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A CAPA A VENTINOV(E) SUNATE
In un paesino sperduto delle Basilicata vive un vecchietto, ormai più che
novant’enne, piccolo piccolo, molto curvo per la sua veneranda età, di
nome Domenico, chiamato da amici Mingo o Minghino, o più esattamente
mastro Minghino.
Mastro Minghino
è un uomo conosciutissimo al suo paese; un uomo intelligentissimo e molto
simpatico. Ha sempre un umor molto bello e fervido; e nel narrare i fatti
e le cose è di una simpatia unica, tanto da far crepare tutti, animali e
persone, ad eccezion fatta per i porci, grandi e piccoli, che certo non
l’amano e lo scansano continuamente. Per tutta la vita sin da fanciullo
ha lavorato come muratore buttando l’anima a costruire muri, solai e
forni. Era un orologio. Allorquando doveva pavimentare un forno e
ricoprire il cielo di mattoni di creta dal color rosso, lui, piccolo che
era, vi entrava al mattino presto come un gatto uscendone a mezzogiorno
preciso senza consultare alcun orologio.
Ora lo si vede
sereno e tranquillo camminare continuamente per le strade e stradine del
paesino, per vicoli e vicoletti, arrampicarsi come uno scoiattolo per le
lunghe ed impervie gradinate con ciottoli appuntiti e rotondeggianti; e
passare sotto gli archi, archetti e lamie, bassissime con tanta
disinvoltura, dimenandosi come uno scoiattolo. Eppure in gioventù, prima
che giungesse la vecchiaia estrema, che tutto rasserena, e tranquillizza,
era d’una nevrastenia unica ed indescrivibile, crepando la povera moglie
con le assurde scenate di gelosia relegandola tra quattro mure per tutta
la vita senza farle uscire il naso fuori la porta od andare in processione
con tutti gli altri fedeli battendosi il petto come asini in omaggio ai
santi, quando costoro venivano portati a spasso per far loro prendere aria
e far sì che benedissero il paese e le contrade d’intorno. Nonché
crepava ed affliggeva i propri discepoli ed aiutanti, perché li voleva più
svelti, come lui, che nei lavori sembrava volare.
E lui, maestro
Mingo era consapevole della sua alta ed altera nevrastenia; e ne parlava
con soddisfazione, con un piacere, che lo manifestava con gli occhi, con
il viso, con il naso e con le orecchie.
Diceva che la
sua testa era a ventinove suonate, e che da quando era stato a combattere
nella prima guerra mondiale lui aveva notato che il suo capo ragionava a
vanvera, a ventinove suonate.
Ed ora diventato
molto vecchio si rammarica di non poter più dire la sua espressione tanto
gentile e tanto sobria: “ho a capa a ventinov(e) suonat(e). Gliel’ha
detto il medico, che non si dice così, e che la sua sofferenza si chiama
nevrosi.
Ed ogni tanto,
quando sta di buon’ umore, lui è felicissimo di raccontare un qualche
episodio o gesto fatto da lui, nell’età giovanile o adulta, quando il
suo capo era”dalle ventinov(e) suonat(e), che ora ha saputo amaramente
chiamarsi nevrosi. Ascoltiamolo.
Mingo aveva
avuto sin da ragazzo una grandissima ossessione e fobia verso taluni
animali, i cani ed i gatti, ma in modo particolare verso i porci, che
addirittura odiava non sopportandoli e non digerendoli per nulla.
Forse da piccolo
aveva subito qualche trauma da parte loro per odiarli tanto. Ma essendo
però molto ghiotto di salsicce e salami e che mangiava accompagnati a
qualche buon bicchiere di vino, era costretto a convivere lo stesso con i
maiali. Ogni anno un suo amico porcaro, per disobbligarsi di qualche
lavoro fatto come muratore, gli regalava il giorno di Pasqua un maialino,
che lui poi si teneva nel suo orticello dietro casa per crescerlo, per poi
farci a Natale salami e salsicce. E nell’allevarlo ci metteva tanta
passione ed attenzione, facendolo mangiare a sazietà, che il porco alla
fine dell’anno s’era fatto bello, grande e pasciuto.
Ma un anno,
esattamente negli anni quaranta. Subito dopo la guerra, ebbe regalato un
porcellino mansueto e tranquillo, ma che subito dopo diventò aggressivo e
violento, perché nevrotizzato da lui. Il carattere irascibile, ansioso e
nevrotico del padrone, i suoi gesti bruschi e frettolosi, il suo batter i
piedi finirono per nevrotizzare il porcellino, diventando più iracondo e
folle dello stesso padrone.
Non appena
scendeva nell’orto per sfamare l’animale, il porco, ascoltando il suo
passo ed il suo odore gli si buttava addosso tentando di morderlo. Ahhh!
esclamava subito il padrone cercando di scansarsi, sorridendogli e
guardandolo con ironia e dicendo: “caro mio, tu non conosci bene la mia
testa dalle ventinove suonate; se tutti i campanelli si mettono a suonare
fortemente, tu sei finito e fritto”.
Intanto il
maiale cresceva velocemente con tutte le massate, le pere secche e
verdi che gli dava fino a farsi bello, grande e pasciuto.
Un giorno il
paese era pieno di brio e fervore. Contadini e contadine, erano venuti
dalle parti più lontane, anche da S. Basile, una contrada pianeggiante e
verdeggiante per la presenza di un’infinità di alberi d’ulivo
fronzuti e secolari, nel cui ventre s’erano formati tantissimi alveari,
che i contadini svuotano del miele depositato a maggio; o da Serra Maiola,
un bosco situato molto in alto, pien di abeti e castagni, sotto le cui
radici continua a vivere un’antica città, risalente ai tempi della
Magna Grecia, e che geme si dispera, si dimena, mormora e piange per esser
caduta in oblio, continuando a vivere nella speranza che un giorno possa
rivedere la luce, le stelle e la luna.
C’era un
viavai di gente, di tutte le specie: bimbi, vecchi, giovani, preti,
sacerdoti, asini e muli vestiti a festa con gran pennacchi dagli svariati
colori. Santi, beati, diavoli e diavolesse, usciti dalle nicchie e dagli
stiponi umidi ed oscuri, accalcati tra loro senza poter respirare,
passeggiavano per strade e stradine all’aria aperta. V’era in quel
giorno di caldissima estate i grandi e solenni festeggiamenti in onore
della madonna del Carmine, con danze e bande.
Proprio il
mattino della processione, mastro Mingo, contento e giulivo per stare
finalmente libero dal lavoro, vestito elegantissimo, con brache e giacca
di velluto e con una cravatta di seta, prima di andar in chiesa ed
accodarsi poi a tutto lo stuolo del popolo per seguire la madonna portata
a passeggio, pensò di dar da mangiare al suo amato ed odiato porco. Ma
non appena si avvicinò, distratto che stava, la bestia gli s’avventò
contro morsicandolo più volte alla mano, alla coscia ed al culo.
Mahhh! Il povero
Mingo venne preso da un dolore atroce e forte così potente, che vide le
stelle mettendosi a piangere come un bambino.
Poi, tutto
accecato dal dolore e dalla rabbia, con tutto il sangue che gli scorreva
dalla coscia, mano e culo andò a casa, prese una bottiglia di petrolio ed
i fiammiferi e ritornato nell’orto in pochissimi istanti, sparse il
liquido sull’animale dandogli poi
fuoco. La povera bestia andò in fiamme cominciando a correre
disperatamente in tutte le strade e stradine travolgendo tutti coloro che
incontrava.
Passò per la
piazza, un largo circondato da casupole e da un palazzo eternamente
abbandonato e tutto scalcinato, abitato allora da un poeta enorme e
barbuto, con i capelli lunghi e dalla fantasia strabiliante, gran
mangiatore, dove un mercante aveva esposto per terra piatti, bicchieri,
capase e capasoni d’argilla e ceramica. Tutto travolse il porco in
fiamme mandando tutti in frantumi tra la disperazione e la meraviglia del
venditore, mentre gli altri presenti osservavano la scena rimbambiti e
scemuniti.
Poi il porco si
portò nella parte di sotto al paese, il così detto Sterro , avviandosi
sempre in fiamme verso la chiesa. Proprio allora era uscita la madonna e
tutta la piazzetta antistante alla chiesa era piena zeppa di gente, che si
batteva il petto come asini cantando e pregandolo, mentre la banda suonava
fortemente per rallegrare persone, santi e beati.
L’animale in
fiamme si infilò come un forsennato in mezzo alla folla portando il
panico e travolgendo tutti, preti, sacrestani, santi e persone. Chi
correva a destra, chi a sinistra, chi tentava di salire sul muraglione,
chi sui tetti delle case o sui gafii. Molti si trovarono di culo sopra il
porco, che li trascinava fortemente in mezzo alla folla. Fu un ridere ed
un piangere contemporaneamente.
Molti
rimasero contusi e con il culo bruciato, mentre maestro Mingo, che era
accorso tutto dolorante con la mano in culo, dall’alto della gradinata
si godeva la scena crepandosi dalle risate.
Gigi Giannotti |