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IL BRONTOLONE
Dovunque, in cielo, in terra, nel regno degli Inferni, di
Maometto, di S. Pietro, di Budda, delle streghe e degli stregoni, maghi e
maghesse, tutti conoscevano maestro Ciccio.
Tutti lo conoscevano per il suo borbottio e brontolio
continuo, ossessivo ed estenuante.
Abitava in piazza, proprio ai margini di questa, prima che
iniziasse una strettoia angusta e pendiosa con tante casette tutte bianche
con certi archetti e loggette, sotto cui asini e muli prendevano aria e
fresco nelle notti d’estate.
Al mattini presto, subito dopo l’alba, si vedeva ormai
divenuto vecchio, tutto curvo, con due lunghi baffi bianchi ed appuntiti,
che gli avvolgevano orecchie e naso, con tanta di pipa di creta, con il
volto serio esprimente chissà quale pensiero profondo ed acuto,
affacciarsi ad un lungo muraglione, da cui osservava le colline, che
lentamente e dolcemente s’uniscono al mare.
E tra una pipata ed un’altra osservava il mare, che nelle
giornate serene e senza foschia appariva chiaro e limpido; e l’immensa
pianura, su cui si ergono i ruderi di città remote e sepolte: Metaponto,
Siris, ed Eraclea, distrutte dall’insensatezza degli uomini e dalla
brama di potere. E poi il golfo di Taranto e la cappelletta della Sulla,
abitata da una madonna giovanissima e bellissima, ricchissima, per essere
proprietaria d’una sterminata campagna d’intorno, su cui passeggia ed
erra, nelle notti primaverili ed estive al chiaro di luna, in compagnia
d’un vecchio diavolo, scemunito e sciancato e di due santi avvinazzati e
folli.
Quando il primo passante, una donna, un uomo, un fanciullo,
un asino od un cane gli dava del buongiorno, vedendolo assolto nei suoi
profondi pensieri, con le mani ai baffi, lui, girandosi dietro, lasciando
alle spalle la stupenda e meravigliosa natura, in tutta serenità,
togliendosi dalla bocca la pipa, che emanava fumo come una locomotiva,
diceva: “mi hai rovinato la giornata, la giornata”.
Era una ridere!
Maestro Ciccio, che s’era alzato bello sereno e
tranquillo, prima d’iniziare, vecchio che ormai era, la giornata di
lavoro, cominciava già a borbottare e brontolare. E sempre c’era ogni
mattina un asino , un gatto, un cane, un giovane, un vecchio, un mago, che
dandogli il buongiorno, gli toglieva la letizia e la gioia di vivere.
Era quell’uomo un vero spasso. Dovunque andasse, dovunque
si muovesse, come apriva bocca e naso, portava allegria, brio, nonostante
il suo borbottio e brontolio. I suoi gesti, le sue trovate, i suoi
borbottamenti non si contavano. Avevano un fascino meraviglioso e brioso.
Ascoltiamolo.
Una mattina, proprio il giorno di S. Francesco, giorno del
suo onomastico, pensò di festeggiarlo. La banda suonava già in piazza in
onore del santo, patrono del paese, ed una fiumana di contadini e
contadine giungevano dalle campagne su traini e carri cigolanti e tirati
da buoi e cavalli, e su asini e muli. Tutti erano vestiti a festa,
compresi gli animali con grandi pennacchi dai vari colori. E S. Francesco
crepava per la contentezza per tutti i festeggiamenti, che si stavano per
fare in suo onore e per la gioia di poter esser portato finalmente fuori
all’aria in giro per tutte le strade e stradine, vicoli e vicoletti del
paesino, distribuendo a tutti, animali e persone, la santa bendizione.
“Imbandisci per bene la tavola, metti il pentolone sul
fuoco”, disse alla moglie,: oggi è festa, verranno a pranzare con noi i
miei compari; io vado nell’altra piazza dal beccaio a comprare la carne.
E così messosi il cappello ed accesasi la lunga pipa, tutto borbottando e
brontolando come al solito uscì.
S’intrattenne un po’ in piazza con taluni amici,
entrando poi dal beccaio. Comprò un enorme pezzo di carne di un vecchio
bue, morto giorni prima annegato dalle acque del fiume Sinni, che era
straripato, inondando tutta la pianura accanto! E presolo, cominciò a far
ritorno a casa. Camminava tutto assorto nei suoi pensieri con
un’andatura lenta, un po’ curvo e con le mani dietro, che sorreggeva
il bel pezzo di carne.
Ma all’improvviso, proprio vicino casa, un cane
s’avventò alle sue mani strappandogli la carne. Non si scompose per
nulla, continuando a camminare. Ma una volta giunto a casa, mise tutto a
soqquadro scompigliando la tavola imbandita, imprecando contro la moglie
ed i compari e tirando un calcio alla caldaia.
Ma si bruciò fortemente il piede con l’acqua bollente.
Stette a brontolare fortemente, più del solito per tanto tempo,
camminando zoppo.
Spesso maestro faceva a contadini e piccoli proprietari di
terre, che lui chiamava cafoni, sentendosi nobile ed aristocratico, per
esser un eccellente maestro, dei margiali, manici per zappe e zapponi.
Costoro, poi, per disobbligarsi per il lavoro regalavano del vino, del
formaggio e della frutta.
Un macellaio una volta gli regalò una manciata di
gghiommarelli in occasione
della fiera tenuta nel mese di agosto nel feudo della madonna della Sulla,
per disobbligarsi per taluni manici di legno fatti alle zappe. Il maestro
si vide ricco. I baffi s’arricciarono per la contentezza. Erano ancora
caldi; proprio allora erano usciti dalla brace. Di filata dalla fiera se
ne andò alla bottega portandosi l’incartata degli involtini, guardando
tutt’intorno con gli occhi ridenti e sospettosi, temendo che qualcuno si
accorgesse della cosa. Entrato in bottega si girò e rigirò intorno tutto
pensieroso, per trovare il posto più sicuro, dove nessuno potesse scovare
i suoi gghiommarelli.
Poi, alla sera, si sarebbe fatta una scorpacciata di carne,
accompagnata da un bel bottiglione di vino, trascorrendo così la serata
più bella della sua vita, che mai aveva passata, neanche il giorno del
suo matrimonio, essendosi dovuto riempire lo stomaco e la pancia di
frittata con verdura, di fagioli e ceci.
Dopo aver cercato invano il posto più sicuro, per
nascondere la sua squisita e prelibata pietanza, ebbe l’idea che il
posto più sicuro, dove nessuno avrebbe ficcato il naso, neanche i maghi e
le streghe, fosse una cassa da morto, che stava nascosta in un angolo.
Dentro là nessuno veramente sarebbe andato a ficcare il naso.
Vecchio che era, cominciò a lavorare con tantissima
passione. Ma ad un tratto accadde l’imprevisto.
All’improvviso giunse dalla campagna un vecchio
signorotto, un tale don Arturo, con un carro di buoi e con due contadini,
per comprare una bara. E neanche a farla a posta, tra tante casse, andò a
scegliere proprio quella, dove maestro Ciccio aveva nascosto il suo
tesoro.
Voglio proprio questa, disse don Arturo, rivolgendosi al
maestro, dopo aver dato un’occhiata in giro, portandosi nell’angolo in
fondo alla bottega; mi sembra la più lucida, la più elegante e la più
massiccia.
Mahhh. A maestro Ciccio stette per venire un colpo, quando
sentì quelle parole e vide quello andarsi a piazzare proprio davanti alla
cassa, che custodiva gelosamente i gghiommarelli.
Allungato collo ed orecchie e toccatosi i baffi, il maestro
disse: questa, don Arturo, non ve la posso dare; sceglietevene un'altra.
Un'altra! rispose il signorotto. A me piace moltissimo questa; ed io me la
prendo. Piacerà di sicuro alla mia povera moglie. E senza ascoltare i
borbottii e brontoloni di maestro Ciccio fece caricare sul carro. Consegnò
il denaro a questi e se n’andò, lasciando il maestro brontolare
infinitamente.
Proprio ora doveva morire quella, diceva tra sè, crepando
in corpo. E fu tale la rabbia ed il veleno, che si prese, quella mattina,
che per poco non ci lasciò le penne. Dovette andarsi a coricare per il
malessere che si sentiva.
Non appena i contadini salirono in casa e s’accorsero che
dentro v’erano i gghiommarelli si gettarono sulla cassa
come vampiri. Ed udito il bellissimo odore che emanava dalla cassa,
anche gli altri, che stavano intorno alla povera donna morta, fecero lo
stesso, facendo venire a costei l’acquolina in bocca. In brevissimo
tempo si divorarono come gatti i bellissimi gghiommarelli.
Di pomeriggio si vide al funerale anche che si trascinava
tutto sbiancato, come un cadavere, borbottando e mormorando come non mai,
imprecando contro don Arturo e la consorte, che dall’alto dei cieli si
crepava dal ridere nell’osservare le smanie del maestro.
03/03/1993 ore 19,00
Gigi
Giannotti
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