LA BALLATA DELLE DIAVOLESSE

Chi non conosceva maestro Francisco! Tutti. Maghi maghesse stregoni stregonesse asini asinesse diavoli diavolesse madonne santi e beati, preti arcipreti e canonici, abati certosini e monaci, monache badesse e priori, duchi conti principi, becchini facchini e magnacci, contesse baronesse e prostitute: in codesto e l’altro mondo.

Tutti conoscevano maestro Francisco, un omino piccolo piccolo piccolo con un naso all’insù pronto a spiccare il volo verso l’alto dei cieli ed inseguito da un infinito stuolo di rondini; e lo si vedeva spesso soprattutto al mattino subito dopo il sorgere del sole, ed alla sera poco prima del tramonto camminare lungo viali strade e stradine della sua città, vicoli e vicoletti, e passare sotto gli archi ed archetti, che sembravano accoglierlo con sorrisi e canti, con un passo così lesto e premuroso tanto che nessuno riusciva a tenergli dietro neanche i cani gatti e conigli selvatici, che spesso lo accompagnavano e seguivano dovendo fare una gran fatica per raggiungerlo onde camminare a fianco a lui.

A volte, poi, lo si vedeva montare sulla sua vecchia e sgangherata bicicletta tutta arruginita e cigolante a partire dal suo laboratorio, situato nella città vecchià nei pressi del mercato, con uno zaino pieno di ferri del suo pregiatissimo ed eccellentissimo mestiere, di cui era fiero e di cui si vantava davanti a santi beati e diavoli, e scomparire come un gatto dopo aver attraversato il lungo ed ombroso viale Roma.

Ma a volte si vedeva maestro Francisco partire anche a piedi trascinandosi dietro la sua vecchia e sconquassata bicicletta, sulla quale sistemava con tutte le cure ed attenzioni possibili ed immaginabili una finestra una porta un tavolo un comò un portale una cassapanca e lui tutto calmo e placido curvato in due per lo sforzo eccessivo che faceva, percorreva viali vicoli e vicoletti, strade stradine e viuzze per giungere nella villa, nel palazzo, nel castello di qualche ricco signore; od anche in qualche casa e casetta di umile persona, che aveva chiesto con immenso ardore l’ineguagliabile arte di maestro Francisco. Ed una volta giunto lì, ecco mettersi al lavoro per ore ed ore fino a sera piegandosi in due e rotolandosi a terra per meglio lavorare.

Lo si vedeva ancora con la forza di un leone o d’un bue fischiettando qualche motivo lirico e sinfonico portarsi lontano lontano fino fuori le mura della città, onde raggiungere qualche borgata o paesello per consegnare la sua opera o lavorarvi. Ed altre volte lo si vedeva seguire a piedi, trascinando la sua bicicletta, un carro tirato da muli o cavalli, vecchi ciechi e sciancati, su cui erano state sistemate le sue opere grandiose e mastodontiche: un gran comò una gran specchiera un gran portale, tutti intarsiati.

Maestro Francisco trascorreva i giorni, le sere, ed a volte anche le notti a lavorare curvo e raggomitolato per costruire e progettare una cassapanca un mastodontico portale un cornicione una gran specchiera od un gran camino in stile Liberty ed adornandoli poi con volute e bellissimi capitelli, con bambole rose ed altri fiori, e con zampe di leoni leonesse e pappagalli. E tutto lui intarsiava con un lavoro preciso e delicato, tutto scolpiva maneggiando il legno come l’oro. E mentre lavorava di notte spesso sua moglie, una bellissima donna bionda, alta e snella, dai seni tondeggianti e dalle altre forme alquanto prospicienti, tanto che tutti, giovani e becchi, si dannavano anima e corpo e l’eccitazione andava alle stelle, lo chiamava ad invocare per far l’amore. E lui spesso lasciando il suo lavoro, tutto brontolando si recava da lei.

Una mattina, ancora molto presto, non erano neanche le sette, cavanti al suo laboratorio, maestro Francisco udì un rumore di zoccoli di cavalli; ed una volta allungato occhi naso e collo fino fuori l’uscio vide giungere una sontuosissima e mastodontica carrozza. Non appena questa si ebbe fermata proprio davanti al suo laboratorio, egli si precipitò fuori strada per vedere chi fosse giunto. E fissato in avanti occhi orecchie e naso scoprì che a giungere li era don Giulio, un signorotto del luogo, famoso per tutta la città e dintorni per trattare i cani veramente in maniera diabolica facendoli sfamare con erbe e pere secche e acqua putrida, tanto che tutti i cani della città gli avevano dichiarato guerra aperta.

Maestro Francisco non appena vide quel galantuomo scendere dalla carrozza ed avviarsi verso di lui con un gran e sfavillante cappello in testa, adornato con piume splendenti si precipitò verso questi come una lepre facendogli un’infinità di inchini così profondi e forti, da toccare addirittura naso muso ed orecchie a terra. Maestro Francisco accompagnò don Giulio nel suo laboratorio continuandogli a fare un’infinità di inchini e cortesie e chiedendogli il motivo della sua onorata visita pur avendone compreso per bene il senso ed avendo il maestro fatto a don Giulio moltissimi lavori in passato, portali finestre specchiere ed un grandissimo camino in noce e tutti adornati di rose e fiori d’ogni genere e di volute bellissime e superbe.

Dite dite, don Giulio, in che cosa ancora posso esservi utile, gli disse correndo nell’altra camera come un coniglio e prendendo una bellissima e mastodontica poltrona realizzata da lui, che teneva per gli ospiti illustri e facendo sedere tutti gli altri su di uno scanno tutto rotto e cigolante e pieno di chiodi arruginiti e facendo pungere il culo ai poveri malcapitati.

Maestro Francisco! Disse don Giulio, dopo essersi seduto e fatto un gran respiro, ed aver sistemato pancia sedere e piedi ed aver poggiato il suo splendido bastone, su cui appoggiava tutta la sua immensa mole, per evitare di stramazzare a terra avendo spesso dei capogiri rimettendoci una volta per sempre le penne, codesta volta dovete farmi un gran lavoro. Dovete mettere tutta la vostra soprannaturale maestria, tutta la vostra bravura, e dovete farmi un’opera eccezionale, che voi in tutta la vostra veneranda carriera non avete mai fatto prima.

Un’opera d’arte che mai nessuno, né il principe né l’arcivescovo e forse neanche il re e lo stesso papa abbiano mai posseduto; e deve essere di legno pregiatissimo e tutta intarsiata di fiori di qualsiasi natura, di angeli arcangeli e serafini.

Ditemi ditemi, don Giulio, rispose maestro Francisco, tutto beato e giulivo, con gli occhi ed orecchie che gli ridevano fortemente ed allungando tanto di naso collo e piedi e spalancando enormemente gli occhi per la contentezza, vorrete che vi faccia qualche altro portale un’altra cassapanca una specchiera con i controfiocchi.

Ma che! Una cosa ancora più rara e pregievole, che voi mai indovinereste nemmeno a pensarci per tutto il giorno e la notte, gli rispose don Giulio guardandolo con un’aria tra l’ironico ed il serioso e lasciandosi con la mano sinistra la sua gran pancia, che gli sballottolava continuamente e ruotando poi come una trottola e lasciandosi poi i suoi lunghi baffi, che quella mattina stavano belli mansueti e flosci e per nulla appuntiti come al solito per la rabbia ed il veleno, che gli dava sua moglie, donna Oronza, una donna bassa e grossa quanto una botte, con due denti che le uscivano di fuori come zanne di rinoceronte, con una bocca quanto un forno, che nel mangiare si spalancava tutta divorando piatti interi di pasta e dolci in gran abbondanza, acida e petulante, non capace mai d’un sorriso sulle labbra o d’un gesto affettuoso verso un figlio, il marito, un servitore, un gatto, un cane, od il pappagallo, che stava nel salotto a recitarle sempre il De Profundis.

Ed allora ditemi ditemi, don Giulio, gli ripete maestro Francisco, guardandolo con un’aria strabiliata, con gli occhi stralunati e di meraviglia non riuscendo a capire per nulla che diavolo volesse quella volta quel suo vecchio ed illustre cliente.

Ma don Giulio per nulla si scomponeva vomitando cosa volesse; se ne stava sdraiato su quella mastodontica poltrona guardandolo fisso ed aspettando che il maestro indovinasse cosa lui desiderava. Forse un portale una panca per metterla giù nel vostro studio, un’altra specchiera più grande e larga per farvi specchiare meglio donna Oronza, vostra moglie, essendosi forse ancora dilatata ed ingrossata , gli ripeteva Francisco scervellandosi fortemente e follemente e dandosi ogni tanto qualche pugno in testa per scuotere memoria e mente.

Nohhh, nohhh, rispose don Giulio scuotendo capo e piedi e sballottolando il suo gran pancione, che s’era dilatato ancora di più per il ridere che faceva dentro di lui e girandoda una parte e l’altra il suo viso. Ed allora ditemi, don Giulio, vi supplico, ripete il maestro continuandosi a scervellare e dandosi alla fine un bel e forte colpo con un martello nell’estremo tentativo di svegliare e rinfrescare la memoria e la mente.

Ma non ci fu niente da fare, don Giulio non apriva bocca sadicamente continuando a tormentare maestro Francisco vedendo se questi riuscisse ad indovinare che diavolo voleva. E quando vide che povero Francisco sudava freddo, gli occhi gli erano usciti fuori e cominciò a picchiarsi la testa con tutte le sante regole anche con il martello più grosso, con cui ci batteva le zanghe, finalmente decise di aprir il becco.

Maestro Francisco! disse, dando un forte e lungo sospiro, che si propagò per tutta la città come una bufera svegliando tutti coloro che ancora dormivano ed atterendo tutti gli uccelli e le rondini che svolazzavano nel cielo, dovete farmi codesta volta con tutta la vostra gran maestria nu baugliu de muertu.

Nu baugliu de muertu! Rispose maestro Francisco alzando tanto di naso ed allungando naso orecchie e collo e spalancando tanto di occhi e guardando fisso fisso don Giulio con un’aria incredula, strabiliata, meravigliata e facendosi la croce con la mano sinistra ed alla rovescia e continuandosela a fare per molte e svariate volte e facendosela anche con i piedi affinchè fosse più efficace e potente, in modo che l’avvertissero e la vedessero per bene tutti i santi beati e madonne e gli stessi diavoli e diavolesse, tutti indistintamente, vecchi giovani sciancati ciechi sordi collerici simpatici ed antipatici; poi cominciò a tremare tutto quanto da capo a piedi come se gli fosse cascata la morte addosso.

Ma che dite! don Giulio, questa mattina, rispose Francisco, dopo aver superato in qualche modo lo choc e finito di asciugarsi il sudore, che intanto s’era fatto finalmente caldo e dopo che il sangue se n’era sceso dalla testa, ma continuando ad essere rosso rosso in viso; nu baugliu de muertu! ma per chi! chi è morto stamattina; che ne dovete fare.

Per chi! rispose ridecchiando e sorridendo ed emettendo taluni strani suoni dalla bocca; per chi avete detto! per me.

Per voi !don Giulio.

Ma che state dicendo questa mattina forse questa notte avete dormito male o sognato tutti i diavoli dell’Inferno con tutte le diavolesse, rispose quello rimanendo esterrefatto e strabiliato più che mai.

Sì, proprio nu baugliu de muertu, che servirà per me allorquando tutti i diavoli dell’inferno e le diavolesse, loro amanti e consorti, verranno in gran pompa magna in compagnia di  santi e beati a prendermi con tutte le brache cappello e gilè onde farmi finalmente rinfrescare mente e cervello e farmi godere i piaceri dell’Oltretomba.

Voi questa mattina avete proprio l’aria di scherzare, rispose maestro Francisco guardandolo con tanta meraviglia; ma se state così bene e scoppiate di salute, con quella vostra gran pancia, che vi saltella davanti con tanta vitalità e forza, con quei baffi neri, senza un solo pelo bianco ed afflosciato e con un viso fresco rotondo e roseo. Ma che vi siete messo in testa! Forse stanotte non avete dormito bene!

Ho dormito benissimo, rispose don Giulio, lisciandosi pancia e baffi. Soltanto che ho tanto desiderio di cominciarmi a preparare per il gran passaggio per l’Aldilà ed andarci con nu baugliu bellissimo e splendente, che mai nessuno, né re né principe né papa né imperatore e neanche S. Pietro hanno mai avuto il piacere di ficcarvisi dentro. Dovete farmi una cassa funebre meravigliosa, che deve sbalordire tutti in codesto e l’alto mondo.

Tanto fece e tanto disse don Giulio con sospiri e belle e dolci parole, che alla fine convinse contro la sua volontà il maestro a realizzare quell’opera funerea e tetra e meravigliosa e mastodontica.

Allorquando do Giulio salutò Francisco raccomandandogli di terminare lu baugliu de muertu nel più breve tempo possibile promettendogli di ricompensarlo molto bene, maestro Francisco rimase come incretinito e rimbambito con tanta di bocca aperta e con gli occhi fissi e stralunati; e non gli sembrava vero che quella mattina quel suo vecchio ed illustre cliente gli aveva fatto quella simile commissione, tetrea e funerea, che gli avrebbe causato noie fastidi e serie preoccupazioni, oltre che intristirlo ed immalinconirlo.. Andava avanti ed indietro nel suo laboratorio grattandosi capo e culo e pensando come fare per costruire quella cosa macabra e funerea senza che nessuno si accorgesse e vedesse la cassa  da morto; sarebbe stato veramente canzonato e deriso da chicchessia, animali e persone.

Tutti poi pure gli amici più intimi e gli stessi parenti l’avrebbero burlato e canzonato per essersi all’improvviso ed alla vecchiaia messo a costruire li baugli de muertu. Ma nessuno, continuava a pensare, grattandosi sempre più fortemente capo e sedere, tanto da farli arrossire per bene, avrebbe messo più piede e naso nel suo laboratorio;  avrebbe perduto una marea di clienti diventando povero e facendo veramente la fame.

Oppure avrebbe dovuto mettersi a costruire soltanto casse da morto pregando continuamente santi beati diavoli madonne diavolesse, affinchè si prendessero una gran quantità di persone per lavorare sempre di più e vedersi poi i clienti ed amici fare sotto il suo naso una gran quantità di corna e toccarsi poi un’infinità di volte sotto.

E mentre diceva e parlava tra sé cominciò lui per primo inconsciamente a fare corna dappertutto, in alto in basso avanti ed indietro e cominciandosi lui stesso a strofinarsi le palle così fortemente da farle arrossire e dovendosi privare per giorni e giorni dal fare l’amore e non potendosi sedere a proprio piacimento e dovendosi voltare e rivoltare sulla sedia sullo zoccolo di casa e persino sulla poltrona e nel letto.

E poi pensava a sua moglie, una donna bellissima, bionda, molto esuberante, ma dal carattere alquanto forte ed austera. Se avesse saputo ed intuito che suo marito s’era messo a costruire casse funebri, l’avrebbe disintegrato, scotennato.

E le figlie, poi, che ne aveva una caterva, piccole e giovinette, di tutte le stature, alte magre rubiconde e pasciute entrando nel suo laboratorio e vedendo il baule si sarebbero spaventate e scioccate per sempre e subito traumi per tutta la vita; e sua moglie inferocitasi gli avrebbe fatto pagare molto amaramente.

Il povero uomo trascorre qualche giorno continuando a rodersi anima mente e fegato senza aver il coraggio e la forza d’iniziare quel macabro lavoro e pensando alla fine di mandar a strabenedire don Giulio e la sua mania di prepararsi anzitempo la strada ed il cammino per l’aldilà. Ma costui dopo qualche giorno si fece vivo come un fantasma per accertarsi se il maestro avesse o no iniziato il lavoro, che gli urgeva. Forse aveva qualche cattivo presentimento!

Costretto dalle ripetute insistenze, forti e docili di don Giulio, che non gli dava tregua, alla fine dopo aver tergiversato e continuato a rodersi anima e fegato, finalmente cominciò a lavorare al baule. Di giorno faceva altri lavori, una specchiera un portale adornandoli di rose angeli e capitelli, e di notte, quando ormai tutti dormivano, compresa la moglie, sicuro che nessuno potesse entrare nel suo laboratorio lavorava per la cassa da morto, che un giorno molto lontano sarebbe servita per ficcarvici don Giulio, grande e grosso come era, con tutto quell’immenso pancione. E dopo averci lavorato ore ed ore durante la notte, poi con la santa pazienza doveva nascondere la sua opera sotto tavole e tavolacce, sacchi e sacchetti ed altre cose per non fare vedere a nessuno la macabra opera. E sopra vi poneva la gabbia del suo giovane pappagallo, che cominciava subito a recitare il De Profundis facendo inviperire tremendamente il maestro che subito si sbiancava ed impallidiva assumendo le sembianze de lu muertu.

Lavorava come un dannato per finire al più presto possibile quella tetra commissione, che tutto gli faceva andar di traverso, amori mangiare e sonno; e poi, pur lavorando di notte con gli occhi che gli si chiudevano stava sempre teso e preoccupato temendo che sua moglie o le figlie più grandi o qualche compare o parente od amico, che abitavano lì nei pressi potessero all’improvviso ficcare il naso nella sua bottega e trovarlo alle prese con lu baugliu de muertu.

Ogni piccolo rumore, poi, di un topo di un gatto di una mosca o del pappagallo, che spesso si muoveva per imitarlo nei gesti, gli faceva saltare il cuore in aria rimanendo senza respiro; poi spesso dava dei salti in aria andando a sbattere il capo al soffitto producendo un fragore che si propagava a tutta la casa ed al quartiere facendo spaventare maggiormente.

Dopo averci lavorato per una quindicina di notti in modo frenetico con tutto quel trambusto quei sussulti quelle palpitazioni, ecco che finalmente l’opera venne compiuta; e ne venne fuori un baule eccezionale con tutte le arti e con tutti i controfiocchi; una gran e mastodontica cassa per ficcare in un tempo molto ma molto lontano tutta la gran e sproporzionata mole di don Giulio che era quanto quella d’un bue.

Il baule da morto venne fatta con noce massiccio di primissima qualità e tutto intarsiato di angiolini angioletti serafini e serafinetti, di rose e fiori: era veramente un’opera grandiosa e spettacolare. E all’orquando la vide ultimata, anche con tutti i guai e le peripezie che gli poterono procurare, maestro Francisco fu veramente molto contento, tanto che gli occhi finalmente gli risero per la contentezza ed il viso riacquistò il rossore. E lieto e giulivo così esclamò toccandola delicatamente come se fosse una gran e magnifica scultura; neanche i sovrani di tempi antichi e recenti, i papi i cardinali e finanche i santi i beati e le madonne hanno avuto il piacere e l’onore d’esser ficcati e chiusi in un tal baugliu. Soltanto tu, o don Giulio, avrai codesto piacere.

Alla sera si vestì a festa con un vestito tutto bianco, tanto da sembrar un colombino, piccolo piccolo poi com’era e tutto fischiettando un motivo lirico della Lucia di Lammermoor, che lui prediligeva e che tante volte aveva cantato come corista sul palcoscenico del teatro della sua città, si recò nel gran e sontuoso palazzo di don Giulio per riferirgli della grandiosa e mastodontica opera realizzata e per incassare la grande e lauta somma promessagli. Era quella sera d’estate in gran forma per aver realizzato un’altra stupenda opera d’arte, dopo tanti patemi d’anima e per essersi finalmente liberato di quel lavoro noioso crudele e tetro dovendosi oltretutto ricordare continuamente della morte. Ma allorquando giunse al palazzo del suo illustre e facoltoso cliente, che si trovava al centro della città nei pressi della piazza del mercato, e non appena s’avvicinò al portone, vide un andirivieni di gente con gli occhi mesti, arrossati e rivolti a terra, fiori che andavano e venivano, salivano e scendevano cominciando immediatamente ad ascoltare pianti urla e disperazione provenienti dai piani di sopra.

Il poverino rimase come esterefatto fulminato scioccato intuendo subito che qualcosa certo di non allegra e di serio era avvenuta; e allorquando chiese ad un suo amico che si trovava lì cosa fosse accaduto e cosa fosse quel frenetico e folto andirivieni, quella confusione, quelle grida, che cominciavano a stordirlo ed incretinirlo, seppe che don Giulio era morto da qualche ora. All’udire quelle parole il povero maestro Francisco venne preso come da paralisi, colpito da un fulmine da un uragano sentendosi un calore fortissimo alla testa vacillando così fortemente, che per poco non stramazzò a terra e facendosi la croce alla rovescia.

Poi una volta ripresosi dallo stordimento e dal colpo si precipitò sopra come una lepre nella speranza di poter salvare in extremis il suo baugliu. Ma allorquando trovò don Giulio già belloacconciato e ficcato in un baule, per nulla bello ed elegante, stramazzò a terra accanto al morto; e tutti, vedendo quella scena credettero che quell’omino piccolo piccolo quanto un coniglio, maestro Francisco, era crollato a terra come una mela cotta per il dolore provato per l’improvvisa morte dell’amico e cliente.

Tutti rimasero stupefatti meravigliati affranti vedendo quell’omino svenire per il gran dolore per la morte di don Giulio, mentre maestro Francisco se ne sarebbe infischiato e strafregato benissimo della scomparsa di quello, al massimo gli avrebbe recitato qualche Pater nostre e fattosi la croce con la mano sinistra ed alla rovescia; lui era crollato a terra svenuto per il colpo che gli era venuto pensando d’aver perduto fatica, soldi e salute per realizzare quel baule, che ora si trovava sullo stomaco e tra i piedi e che gli sarebbe stato impossibile cederlo e venderlo a qualche altro.

Moltissmi, persone ed animali, tralasciando di pensare e piangere il morto si prodigavano per far rinvenire Francisco, che giaceva svenuto proprio a fianco alla cassa con la salma enorme di don Giulio. Gli venne spruzzata dell’acqua fredda e putrida, venne schiaffeggiato per bene nell’estremo tentativo di farlo rinvenire.

Uhhh, mormorò donna Ronza, una donna grassa e grossa quanto un bue, spalancando tanto di bocca, che era quanto un forno, con due denti, che gli sporgevano fuori cacciando tanto di lingua, standosene seduta su di una gran e mastodontica poltrona, fatta su misura dallo stesso Francisco per mantenere la sua sproporzionata mole, con l’ossatura in ferro, mentre le sue amiche le soffiavano il ventaglio per rinfrescarla, quanto era affezionato a Giulio, maestro, Francisco, sembravano fratelli, amici d’infanzia; ed ora vedendolo senz’anima e senza parola è persino svenuto affranto da immenso dolore. Fategli sentire l’andore de lu citu, così si rianimerà.

In quella gran sala, dove era stato sistemato con tutte le sante regole ed i sacramenti quella sera il padrone di casa, con tanto di candeline accese, scoppiò un vero putiferio un parapiglia un andirivieni maggiore di quello successo per la morte di Giulio. Nessuno più pensava all’anima ed al corpo di costui; tutti indistintamente si prodigavano per l’amico del morto; ed a nulla valevano gli schiaffi, l’acqua che gli veniva buttata a torrente, e l’aceto che gli mettevano davanti al naso e che alla fine gli buttarono finanche in faccia, sul naso e sopra le orecchie. Tutti pensavano all’anima ed al corpo di Francisco, che sembravano voler raggiungere don Giulio.

Finalmente dopo più di tre ore Francisco cominciò a muovere naso orecchie e lingua e ad aprire gli occhi con l’intervento di medici maghi e stregoni; e dopo se ne ritornò a casa sua con i suoi piedi e con le sue gambe tremolanti, che gli facevano crìcrì, tutto angosciato ed amareggiato pensando ai guai che gli erano capitati avendo rimessoci legname pregiato lavoro e soldi trovandosi tra i piedi lu baugliu de muertu impossibile e difficile a disfarsene.

Cosa ti è successo, gli disse sua moglie, vedendolo tutto angosciato e pallido, guardandolo fisso negli occhi piantandogli addosso i suoi occhioni verdi e scintillanti. Nulla rispose, lui, andandosene nel suo laboratorio senza neanche cenare continuando a pensare a ciò che gli era capitato.

Dopo qualche giorno di pensamenti e ripensamenti su quell’affare decise che la notte seguente si sarebbe finalmente liberato del baule pur rimettendoci denaro lavoro e fastidi. Sì, ma come portare fuori alla campagna tutto quel mausoleo così grande e mastodontico per bruciarlo; ci sarebbero voluti parecchi uomini per trasportarlo e naturalmente costoro avrebbero parlato e spiattellato ai quattro venti che lui s’era messo a costruire casse da morto con il pericolo di perdere anche tutta la sua clientela. Pensava di trovare dei sordomuti; ma quelli, pensava, rodendosi anima e mente con gesti avrebbero ugualmente spifferato la cosa facendosi comprendere.

Scartò anche quest’ipotesi ed attese con tanta trepidazione qualche altro giorno sempre con il patema d’animo che un gatto il cane qualche discepolo la moglie scovando tra le sue cose trovassero e scovassero il baule. E non ne parliamo delle trepidazioni di quando entravano le figlie e soprattutto la grande che tutto andava spiando e metteva a soqquadro; ed il timore che aveva del pappagallo, che continuamente, da quando aveva iniziato quel suo macabro lavoro non smetteva di recitare il De Profundis, e non faceva altro che cantare qualche nota di musica funebre ideata da lui e scandire sillabe che facevano alludere alla presenza lì de lu baugliu de muertu. E proprio allorquando una sera decise di distruggere la cassa, non appena che tutti fossero andati a dormire facendola a pezzi, giunse un giovane, il servitore di don Alfonso, un nobile e ricco signore d’un paesino non molto lontano dalla città.

Don Alfonso mandava a chiamare il maestro con una certa urgenza, per commissionargli un lavoro. Maestro Francisco senza perder tempo, vestitosi in fretta e mettendosi scarpe gilè e brache alla rovescia volò con la sua cigolante e sconquassata bicicletta in codesto paese al castello di don Alfonso come un uccello; e allorquando giunse sotto i baffi di quel signore e la sua grossa pancia, che si stava lisciando ed accarezzando, sentendosi piccolo piccolo quanto un grillo, apprese che costui voleva che gli costruisse quanto prima una gran e mastodontica panca che doveva servire in occasione per i grandi e splendidi festeggiamenti delle nozze del figlio. Certo, una panca, grande mastodontica splendida grandiosa, rispose Francisco muovendo naso orecchie ed occhi e crepando dalla gioia e contentezza; ma certo! don Alfonso, proseguì quello, in brevissimo tempo avrete l’opera che sarà incantevole storcendo il naso e la bocca e ridendo sotto i baffi e cominciando a scervellarsi circa il da farsi.

In pochi secondi aveva preso la decisione di appioppare a don Alfonso lu baugliu de muertu. E non appena giunse a casa e cenato finalmente con  gusto andandogli prima tutto di traverso, andò a ficcarsi subito nel suo laboratorio cominciando a lavorare a certe volute e capitelli ed una volta fattasi notte profonda, ecco che trasse dal nascondiglio il baule lavorandovi freneticamente; ed all’alba lo nascose nuovamente andandosene a dormire per qualche ora. Ed alla notte seguente riprese il lavoro continuandolo fino al mattino senza più nascondere la cassa da morto. Questa era stata già trasformata in una grandiosa e mastodontica cassapanca.

Vi continuò ancora ad abbellirla dandole un tono di grandiosità, di splendore, e quando l’ebbe terminata ne venne fuori la meraviglia delle meraviglie, una splendida e gran opera d’arte, bella briosa e festosa. Ma che! Per nulla vi si poteva scorgere la vecchia opera, bella, ma funerea e tetra. Anzi, al contrario, chi avesse avuto la fortuna di osservarla e contemplarla , si sarebbe allietato spirito mente e corpo estasiandosi eccitandosi e masturbandosi enormemente e follemente.

Il vecchio gran baule venne poggiato su quattro grandi e splendenti zampe di leonesse e sopra di esso venne poggiato un enorme pannello, su cui vennero disegnate e scolpite delle bellissime fanciulle nude con tanto di seni rotondeggianti e prospicenti e con delle altre forme altrettanto rotondeggianti e splendenti; poi proprio sulla cassa tutt’intorno venne scolpita una bellissima e stupenda ballata delle diavolesse, tutte bellissime e formosissime, nude con il volto ed il corpo di donne e con una lunga coda che si attorcigliava sugli stupendi e meravigliosi corpi. In basso poi affioravano delle fiamme, dipinte, in mezzo alle quali si ergeva Caino, Abele ed altri diavoli, tutti della gran corte dell’Inferno, che osservavano come tanti babbei e mammalucchi con tanta di lingua e bocca aperta ed occhi spalancati le bellissime e meravigliose forme delle diavolesse. Dall’alto dei cieli invece si vedeva uno sciame di beati e santi, giovani vecchi rimbambiti zoppi sciancati e collerici, compreso S. Filippino e S. Realino, i santi più focosi e passionali del Paradiso, che anch’essi abbabbavano nel contemplare ed osservare quella stupenda ballata delle diavolesse con tanta di bocca aperta e di lingua allungata, che usciva fuori fino al petto eccitandosi e masturbandosi follemente; mentre il Padreterno anche lui rimbambito ed abbabbato davanti a quell’opera divina contemplava le belle diavolesse invitandole a salire su in Paradiso nell’ultimo cielo a fianco a lui.

Allorquando la stupenda e meravigliosa opera venne trasportata al castello su di un traino tutto sgangherato e cigolante con le ruote tutte contorte e fradice, con il pericolo di disintegrarsi e far scassare la cassapanca, trainato da quattro cavalli zoppi sciancati e sordi e guidato da un cocchiere vecchio ed ubriaco, e venne portata sopra al primo piano del castello ducale da una caterva di uomini vecchi sciancati e traballanti, con le gambe che facevano crìcrì e posta al centro del grande salone, avvenne un gran putiferio mai visto prima d’allora neanche al tempo dei duchi quando organizzavano orge e ballate; un fracasso eccezionale una frenesia sfrenata e strabiliante un parapiglia generale un andirivieni, tanto che sembrava che il castello dovesse scoppiare come una polveriera da un momento all’altro o sprofondare nei meandri della terra.

Don Alfonso nel vedere quell’opera d’arte rimase scioccato ed incretinito per la straordinaria bellezza di essa, mastodontica ed imponente e venne abbagliato da quelle scene splendide della ballata delle diavolesse che prorompevano con tutti quei seni fiammanti e rotondeggianti e prospicenti e con le altre forme ancora più belle e splendide. E se bene il duca Alfonso fosse vecchio e decrepito, l’eccitazione gli giunse alla cima dei capelli; e poi tutta la caterva di camerieri e servitori, giovani vecchi e rimbambiti, si precipitarono a vedere e contemplare quella magnifica e celestiale cassapanca.

Dopo qualche giorno si sparse la voce in tutto il paese e d’intorni fino alla città di codesta cassapanca bellissima e spettacolare con tante scene erotiche ; e tutti vecchi e giovani paralitici sciancati e forti, villani aristocratici canonici preti arcipreti certosini abbati priori minsignori monsignorini e finanche monsignor vescovo accorsero per osservare e  contemplare le belle e formose diavolesse. E tutti le osservarono incantati ed entusiasti con l’eccitazione e la masturbazione che arrivava alle stelle. E tutti uomini e donne nell’osservare quella cassapanca avvertivano un gran senso di brio e di estasi; ma solo che allorquando si avvicinavano troppo ad essa e vi si siedevano avvertivano dopo un pò un certo malessere uno stordimento un senso di nausea vertigini diventando subito pallidi e sbiancati come cadaveri. E gli uni e gli altri si vedevano con il colore della cera cadaverici burlandosi tra loro. Son  tutte fandonie suggestioni, mormorava maestro Francisco, che era accorso al palazzo ducale per deliziar anima e corpo nell’osservare tutti quei maccabei, che a stuolo si precipitavano per andar ad abbabbare davanti alla scena delle belle recondite e pasciute diavolesse crepandosi dalle risate allorquando vedeva quelli sbiancarsi una volta sedutisi sulla cassapanca. Ed ora che maestro Francisco non c’è più dall’alto dei cieli continua a ridere nell’osservare tantissima gente, che continua a salire nel castello per bearsi anima e corpo davanti alle sue belle diavolesse e alle belle e formose donne scolpite sul pannello; e non c’è un momento in cui non si bea d’aver preso per il culo don Alfonso e tutti i suoi discendenti per aver loro appioppato lu bugliu de muertu. Ed ancora, a distanza di tantissimi anni , chi sale in quel castello per gustarsi e bearsi della visione delle belle donne e diavolesse, dopo aver sentito brio ed estasi si ritrova pallido e smorto. Questo è il mistero che s’annida nel castello di don Armando, pronipote del duca Alfonso, che ordinò a maestro Francisco la bella e meravigliosa e mastodontica cassapanca.

Gigi Giannotti

 

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