HOME | BIOGRAPHY |  PORTFOLIO | CONTACT |                                                                                                 

                                           | HOMESUD | ASSOCIAZIONE SUD "GIGI GIANNOTTI"  | I RIVOTA POPOLO|

|COMPAGNIA TEATRALE CASTROBOLETO|

Chiurazzi è fotografo nella piena accezione etimologica: è uno che “scrive per immagini servendosi della luce”. >>>

 

TORBIDO SIRI

di GIGI  GIANNOTTI

Giovanni Michele Morra, chiamato da parenti ed amici, Giovannino, era uno dei baroni più tracotanti e ribelli del Mezzogiorno d’Italia nei primi decenni del secolo sedicesimo. Soltanto nel pronunciare il suo nome, o a pensarlo, Ferrante, il principe di Salerno, suo padrone e capo, si faceva il segno della croce alla rovescia e con la mano sinistra, e le gambe gli tremavano ed baffi gli si irrigidivano.

Ed anche don Pedro, il vicerè di Napoli, che era alto e grosso quanto un bue, e così forte da non temere nessuno, neanche i diavoli ed i briganti, si faceva il segno della croce, allorquando sentiva pronunciare il suo nome. E molti duchi e conti lo temevano fortemente; ed i sudditi, i maghi, gli stregoni e le streghe, che abbondavano nelle sue terre, erano terrorizzati dalla sua presenza per come  li trattava, peggio di schiavi. Ed a nulla erano valsi gli interventi del principe, per convincerlo ad esser più docile e umano.

Ma soltanto un principe, Pietro Antonio, un uomo più duro della pietra e del ferro, non lo temeva, ed era pronto in ogni momento a sfidarlo in duello ed a combatterlo.Costui, codesto principe tutto d'un pezzo e cinico fino all’osso, aveva sposato in seconde nozze, essendogli morta la prima moglie di crepacuore, una donna giovanissima, una ragazza, trent’anni più giovane di lui, che faceva impazzire tutti coloro che la vedevano e conoscevano  : giovani, vecchi, preti, monaci e santi, allorquando se la trovavano sotto i baffi ed il naso. E tutti crepavano dall’invidia, perché quell’uomo, vecchio e brutto come il diavolo, doveva godersi una donna giovine e di rara bellezza.

 Pietro Antonio, o meglio don Pietrino, come di solito lo chiamavano, era stato nominato dalle autorità spagnole gran generale e gran siniscalco del regno, con il compito di reprimere nel sangue tutte le rivolte dei baroni, duchi e principi, asini, asinesse, streghe, stregoni,  maghi, maghesse, che sguazzavano e scorazzavano a proprio piacere compiendo qualsiasi angheria e delitti e mettendo tutto a soqquadro e distruggendo terre, boschi e castelli e   battendosi ed accapigliandosi spesso tra loro. Ed i lupi, i gatti selvatici, gli uccelli, i maghi e le streghe più docili, vedendo don Giovannino, sempre con la spada sguainata, sempre accigliato  e burbero, con lunghi baffi, attorcigliati fin sopra le orecchie ed il naso, se la squagliavano a gambe levate,disperdendosi nei prati, nei boschi e nei calanchi.

Don Giovannino, il barone tremendo ed iracondo, aveva ereditato, ancora giovanissimo, un castelletto, che si ergeva e si erge ancora su di un cucuzzoletto nel feudo di Favale, oggi Valsinni, in mezzo ai boschi, alle colline, alle montagne, proprio davanti al fiume Sinni, che proprio lì s’incurva continuamente formando uno zigzag a forma di semicerchi, di fronte alle antiche e sepolte città di Metaponto, Siris ed Eraclea. Tutto intorno, poi, sono disseminati ulivi secolari in mezzo a grandi e bianche rocce; e tale castelletto è più simile ad un fortino, che ad un castello vero e proprio.

E tutto intorno ad esso s’aggiravano animali d’ogni genere: cani arrabbiati, cinghiali, lupi e caprioli, tigri ed orsi, tanto che la vita degli abitanti era continuamente in pericolo.

E poi una caterva di briganti continuamente di giorno e di notte, a Pasqua e Natale, e nel giorno di tutti i santi e diavoli s’aggiravano in quei luoghi, lontani da Dio, e dal mondo intero. E chi per disgrazia veniva al mondo, voleva immediatamente rientrare nella pancia della mamma, dopo aver appena messo fuori il naso, i piedi e le orecchie.

Sin da piccolo don Giovannino mostrò il suo carattere iracondo, aggressivo e chiassoso. Non appena sentiva un piccolo miagolio di un gatto, od il latrare di un cane, od il muggito lontano di un bue, o l’ululato dei lupi, e finanche il cinguettio degli uccelli, cominciava ad urlare fortemente, sbattendo a terra mani e piedi ed azzittendo in un batter d’occhi tutti, animali e persone, spiriti e diavoli, che sempre albergavano in quel castello e dintorni.

Non appena, poi, alla morte di suo nonno, venne incoronato barone, e prese lo scettro in mano, sembrava impazzito. Pensava d’esser diventato duca, principe e re. ella s’alzava in punta di piedi andando a trovarlo.L’arrivo del principe, d’Isabella e di tutti gli altri al castello di Bollita, e dello stesso don Giovannino Morra, che mai nella sua vita aveva fatto da stuolo a nessuno, coincise con una ricorrenza, che si teneva da anni e da secoli in quel luogo.

Davanti al castelletto di Bollita, che si erge su una grande e vasta roccia, intersecata ed avvolta da  grandi e secolari ulivi, sorgeva e sorge ancora, scampata a tutte le diavolerie della natura e dei briganti, una chiesetta, detta della Sulla, dal nome della contrada. Qui vi dimorava e dimora  tutt’ora una giovane madonna, molto bella, vestita di bianco, con un velo, che le scende dal capo fino giù ai piedi, tutta inghirlandata di anelli e bracciali d’oro avvolti alle mani, alle braccia ed ai          piedi; e poi due grandi e bellissimi orecchini d’oro e di diamanti le dondolano dalle orecchie facendo i ngelosire finanche santa Maddalena, che si ritiene la più bella e la più ricca di gioielli. E più di qualche volta codeste sante inviperitesi l’una contro l'altra, si sono azzuffate ed accapigliate in questo mondo e nell’altro sotto gli occhi di santi, beati, uomini e donne facendo rimanere costoro con tanta di bocca aperta e di occhi spalancati, non credendo ai loro stessi occhi come potessero azzuffarsi con tanta ferocia. E S. Mansueto e S. Pacifico più volte dovettero intervenire  per ammansirle e separarle per come s’erano accapigliate ricevendo più di qualche volta graffi e morsicate in culo, ai testicoli ed in faccia.

Lì, in quel luogo, in quella chiesetta se ne stava serenamente e beatamente come una regina la giovanissima madonna del Rosario, nella contrada della Sulla, ai piedi d'una dolce collinetta, che prosegue il suo cammino fin giù, baciandosi con le acque del torrente Toccaculo, lungo i cui margini e dintorni sono disseminati una gran quantità di orticelli, che i contadini vecchi e curvi lavorano di sera al tramontar del sole, dopo una lunga giornata di duro lavoro. Ed ella se ne stava quasi sola in compagnia di tre soli santi, vecchi, rimbambiti e sempre avvinazzati, dicendo e mormorando frottole d’ ogni genere facendo ridere lei, il sagrestano, un tale Crion, che custodiva la chiesa con tanto amore  e devozione, e tutti i fedeli, allorquando entravano per salutare ed ossequiare la giovine madonna, che  era considerata la protettrice delle campagne, dei boschi e degli uccelli. Ed a volte nei periodi di secca i contadini la implorava- no e pregavano disperatamente battendosi il petto con forza e strappandosi capelli e faccia, e portandola a passeggio per campi e valli con una sardina salata in  bocca, in gran processione, affinché facesse piovere.

Inoltre aveva per compagnia due arcangeli, abbastanza docili e gentili, che le facevano la guardia stando sempre all’erta; ed un diavolo, anche lui mezzo scemunito e mezzo ubriaco, ma che se ne stava bello buono buono e tranquillo avendo come un’unica mania quella di fregare di tanto in tanto il vino a  S. Filippino e S. Faustino, approfittando allorquando costoro stavano sbronzi fradici o dormivano.

Per poter alleviare la solitudine della giovine e bella madonna, gli abitanti del luogo ogni anno a Maggio, e precisamente la seconda domenica di codesto mese la festeggiavano e festeggiano ancora  andandola a prendere nella sua dimora di campagna, per portarla in gran processione con musiche e canti nella chiesa madre del paesino. Ciò provocava l’indignazione di quasi tutti i santi, che mal s           opportavano la presenza di codesta madonna nella loro chiesa; e dovendola poi anche consolarla e  farle compagnia.

Costoro crepavano dall’ invidia, perché codesta madonna così giovane dovesse vivere bella tranquilla e serena in una chiesa tutta per lei, anche se aveva la compagnia di due santi, un angelo ed un diavolo, scemuniti e sempre avvinazzati, mentre loro dovevano stare appollaiati insieme a tantissimi santi, beati e diavoli, molti dei quali erano antipatici, arroganti e permalosi. E tra tutti questi ad essere inviperito      contro la madonna e contro i fedeli era S. Giuseppe, che pur essendo il santo più importante, perché  padre di Gesù Cristo, nonché patrono del luogo, non gli facevano tutta quella festa con canti, musiche e  danze; ed inoltre doveva vivere in compagnia d’una caterva di santi, fastidiosi, permalosi ed arroganti.     E lui era costretto a vivere in uno stipo chiuso senza luce ed aria, avendo S. Rocco fregato il suo posto, per stare più largo, dovendo far passeggiare il suo cane.

Ebbene, tra tanti giochi che si facevano in onore della giovine madonna, ve n 'era uno sadico ed imbecille, che risaliva sin dal tempo della Magna Grecia e che consisteva nell’uccidere con una spada un gallo messo in una buca, dalla quale sporgeva soltanto la cresta e la testa.

   

 

L’arrivo del principe, d’Isabella e di tutti gli altri al castello di Bollita, e dello stesso don Giovannino Morra, che mai nella sua vita aveva fatto da stuolo a nessuno, coincise con una ricorrenza,che si teneva da anni e da secoli in quel luogo.

Davanti al castelletto di Bollita, che si erge su una grande e vasta roccia, intersecata ed avvolta da grandi e secolari ulivi, sorgeva e sorge ancora, scampata a tutte le diavolerie della natura e dei briganti, una chiesetta, detta della Sulla, dal nome della contrada. Qui vi dimorava e dimora  tutt’ora una giovane madonna, molto bella, vestita di bianco, con un velo, che le scende dal capo fino giù ai piedi, tutta inghirlandata di anelli e bracciali d’oro avvolti alle mani, alle braccia ed ai  piedi; e poi due grandi e bellissimi orecchini d’oro e di diamanti le dondolano dalle orecchie facendo ingelosire finanche santa Maddalena, che si ritiene la più bella e la più ricca di gioielli. E più di qualche volta codeste sante inviperitesi l’una contro l'altra, si sono azzuffate ed accapigliate in questo mondo e nell’al-tro sotto gli occhi di santi, beati, uomini e donne facendo rimanere costoro con tanta di bocca aperta e di occhi spalancati, non credendo ai loro stessi occhi come potessero azzuffarsi con tanta ferocia. E S. Mansueto e S. Pacifico più volte dovettero intervenire per ammansirle e separarle per come s’erano accapigliate ricevendo più di qualche volta graffi e morsicate in culo, ai testicoli ed in faccia.

Lì, in quel luogo, in quella chiesetta se ne stava serenamente e beatamente come una regina la giovanissima madonna del Rosario, nella contrada della Sulla, ai piedi d'una dolce collinetta, che prosegue il suo cammino fin giù, baciandosi con le acque del torrente Toccaculo, lungo i cui margini e dintorni sono disseminati una gran quantità di orticelli, che i contadini vecchi e curvi lavorano di sera al tramontar del sole, dopo una lunga giornata di duro lavoro. Ed ella se ne stava quasi sola in compagnia di tre soli santi, vecchi, rimbambiti e sempre avvinazzati, dicendo e mormorando frottole  d’ ogni genere facendo ridere lei, il sagrestano, un tale Crion, che custodiva la chiesa con tanto amore  e devozione, e tutti i fedeli, allorquando entravano per salutare ed ossequiare la giovine madonna, che era considerata la protettrice delle campagne, dei boschi e degli uccelli. Ed a volte nei periodi di secca i contadini la implorava- no e pregavano disperatamente battendosi il petto con forza e strappandosi capelli e faccia, e portandola a passeggio per campi e valli con una sardina salata in bocca, in gran processione, affinché facesse piovere.

Inoltre aveva per compagnia due arcangeli, abbastanza docili e gentili, che le facevano la guardia stando sempre all’erta; ed un diavolo, anche lui mezzo scemunito e mezzo ubriaco, ma che se ne stava bello buono buono e tranquillo avendo come un’unica mania quella di fregare di tanto in tanto il vino a S. Filippino e S. Faustino, approfittando allorquando costoro stavano sbronzi fradici o dormivano.

     Per poter alleviare la solitudine della giovine e bella madonna, gli abitanti del luogo ogni anno a  Maggio, e precisamente la seconda domenica di codesto mese la festeggiavano e festeggiano ancora andandola a prendere nella sua dimora di campagna, per portarla in gran processione con musiche e canti nella chiesa madre del paesino. Ciò provocava l’indignazione di quasi tutti i santi, che mal sopportavano la presenza di codesta madonna nella loro chiesa; e dovendola poi anche consolarla e farle compagnia.

Costoro crepavano dall’ invidia, perché codesta madonna così giovane dovesse vivere bella tranquilla e s   erena in una chiesa tutta per lei, anche se aveva la compagnia di due santi, un angelo ed un diavolo, scemuniti e sempre avvinazzati, mentre loro dovevano stare appollaiati insieme a tantissimi santi, beati e diavoli, molti dei quali erano antipatici, arroganti e permalosi. E tra tutti questi ad essere inviperito  contro la madonna e contro i fedeli era S. Giuseppe, che pur essendo il santo più importante, perché  padre di Gesù Cristo, nonché patrono del luogo, non gli facevano tutta quella festa con canti, musiche e danze; ed inoltre doveva vivere in compagnia d’una caterva di santi, fastidiosi, permalosi ed arroganti. E lui era costretto a vivere in uno stipo chiuso senza luce ed aria, avendo S. Rocco fregato il suo posto, per stare più largo, dovendo far passeggiare il suo cane.

Ebbene, tra tanti giochi che si facevano in onore della giovine madonna, ve n 'era uno sadico ed imbecille, che risaliva sin dal tempo della Magna Grecia e che consisteva nell’uccidere con una spada un gallo messo in una buca, dalla quale sporgeva soltanto la cresta e la testa.       

Romanzo

Torbido Siri

di Luigi Giannotti   ed. Archivia

per acquisto rivolgersi  Associazione SUD

 

 

©2008  PASQUALE CHIURAZZI

PER LA RIPRODUZIONE O L'UTILIZZAZIONE  DELLE IMMAGINI CONTATTARE L'AUTORE

WEBMASTER PACHI   pasqualechiurazzi@libero.it

risoluzione di 1024x768