Il Paese
nuovo 2
febbraio 2010 Lecce
Oggi, 2
febbraio ricorre il decimo anniversario della morte di Gigi
Giannotti, geniale affabulatore
DI ESTRO E
DI GENIO
di
Maurizio Nocera
Dieci anni fa, il 2 febbraio
2000. spiccava il suo ultimo volo dalla Terra, in direzione del
cielo, Luigi (per gli amici e compagni Gigi) Giannotti, il geniale
affabulatore e scrittore di "cunti" e "culacchi" salentini e lucani.
Soprattutto i racconti lucani erano quelli che interessavano allo
scrittore, appunto perché egli era nato in Basilicata, a Nova Siri
(Matera) i120 settembre 1936, aveva studiato a Lecce. e qui si era
infine sposato facendo casa con la grande pittrice leccese Rita
Guido.
Chi qui scrive ha conosciuto
e frequentato lo scrittore per decenni apprezzandone la pronta
ironia e l'arguzia di un sapere eclettico. Gigi sapeva molte cose,
si interessava praticamente di tutto, ma ciò che di più lo
affascinava erano le vicende vissute dalle popolazioni meridionali.
I nostri luoghi d'incontro avvenivano spesso in contrada "Dottoressa
Rapesta", sulla strada per Torre Chianca, appena dopo la chiesa
fuori le mura cosiddetta «te la Capu te Santu Ronzu»; lì, in questo
magico luogo scoperto da Anna Maria Massari e Rita Guido, ci
incontravamo assieme ad Antonio L. Verri, Antonio Massari,
Francesco Saverio Dòdaro, Marisa Romano, Ada Donno, Pina Sparro,
Enzo Coluccia e la moglie Bernardini, qualche volta era presente
anche la Rosa Maria Francavilla Maritati, altri amici ed amiche
ancora.
Il racconto di Isabella
Gigi sapeva tenere banco a
tutti, perché era l'unico fra di noi che sapeva di più. Sdraiato
sulla sua sedia dondolante, con il viso rivolto al cielo stellato,
iniziava a raccontare della triste vicenda accaduta alla
«bellissima» (così la definiva lui) Isabella Morra dicendoci che nel
marzo 1528, dilagando la guerra tra Francesco I e Carlo V, i cui
echi arrivarono perfino nella solitaria dimora lucana di Isabella
Morra, il padre di lei, Giovanni Michele, reo di aver parteggiato
per i francesi, fu costretto a trovare salvezza nella fuga,
dirigendosi verso Parigi dove aveva trovato ospitalità alla corte di
Francesco I. Nella lontana Valsinni, aveva lasciato la moglie e i
numerosi figli. Confiscati tutti i beni, la famiglia Morra dovette
condurre un'esistenza piuttosto infelice. Nel 1542, Isabella Morra
aveva circa 26 anni, l'intera Basilicata contava poco più di 130.000
abitanti, mentre Valsinni poco più di 1000. I contatti fra centri
abitati lucani erano pochi, la miseria immensa e Gigi ci raccontò
che su quello sfondo politico, storico, sociale e familiare
bisognava collocare il canzoniere di Isabella Morra, lo struggente
senso di isolamento e di solitudine, e dall'altro la proiezione
verso forme mitiche e simboliche, entro cui si realizzava
un'inconscia forma di liberazione ed evasione. Dettata
dall'isolamento e dalla solitudine, Isabella Morra volgeva lo
sguardo verso il mare, in cerca di confini più ampi e di ambienti
più colti.
Gigi aggiunse raccontò ancora
che Isabella Morra vedeva la propria solitudine accentuata ed
esasperata dall'incomprensione e sordità della gente del paese,
assolutamente incapace di partecipare ai suoi bisogni di cultura e
di bellezza. Il suo primo fondamentale interesse fu la poesia,
quindi l'amore per l'unico uomo conosciuto e amato in terra di
Lucania, tale Diego Sandoval De Castro. Anche costui era nobile e
poeta.
La poesia di Diego
Gigi ci raccontò che la sua
famiglia era vissuta alla corte di re Alfonso d'Aragona e che Diego
era nato nel 1516 dal matrimonio tra Pedro Sandoval De Castro,
castellano di Cosenza, e Giovanna, a sua volta erede, nel 1520, del
feudo di Bollita, cioè l'attuale Nova Siri, città natale del nostro
estroso e geniale scrittore. Si sa che l'oriundo spagnolo Diego
Sandoval De Castro pur'egli era poeta e che la sua relazione con
Isabella iniziò con l'indirizzarle dei versi e delle lettere. Diego
era amico del filosofo Telesio e buon cultore di Petrarca. Viaggiò a
lungo per l'Italia e a Firenze si iscrisse all'Accademia fiorentina;
non poche furono le vicende storiche in cui egli fu coinvolto, fino
a quando, già sposato e, forse proprio grazie ad un invito fra donne
della moglie, gli capitò di conoscere la «bellissima» (così la
definiva Gigi) Isabella Morra, anche lei amante della poesia. Come
si sa. Isabella fu vittima dei fratelli. per quel suo unico grande
amore. Accadde che i fratelli avevano intercettato alcune lettere
contenenti versi che Diego aveva inviato alla fanciulla tramite il
pedagogo di casa Morra. Essi vennero in possesso delle missive
quando ancora erano chiuse nelle mani di lei, e quindi, accortisi
della provenienza del poeta Diego Sandoval De Castro, il furore li
accecò a tal punto che immediatamente uccisero il pedagogo e la
sorella. Successivamente, nell'ottobre 1546, uccisero anche Diego
vicino a Nola (Napoli). I due fratelli, immediatamente scappati in
Francia, dopo un po' di tempo, ritornarono nelle loro terre e lì
furono ingiustamente riammessi alla società; uno di loro riuscì
perfino a farsi monaco.
Torbido Siri
Questo bellissimo racconto,
Gigi Giannotti lo trasformò poi in un romanzo storico, pubblicato
postumo col titolo "Torbido Siri" (Edizioni di Archivia, Rotondella
2000) dall'Associazione Culturale Sud, che glielo dedicò così: «In
ricordo di una persona indimenticabile nella vita e negli studi:
Gigi Giannotti».
Per dare un'idea della
bellezza della scrittura di Gigi Giannotti, riporto qui la
conclusione del suo romanzo dedicato a Isabella e Diego:
«Allorquando [il monaco in odore di santità] spiccò il volo verso
l'alto dei cieli, ormai vecchio, decrepito e rimbambito, più che
novantenne, delirando giorno e notte e dicendo tante baggianate,
mentre la gente ed i monaci pensavano che stava già a colloquio con
angeli e santi, e con il padreterno, la folla andò maggiormente in
delirio piangendo ed urlando. Tutti gli riservarono una gran festa.
Il cardinal arcivescovo gli disse una messa con tutta l'arte, mentre
uno stuolo di monaci l'aiutava nella sua funzione. Ma mentre, lui,
l'arcivescovo apriva le braccia e rivolgeva gli occhi al cielo ed
annunciava alla folla in delirio l'arrivo del santo davanti alla
porta del paradiso, S. Pietro invece lo faceva cacciare dagli
arcangeli a calci in culo. / Codesto monaco, priore e santone non
era altro che uno degli uccisori tremendi e spietati della povera
Isabella, di Diego e don Ortenzio. E allorquando il cardinal
arcivescovo aprì le braccia ed innalzò gli occhi al cielo,
raccomandando a S. Pietro d'accompagnarlo nell'alto dei cieli, tra
il coro degli angeli, sotto il naso ed i piedi del padre eterno, S.
Pietro per tutta risposta fece e mandò al cardinal vescovo una bella
scorreggia fatta con il culo. Ed essa risuonò per tutti i cieli, le
stelle e gli altri pianeti fino agli abissi dell'Inferno facendo
crepare dalle risate tutti i santi, diavoli, diavolesse, compreso
Caino, re ed imperatore dell'Inferno» (p. 128).
La congiura degli Imbalsamati
Gigi Giannotti, grazie alle
premure di Antonio L. Verri, ebbe modo di pubblicare in vita anche
un altro suo bellissimo romanzo, "La congiura degli Imbalsamati" (Erreci
Edizioni, Maglie 1991), del quale scrivemmo: «La Congiura dei baroni
avvenne nel secolo XV e fu ordita contro il re Ferrante d'Aragona.
Fu repressa brutalmente nel sangue. I baroni vennero imbalsamati,
vestiti a festa e messi in una gran sala al Castel Nuovo di Napoli,
gli uni accanto agli altri: un grande e solenne "ricevimento".
Successivamente un'angoscia acuta e profonda travolse il sovrano. La
morte lo colse, con le mani congiunte, davanti ai suoi imbalsamati:
invocava il perdono. Tutto è narrato in un linguaggio sottilmente
ironico, discorsivo e colloquiale con punte altamente "surreali"».
Altri articoli e saggi dello
scrittore furono: uno studio attento e accurato sulla figura di
Luigi Settembrini; "Movimento cattolico in Terra d'Otranto" (Lecce
1985); "La ballata delle diavolesse" («Il Loggione» bimestrale
dell'Associazione amici della lirica "Tito Schipa" di Lecce, anno
II, nn. 4-5-6, luglio-dicembre 1990); "Cappa e chiodo" («Titivillus»,
anno II, n. 2, febbraio-marzo 1992); "Animali all'Opera"
(«All'Opera», Giornale di informazione e cultura musicale, numero
unico sperimentale, Lecce, febbraio 1993; ma anche su «Titivillus»,
anno IV, n. 19, gennaio 1994); ``Il matto" («Titivillus», anno III,
n. 16, 1993); "Papa Celestino" («Titivillus», anno III, n. 18,
1993).
Lo scrittore Gigi Giannotti
ha lasciato altri racconti inediti e a Lecce e provincia è ricordato
da non pochi suoi allievi dei Licei classici e scientifici della
città, presso i quali fu insegnante di materie letterarie, latino e
greco.
Maurizio Nocera