ragone

 

 

 

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IL PROGRAMMA DELLA SERATA

 

Alla vernice della mostra di Rocco Molinari, in programma alle ore 18 presso il centro sportivo Kalidarium di Latronico, porterà i saluti il sindaco della cittadina Egidio Ponzo, seguiranno gli interventi di Egidio Nicola Mitidieri, presidente del Consiglio Regionale, di Claudio Spadoni, docente di storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e direttore della locale Pinacoteca, Francesco d’Episcopo, docente di letteratura italiana all’Università Federico II di Napoli e Ugo Piscopo, scrittore, curatore della monografia su Rocco Molinari, pubblicata dalla Struttura Informazione, Comunicazione, Editoria del Consiglio Regionale. All’organizzazione della mostra ha contribuito la Pinacoteca comunale di Bernalda-Metaponto.

 

 

 

 

 

ORIOLI

Rimane aperta fino al 31 agosto presso il Museo di Bad Isch una personale di Giulio Orioli

SCULTURE LUCANE ALLA RESIDENZA IMPERIALE AUSTRIACA

Diciotto opere in pietra e marmo a testimonianza dell’inquietudine del terzo millennio

 

Da Nova Siri a Bad Ischl, in Austria. Giulio Orioli, artista e scultore lucano, presente da anni nella scena internazionale, è ritornato ad esporre nel paese degli imperatori. Questa volta in un contenitore prestigioso come il Museo Der Stadt, residenza estiva dei sovrani austriaci resa famosa per le celebrazioni ufficiali del fidanzamento dell’imperatore Francesco Giuseppe con la principessa Sissi. Una mostra importante, dal titolo “L’inquietudine del terzo millennio”, inaugurata il 6 giugno scorso e visitabile fino al 31 agosto. Insieme a Orioli il fiorentino Normanno Locci con lavori pittorici di matrice informale. L’allestimento, proposto dalla kulturmanager Agneta Kreischer, è stato patrocinato dall’assessorato alla cultura del comune di Firenze e dal comune di Nova Siri. Presenti all’inaugurazione autorità, il parlamentare Josef Steinkogler, il sindaco della città Helmut Haas, la responsabile governativa dei musei d’Austria Sarolta Schredl, che hanno assistito alla presentazione di Hubert Nitsch, responsabile della cultura della diocesi di alta Austria.

Dal 1991 con la personale alla galleria Reiffenstein di Vienna Orioli ha mantenuto aperti questi rapporti transalpini. Nel 2000 è stato presente alla fiera di Salisburgo, a “Il segno e la forma nella memoria” nel castello di Traun e  a “Identità e trasformazione” a Linz. Lo scorso  anno è tornato negli stand della fiera di Salisburgo. Orioli è conosciuto in molti paesi europei dove porta periodicamente le sue produzioni plastiche: a Roquebrun sur Argens, ad Antibes, a Nizza in Francia, oppure in Spagna, Portogallo, per confrontarsi con le ultime tendenze di settore. In Italia frequenta vari gruppi di artisti ed ha esposto in varie città.

A Bad Isch Giulio Orioli ha portato 18 sculture, in pietra lucana e marmo, con le interpretazioni sulle quali ha fondato la sua ultima ricerca. Bozzoli, discoidi, ovali su cui scolpisce codici, cifrari identificativi, formulari che convivono con i segni e le tracce silicee che la storia geologica ha depositato sui reperti lapidei. Dentellature ottenute con perforazioni, asportazioni che rivelano corpi, levigature che sottolineano legami, lacci e fili di collegamento con la memoria e col passato. Dai greti dei fiumi, dalle spiagge, dalle escursioni lungo i crinali che affacciano allo Jonio Orioli seleziona la materia prima. Entra in contatto con le forme. Avverte le giuste vibrazioni sensoriali che portano all’idea, al progetto, alle “rivelazioni”. Ciò che i secoli e i millenni hanno imprigionato nel sedimento calcareo viene “liberato”, riconquista la luce, torna elemento primordiale attivo, pulsante di vita dopo lungo letargo. La trasformazione, la metamorfosi non snatura il mezzo. L’inerte sembra avere un suggeritore intrinseco che guida la mano dell’artista e ne illumina la mente. La traduzione in curve, vuoti, emergenze alfabetiche sembra assecondare linguaggi e necessità di comunicazione cosmiche che percorrono tanto il mondo arcaico che quello classico e si proiettano in una dimensione futura di carattere, potremmo dire, “post-contemporaneo”. Proiezioni e creazioni che lo scultore predilige immortalare anche nel bianco di Carrara, materia eletta alla purezza e offerta alla bellezza sin dall’antichità. Nei bracieri circolari riempiti di scisti colorati delle nostre argille, quasi come in moderni altari sacrificali, giacciono i “feticci” che cristallizzano i movimenti di energia che attraversano l’intera storia dell’umanità.

Piero Ragone

 

 

 

 

 

Fino al 15 a Ravenna con Ebe Martelli per “Codici dell’esistente”. A luglio in Francia

ARTE PLASTICA DEL LUCANO ORIOLI TRA ORIGINI E CANONE ESTETICO

 

Convergenze di comunicazione. Esperienze artistiche di matrice lucana ed emiliana in sintonia. Due percorsi autonomi, con trascorsi e materiali diversi si incontrano nella mostra “Codici dell’esistente”.

Dal 26 maggio, fino al 15 giugno, a Ravenna, presso l’Art Studio EM, di via Mazzini, 62 il novasirese Giulio Orioli e la bolognese Ebe Martelli espongono una serie di opere dell’ultima produzione. Denominatori comuni sono la sensibilità, l’interesse per le origini e lo scavo antropologico di segni primari e primitivi. Un retaggio che permea tanto le sculture in marmo o in pietra, i pannelli con recuperi e reperti dell’era industriale e tecnologica di Orioli che le tele “toponomastiche”, con frammenti, ritagli di stoffe, colori tenui e delicati, microscopiche iscrizioni della Martelli.

Codici, appunto. Sequenze significanti di simboli. Ricerca a ritroso delle radici, degli albori del messaggio e del linguaggio. Una sorta di viaggio nel Dna delle cose, sedimentato e nascosto, intrinseco nelle manifestazioni “esistite”. Tracce scritte nei luoghi, sulle superfici, nello spazio, negli strati della storia di un passato lontano o anche recente. Testimonianze di dati estetici, elaborati in composizioni ridotte all’essenza, nude e semplici, non per questo meno vicini alla bellezza, alla percezione della luce o della forma pura.

Colori e tattilità, canoni e impianti modulati da esigenze inconsce, guidate da correnti di pensiero o maestri di riferimento, poi tradotti e imbevuti dei segni della  contemporaneità. Una contemporaneità non proprio amica della quotidianità e del presente.

Uno slancio critico convinto che si replica nella singolarità delle opere e con la riflessione e lo stimolo prende le distanze dal modo di procedere dell’attuale società. Con garbo e rigore al tempo stesso, su quadri piccoli e assemblaggi, su pannelli e collages, le stoffe del secolo scorso sono contaminate e perfino marchiate dal codice a barre delle moderne etichettature.

Martelli ed Orioli hanno già esposto insieme in altre collettive: in provincia di Benevento l’estate scorsa, poi a Salisburgo (Austria) in autunno. Mentre alcuni lavori della Ebe rimarranno esposti in un castello austriaco fino a settembre prossimo, Orioli si prepara ad una nuova trasferta in Francia. Dal 21 luglio è invitato ad una rassegna internazionale di scultura a Roquebrune sur Argens, sulla Costa Azzurra. Si tratta di un ritorno, per una manifestazione molto seguita che la locale associazione “Arte e tradizione” rinnova da anni. Tra una dozzina di artisti, tutti di provata fama e riconosciuta maturità, Giulio Orioli porta i suoi dischi di pietra lucana, gli scisti e i bozzoli, dentellati, bucati e marchiati con lettere e numeri. Opere e codici che gli hanno assicurato un posto di riguardo, nel meeting francese, meritato appieno. Una vetrina completa delle produzioni scultoree, dei pannelli, delle matite e persino di fotografie dell’artista si può visitare aprendo il sito internet giulioorioli.it

Piero Ragone

 

 

 

 

 

SINTESI             SEBASTE ’99 – 2002                                                di Piero Ragone

per la mostra: “La vitalità e il mistero” presso la galleria Idearte  10/3/02

 

Maggio ’99 – Portale di Pignola  “Carte e Cartoni”

L’impatto è forte, richiede attenzione. In video, nel servizio del TG regionale, era diverso. Dal vivo le emozioni si rincorrono. Si fa strada un certo turbamento. I colori sono decisi, saturi, messi per colpire. Composti coi cartoni sagomati, rosicchiati, strappati, bruciacchiati. Ondulature, sagome, rugosità sovrapposte, limitate, bagnate e impregnate. Ma cosa sono? Espressioni, ibridi, ritagli, profili. Propaggini di materia fusa, embrioni? Colori magnetizzati, colati, impastati. Occhi, articolazioni, incastri. La realtà destrutturata, tumultuosa, caotica. I labirinti della quotidianità.

…Non finisce di sorprendere Sebaste, l’irruente, il ricercatore, lo sperimentale. E’ il suo modo di essere avanguardia.

“L’arte contemporanea legge le forme della natura – dice Sebaste - e le rielabora con fantasia e sensibilità, secondo soggettive interpretazioni  che dipendono dalla cultura, dalla formazione e dalle radici dell’artista”. “Io contestualizzo la mia espressione pittorica al mio tempo. Uso materie e colori che vanno dai rifiuti a quelli sintetici, tecnologici, industriali. Visualizzo le ansie, la violenza, l’ambiguità della società a cui apparteniamo. Ma per la mia ispirazione mantengo sempre un legame con la natura”.

 

Scultura in ferro battuto a Treia (Macerata) 7/99

La scultura non ha ancora un titolo, né rappresenta qualcosa di reale. E’ piuttosto la materializzazione di un’idea, un approccio concreto a un pensiero, a una convinzione. E’ un gioco di forme, un assemblaggio metallico “personalizzato” che funge da espediente per visualizzazioni e proiezioni fantastiche. Nella rotazione plastica suggerita da luci ed ombre si può scorgere di tutto, a seconda del punto di osservazione. Erotismo, magia, vitalità esteriore, sono il corredo di un “Homo ludens” laminato sì, ma sognante e disincantato. Un portatore di significati, forse anche allucinati o prodotti dalla solitudine, che stimolano la contemplazione e avvicinano al divino. Una “forma, formata, formante” secondo la definizione del critico d’arte Claudio Spadoni.

 

Ravenna e Bologna ’99 “Alchilie cromatiche (Lino Cavallari)

Natura e chimica, emozione e tattilità, idee e stratificazioni, unificate da progetto e simbiosi di significati. Salvatore Sebaste l’estroverso, il polimaterico, l’alchimista, il nomade. Ma anche “fantastico, poliedrico, onnivoro” tra “collanti e pigmenti, cartoni e cartapesta”. Un’”autorità invidiabile”, contraddistinto da “uno stile mutevole, ma riconoscibile”, come scrive Cavallari. Un interprete dalla “dimensione intimista, di respiro totalizzante e riflessivo”. Per lui parlano, eloquentemente, creazioni fresche, informali, astratte. Ora pascoli, ora partiture, esplosioni, fiati, profumi, come recitano gli iperbolici titoli che accennano a immaginifiche composizioni ritagliate sul piano, non di rado nello spazio. Con l’ausilio di pennelli e spatole, forbici e fiamme, adesivi e miscugli. Stesi, colati, spalmati, integrati. Un elisir di giovinezza, di energia cromatica, di inconsce e perturbate visualizzazioni.

 

 

 

6/00 Antologica Annunziata a Matera

Ancora una volta, materia prima per le sue creazioni astratto-informali sono gli assemblaggi di impasti, colle, cartoni e colori catalizzati dalla fiamma, bruciati e poi vivificati e verniciati. Di grande effetto il risultato finale, sia sotto il profilo delle forme che delle cromie. Tecniche miste e invenzione compositiva fanno di questo artista un instancabile ricercatore, un incontenibile sognatore e un brillante artefice della comunicazione visiva.

Definito dalla critica ribelle, impulsivo, aggressivo, nomade, audace, avventuroso, solidale, in quasi 45 anni di attività artistica, non ha mai smesso di caratterizzarsi per stile e originalità. Anche quando la sua espressività aveva radici figurative, meridionaliste, di denuncia. Sempre forte è stato il suo legame con le radici, l’appartenenza, l’identità mediterranea. Passione e tenacia lo hanno guidato nell’ispirazione e nel tortuoso percorso di una singolarità sofferta, ma coinvolgente e riconosciuta.

 

……….testimoniare, affermare, definire il punto di arrivo di un modo di sentire e concepire l’arte, la pittura, la creazione espressiva. Lavori evoluti oltre una bidimensionalità da tempo insufficiente a contenere bisogni ed esperienze di una ricerca forte e coraggiosa. Materia sintetica, prodotti poveri, miscele industriali, rasature e cartoni rugosi, bruciacchiati, cotti, verniciati, incollati, ritagliati, sversati per dar corpo ad un’idea, per materializzare una visione, per sondare il proprio istinto, per restituire sensazioni. Solo le ultime tappe, i risultati di una ricerca estrema, contemporanea, di manualità e progetto in continua trasformazione, scanditi da tempi e ritmi serrati.

 

6/00 Inaugurazione Pinacoteca Bernalda

Del suo percorso artistico Rino Cardone ricorda l’iniziale centralità espressiva della figura, il passaggio alle forme e ad una concezione materica del colore, l’interesse per il “bianco” assoluto, per gli spessori plastici, il recupero della tavolozza cromatica privilegiando i colori primari. E ancora, il ritorno alla figura espressionista, alle suggestioni grafitiste, alle più recenti sperimentazioni astratte di “carte e cartoni” e di “masse cromatiche”. “Eclettico, trasgressivo, originale quanto basta, fedele alla grande lezione del segno e del colore, grande sperimentatore della materia” sono solo alcune delle definizioni usate da Cardone per tracciare un profilo di questo artista e instancabile operatore culturale. La direzione artistica della Pinacoteca di Bernalda è il naturale sbocco e riconoscimento di questa sua indiscussa capacità, oltre che il coronamento di un desiderio diventato realtà. (P.R.)

 

 

 

 

Da stasera al Circolo ACLI-CTA una mostra fotografica e una calendario in favore di Emergency

L’INDIA TRA SPIRITUALITA’ E ARMONIA QUOTIDIANA

Viaggio di Gaetano Plasmati tra i volti e i colori di una civiltà antica che aspetta il suo futuro

 

Città e deserto, palazzi e strade, fiume sacro e templi, ma soprattutto gente: di ogni etnia, costume, credenza religiosa. L’India vista e fotografata da Gaetano Plasmati non è solo un viaggio nei luoghi, uno spostamento geografico, un itinerario in un grande paese asiatico. E’ un’incursione, a più riprese – 5 soggiorni in 7 anni – in varie stagioni, ricorrenze, oltre che aree territoriali. Una ricognizione lontana dall’essere completa, ma sufficientemente documentata, di un mondo che l’occidente conosce poco e forse male. Plasmati si è fatto rapire dalle atmosfere, dal pathos, dalla magia e dal mistero che avvolgono questa realtà tanto problematica - per condizioni economiche, igieniche e di tenore di vita – quanto ricca di stimoli, storia, colori. Ne ha inseguito le tracce, le manifestazioni, la partecipazione corale. E’ stato toccato, sin nel profondo, dalla dignità, dalla luminosità, dalla serenità non ostentata di un popolo eterogeneo, variegato, credente che tollera sacrifici e sofferenze, senza perdere fiducia ed allegria.

”Mother India” è una testimonianza diretta, visiva, di un grande amore e rispetto per gli abitanti e i luoghi della conoscenza e della tolleranza. Monumenti e santuari, fiere e raduni, bagni purificatori e feste in costume, cammelli, distese di sabbia, tradizioni e nuove tecnologie fanno dell’India un paese unico, complesso e variegato, mistico, primitivo e contraddittorio, eppure seducente. Sono stati questi elementi di attrazione a riportare Plasmati ripetutamente nella terra di Gandhi. Gli stessi che lo hanno motivato a fare una mostra che dicesse e spiegasse più delle parole e soprattutto di depliant e richiami turistici.

La cinquantina di immagini a colori in formato 30x40 centimetri, a conclusione dell’esposizione materana presso lo studio d’arte Montanaro, viene proposta da stasera nei locali del circolo ACLI-CTA di via Rosica, 2 a Potenza. All’inaugurazione prevista per le 19,30 interverrà anche l’autore delle foto. Nell’occasione sarà pure presentato il calendario 2003, stampato da Plasmati insieme alla tipografia materna La Stamperia, con una serie di immagini esemplari estrapolate dalla mostra. Un fotogramma per ogni mese, più dodici ritratti di indiani per dicembre, diventano le icone che sostengono una raccolta di fondi destinata all’associazione umanitaria Emergency. Con 7 euro per calendario venduto, (il costo è di 10 euro), si contribuirà a finanziare le attività di Gino Strada e soci in favore di feriti e vittime dei conflitti armati accesi in molti angoli della terra.

Per Gaetano Plasmati, spesso in viaggio, alle prese con reportage e gruppi da guidare, ovunque si possano incontrare rituali e festival indigeni, la serie di “passaggi”  in India si concludono con una presa d’atto dell’importanza della crescita interiore e spirituale che sicuramente va ben oltre il dato di miseria e arretratezza che spesso si associa alla penisola asiatica.

Piero Ragone

 

COMUNICATO    STAMPA

 

L’INDIA NELLE FOTO DI GAETANO PLASMATI DAL 17/12 AL 6/1/03 AL CIRCOLO ACLI DI POTENZA, DIVENTA UN CALENDARIO PER SOSTENERE EMERGENCY

 

 

Dopo i consensi e l’interesse riscossi dal 7 al 15 dicembre presso lo studio d’arte Montanaro a Matera, la mostra fotografica “MOTHER INDIA” si sposta a Potenza. Alle 19,30 di martedì 17 dicembre 2002, nei locali del Circolo ACLI-CTA, di via Rosica,2 (tel.35366) verrà inaugurato il nuovo allestimento. Alla vernice parteciperà Gaetano Plasmati, già autore di altre ricognizioni fotografiche all’estero, di cui una sullo Yemen ospitata diversi anni fa proprio dal Circolo ACLI cittadino.

 

Sono una cinquantina i fotogrammi a colori stampati in formato 30 x 40 centimetri. Si tratta di una selezione di centinaia di scatti effettuati in 5 viaggi diversi, nell’arco di 7 anni, in stagioni e territori differenti. Un tentativo di mettere insieme le tante anime, le contraddizioni e i mutamenti di una nazione sterminata (circa 3,3 milioni di km quadrati), composta da 25 stati, dove vivono quasi un miliardo di persone, di differenti religioni (induista, musulmana, cristiana, sikh, ecc…), dove si parlano 177 lingue e 544 dialetti. Una terra dove le condizioni di vita ed economiche, ma anche produttive, sotto la spinta demografica, sono al limite della sopravvivenza, ma dove il reporter materano ha visto e documentato allegria, vitalità, serenità, semplicità. Valori forse non molto apprezzati dagli occidentali, ma sicuramente al centro della filosofia e delle abitudini quotidiane e spirituali degli indiani.

 

Per questo Plasmati insieme alle emergente monumentali, ai santuari, alla vita delle città, all’arsura del deserto ha proposto volti e ritratti di gente comune, di zingari, anziani col turbante, bambini e soprattutto donne incontrati per strada, nelle feste, ai mercati, al circo, mentre si truccano, danzano, si bagnano nel Gange per purificarsi. A Varanasi o Delhi, a Bombay o Jaipur, tra le sabbie e i cammelli del Thar o di Pushkar, a bordo di una piroga a Cape Comorin o tra le maschere  del Kathakali di Cochin, o mentre pregano davanti ad una pira che incenerisce un corpo senza vita. Tra stupa del Buddha, templi eretti o scavati nella roccia, palazzi e mausolei Plasmati si è lasciato conquistare e “guidare” dalla Mother India. Attratto dalla percezione di qualcosa di grande, di profondo, legato alla tolleranza, alla non violenza, alla conoscenza. Ha capito quanto lo stava trasformando quello che stava vedendo. E solo dopo aver visto, rivisto, meditato, forzando la sua riservatezza, si è deciso ad offrire le immagini che lo avevano più toccato ad un pubblico “mirato” di visitatori.

 

In collaborazione con La Stamperia Liantonio di Matera, Plasmati ha inoltre stampato un calendario per il nuovo anno. Per ogni mese ha scelto una foto emblematica della raccolta “Mother  India”. Per dicembre, invece, ha messo insieme 12 ritratti tra i primi piani più colorati ed espressivi di donne, anziani e bambini con ornamenti, costumi e abbigliamento tradizionale. Il costo del calendario è di 10 euro, 7 dei quali saranno devoluti ad Emergency, per finanziare aiuti e soccorsi sanitari ad opera dei medici dell’associazione italiana impegnata in tutto il mondo, dove armi e guerre feriscono e uccidono vittime innocenti.

 

La mostra “Mother India” – sostenuta dallo studio d’arte Montanaro e da RVM Broadcast Video Service - rimarrà aperta presso il Circolo ACLI-CTA di Potenza fino al 6 gennaio.

 

Potenza, 16 dicembre 2002                                                     

gaetanoplasmati@tiscalinet.it (cell. 339/3142580)

Info. motherindia@virgilio.it

 

 
 

 

 

 

GUESTBOOK: Firma il libro degli Ospiti.GUESTBOOK: Firma il libro degli Ospiti.